La danza della luce sulla neve

La mia prima volta su una pista di fondo fu in Valtellina. Avevo 25 anni. Nata in una famiglia di amanti del mare, con un padre che sapeva “portare” la barca e un fratello con brevetto di bagnino, mi era capitato una sola volta, a 15 anni, di vedere la neve in montagna, a Gressoney La Trinitè, durante un viaggio organizzato con la casa della Gioventù di Lodi. Più della neve allora mi interessavano i ragazzi. Naturalmente a me piacevano quelli che proprio non mi consideravano e io piacevo a quelli che non mi piacevano. Non sapendo sciare e non essendoci alternative, mi rifugiavo spesso, mentre le altre e gli altri sciavano, nei bar a gustare deliziose cioccolate con panna.
A Santa Caterina Valfurva mi resi conto che non avevo mai visto tanta neve in vita mia. Mi iscrissi a un corso collettivo per imparare lo sci di fondo. Avevamo una maestra bravissima e molto bella, mia coetanea, di nome Silvana, campionessa regionale. Puntualmente a ogni mia caduta mi risollevava con naturalezza e un giorno, all’ennesimo ruzzolone mi confessò anche di essere incinta ma di non dirlo a nessuno.
In casa mia l’unico a cui era stato permesso di imparare a sciare era mio fratello. Si era già deciso che lo sportivo di famiglia fosse lui e che io fossi destinata a uno “studio matto e disperatissimo”.
Sulle piste di fondo, non avendo l’impostazione dello sci da discesa (per me lo spazzaneve era stato solo il mezzo che puliva le strade quando nevicava), concludevo ogni discesa con una caduta. Per fortuna a quei tempi le mie ossa erano ancora molto buone e mi limitavo a fare collezione di lividi. Piano piano avrei imparato a frenare e a sfidare anche le piste nere, con salite lunghe e ripide e discese impegnative.
La sensazione che ricordo della mia prima sciata di allora è la stessa che mi accompagna dopo molti anni dedicati a questo sport invernale. Per la prima volta sulla pista valtellinese vidi l’effetto del sole sul bianco della neve, una specie di danza di migliaia di luci che mi accompagnava — e mi accompagna ancora — nelle mie “scivolate” sulle varie piste che frequento.
Quel fenomeno ebbe e ha ancora su di me un effetto calmante. Pensai a come dovevano sentirsi le popolazioni primitive di montagna di fronte a quello spettacolo e alla meraviglia che dovettero provare. Chissà se, prima della colonizzazione delle religioni monoteiste, gli uomini e le donne primitive imputarono a qualche divinità della natura quel fenomeno. Mi piacque e mi piace pensare che tutte quelle luci siano la forma che assumono le persone che non sono più in questa vita e che ci accompagnano con la loro presenza. Mi rendo conto che quello che scrivo non ha alcun fondamento, tanto meno scientifico, ma serve a consolarmi e a ripensare alle tante persone che non ci sono più, a sentirle vicine, a ricordarmi quello che mi hanno insegnato, a mettere in atto quella “corrispondenza d’amorosi sensi” di foscoliana memoria attraverso le sensazioni della natura, in un dialogo ininterrotto con gli affetti più importanti della mia vita.

***

Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

Lascia un commento