Forse il motivo principale per cui il femminismo ha tanti nemici e suscita tanta irritazione ― in definitiva tanta paura ― è la sua caparbia attitudine a rendere visibile l’invisibile, ossia a mettere a nudo le contraddizioni, a rintracciare le credenze infondate, a esaminare le consuetudini acquisite, a sollecitare riflessioni sugli stereotipi che colonizzano le nostre menti e bloccano l’evoluzione delle società.
Assecondando la tendenza imperante ad appesantire la nostra lingua con gli anglicismi, li chiamiamo bias, ossia distorsioni mentali inconsapevoli ma cristallizzate, che generano errori: nel nostro caso esclusioni, discriminazioni, disuguaglianze. Fare e pensare ciò che è abituale e consolidato dalla tradizione ci dà un senso di sicurezza, ci fa sentire a nostro agio come parte di un gruppo. È la radice della fortuna delle tante pulsioni identitarie che oggi vanno di moda; è ciò che rende il senso comune simultaneamente ideologico e inconscio.
Il tabù della vecchiaia ― collegato a quello della dissoluzione e della morte ed esorcizzato da locuzioni neutre (terza età, quarta età) ― si colloca in questo contesto e risente di queste logiche; è anch’esso immerso in un’orgia di sessismo, nato millenni fa da definizioni espresse con voci e sguardi monosessuati e oggi esasperato da una cultura giovanilista.
Il corpo delle donne, confinato com’è nei soli alvei della seduzione e della riproduzione, a differenza di quello dei maschi è scandito da date implacabili (menarca-parto-menopausa), bersagliato da messaggi che a un certo punto lo relegano nel limbo del “non più”: non più utile, non più desiderabile, non più attraente, dunque non più visibile. Da sguardi altrui, naturalmente, bravi a cancellare persone e situazioni agli occhi del mondo.
La pressione sociale è tanto forte che le donne stesse guardano sé stesse a seconda di come sono guardate: come dicevano Simone de Beauvoir e Virginia Woolf, siamo addestrate a farci specchi di un’ontologia che non è nostra.
Se non ci convincessero ogni giorno a condurre una dura battaglia contro le rughe, le smagliature, la cellulite, le macchie, i capelli bianchi saremmo molto più serene e perfino più ricche (paghiamo la pink tax, costo addizionale): ne soffrirebbe però un giro d’affari miliardario che poggia sui solidi pregiudizi per cui un uomo anziano è autorevole, una donna anziana è solo vecchia.
Basta guardare la tv per accorgersene: dopo i cinquanta giornaliste coraggiose, attrici famose, brave conduttrici spariscono dagli schermi, o sono bersagliate da commenti impietosi quando eccezionalmente compaiono. Bruno Vespa o Corrado Augias, per citare due soli casi limite, hanno da tempo superato gli ottant’anni.
La moglie del presidente francese, che ha qualche anno più di lui, è una vecchia befana; l’ottuagenario Berlusconi, che si accompagnava regolarmente a giovani donne, era un apprezzato dongiovanni.
L’età non è d’ostacolo a Trump o a Putin: non troverete sulla scena politica mondiale una donna di quell’età.
In un’epoca che sostiene di essere più progressista che mai, la misoginia continua a farsi strada appoggiandosi sul doppio standard: se per la morale sessuale è documentato da un’ampia letteratura, per altri ambiti lo è un po’ meno.
Al crudele ageismo che colpisce le donne è dedicato in chiave intersezionale il bel libro di Patrizia Fistesmaire e Eleonora Pinzuti Vecchie e bastonate. Donne, corpi, poteri dopo i cinquant’anni, appena uscito per i tipi di Futura allo scopo di leggere i legami tra le discriminazioni.
Come accade?
Ce lo racconta in apertura la descrizione documentata di un fenomeno crudele dalle forme interconnesse: la violenza non solo verbale e simbolica ma fisica (e sessuale), psicologica, sociale, economica, domestica contro le donne anziane. È poco rilevata, marginale, sottostimata perché è sommersa dalla fragilità, dalla vergogna, dalla paura, dall’indifferenza. Perché non fa audience.
I genitori invecchiano, hanno continuo bisogno di cure? Nessuno si aspetta che tocchi a un maschio. È di norma la figlia femmina ormai adulta e forse quasi anziana a ridiventare madre, sobbarcandosi quotidianamente fatiche e ansie. La nostra società, così attenta ai bisogni delle consumatrici, non si accorge del carico pesante, fisico e psicologico al contempo, del sacrificio di sé che grava sulle spalle delle caregiver e ne risucchia la vita, tanto più complicata se le condizioni economiche impediscono di ricorrere alle badanti (spesso a loro volta vittime di un sistema che le costringe lontane dalle case e dagli affetti).
Perché tutto questo può accadere con tanta naturalezza?
Non a caso a recidere inesorabilmente il filo della vita è nel mito l’ultima delle tre Parche, che stabilivano il destino dei mortali e venivano raffigurate come vecchie tessitrici.
I racconti, tutti inventati o rielaborati da maschi, dall’Odissea alle fiabe, sono popolati da archetipi di donne seducenti, giovani e belle o di vecchie megere, streghe cattive e befane brutte e inacidite. Le donne sono istinto, emozione, non intelligenza e non ragione: la loro saggezza non progredisce dunque con l’esperienza della maturità. Non a caso il parallelo maschile è il vecchio mago sereno e sapiente.
Lo stesso accade alle arti visive, perfino in Leonardo da Vinci. L’iconografia della bruttezza delle donne in età avanzata che si credono belle è un tema ripetuto: non solo sono esteticamente sgradevoli, ma così sciocche e presuntuose da non accorgersi della propria decadenza.
Non c’è una Matusalemme, nella Bibbia che protrae il vigore maschile oltre il verosimile. L’eroina nei diversi generi letterari si qualifica, quasi senza eccezione, per doti che presuppongono la giovane età.
Il nostro immaginario lo ha registrato e lo perpetua, se nel terzo millennio inserisce ancora nei libri per bambini dolci nonnine con la crocchia e il grembiule, che sferruzzano o cucinano.
Per le donne sarebbe primario decostruire gli stereotipi legati all’età e cominciare ad amare il proprio corpo anche quando invecchia, perché siamo soggette e non oggetti, perché il nostro è un corpo vittorioso, come scrive Pinzuti. Perché è il tempo la variabile che contiene più verità, perché è l’esperienza vissuta che ci fa umani e umane.
“Mai domandare l’età a una donna”… non era buona educazione, era sessismo.
«Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Le ho pagate tutte care. C’ho messo una vita a farmele!». La celebre frase che Anna Magnani disse al suo truccatore parecchi anni fa è attuale più che mai.
In copertina: Anna Magnani. Archivio Anna Magnani.
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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.
