Fa’ la cosa giusta 

“Fa’ la cosa giusta” è un precetto morale che tutti dovrebbero osservare ma negli anni di cui oggi ci occuperemo diventò anche un criterio di riferimento per scelte coraggiose. E certamente le donne di cui racconteremo interpretarono al meglio questo criterio.  
Già dal 1938, davanti alla persecuzione degli ebrei a causa delle leggi razziali, si sviluppò un movimento spontaneo di aiuto: decine e decine di ebree ed ebrei della provincia di Modena furono sfamati, nascosti, accompagnati in Svizzera, tutelati in ogni modo possibile. Non tutte e tutti poterono essere salvati, ma la catena di solidarietà che si creò vide in prima fila le donne, forse anche come naturale prosecuzione delle attività di assistenza e cura in cui si tendeva a relegarle. 
La capacità delle donne di diventare protagoniste cominciò a delinearsi in modi e quantità davvero rilevanti con l’8 settembre 1943. All’annuncio dell’armistizio firmato con gli anglo-americani, il Re e il Governo fuggiti a Brindisi nei territori già liberati dagli Alleati, con l’Esercito lasciato allo sbando, la mobilitazione delle donne avvenne all’inizio nei confronti dei militari italiani sbandati e dei prigionieri alleati sfuggiti dai campi di detenzione nazisti. Alla base di questo movimento solidale ci furono certamente la stanchezza per la guerra, le condizioni di miseria in cui versava l’Italia, l’angoscia per i parenti al fronte, la paura dei bombardamenti. Ma sicuramente contribuì alla presa di coscienza degli italiani e delle italiane anche l’occupazione dell’Italia da parte dei nazisti, che rivelò la loro volontà di dominio di un Paese prima loro alleato e ora considerato nemico traditore. 
A soli dieci giorni dall’8 settembre si verificò la prima strage nazista nel nostro Paese. Il 19 settembre a Boves (Cuneo), dove stava nascendo una prima formazione partigiana, come rappresaglia per la cattura di due soldati tedeschi, il paese fu incendiato e 24 civili furono trucidati. Dieci giorni dopo, il 30 settembre, a Orta di Atella (CE) per il sospetto di aver aiutato gli Alleati che stavano avanzando verso nord oltre 20 civili furono massacrati.

Diventò chiaro che quella cominciata l’8 settembre sarebbe stata innanzitutto una guerra di liberazione, alla quale si sentirono chiamati cittadini e cittadine di ogni età, provenienza sociale, convinzione ideologica. A Modena il primo episodio di resistenza ebbe come protagonisti due giovani, Lella Malavolti e Luciano Bonacini, che aiutarono a fuggire soldati italiani rinchiusi dai tedeschi nella Cittadella, sfruttando la rete delle fogne che sbucava nel cortile delle vicine case popolari, dove decine di fuggitivi furono rivestiti con abiti civili, sfamati e aiutati ad allontanarsi da Modena. 

Il paese di Monchio distrutto a seguito della strage del 18 marzo 1944

Il movimento partigiano muoveva intanto i primi passi, ma fu solo nella primavera 1944 che assunse dimensioni tali da preoccupare i nazisti e i fascisti della Repubblica sociale italiana (Rsi), lo stato-fantoccio che Mussolini aveva ricostituito dopo la sua liberazione dal carcere a opera dei tedeschi. Ed è in questa fase che da una parte ci si rese conto che sarebbe stata anche una guerra civile, italiani contro altri italiani, e dall’altra che era giusto (e necessario) “fare la cosa giusta”, partecipare perché la guerra finisse e l’Italia potesse riavere un regime democratico e con maggiore giustizia sociale. Al fianco dei partigiani delle diverse formazioni della provincia di Modena (si calcola siano stati oltre 19.000) si trovano così quasi 2.000 donne.

Modena, Via Staffette Partigiane, foto di Roberta Pinelli

E qui occorre spendere una parola su quella che per parecchio tempo molta storiografia ha purtroppo chiamato la Resistenza “minore”, quella cioè delle donne, che parteciparono alla lotta di liberazione nei modi più diversi: fornitrici di cibo, farmaci, abiti e informazioni, cura dei feriti, rifugio per i ricercati, trasporto di armi, ma anche partecipazione ai combattimenti. Si tenga conto che nulla obbligava le donne a rischiare la pelle: non la paura dell’arruolamento per la Rsi, non il timore di dover tornare al fronte. Possono essere considerate, come è stato scritto dalla storiografia più attenta, le uniche «volontarie a pieno titolo nella Resistenza». E si tenga anche conto, come disse il comandante Bulow (Arrigo Boldrini), che i partigiani avevano bisogno di una rete di assistenza ancora più ampia di quella di un esercito regolare, senza la quale la Resistenza non avrebbe potuto nascere, crescere e consentire al nostro Paese di riaffermare la propria dignità sul piano internazionale. L’immagine “ancillare” della staffetta non corrisponde quindi né mai ha corrisposto al ruolo che tante donne hanno svolto nella guerra di Liberazione. Prova ne sia che, al termine del conflitto, molte donne non richiesero alcun riconoscimento ufficiale per la loro attività, ritenendo che fosse stato giusto e doveroso «rischiare tutto per provare a cambiare tutto». E sicuramente l’intitolazione di strade alle staffette partigiane avrebbe potuto essere più generosa, poiché nel modenese solo i Comuni di Castelfranco E., Modena e Sassuolo hanno dedicato loro un toponimo. 

Volantino Gruppi di Difesa della Donna 8 marzo 1945
Manifestazione dei Gruppi di Difesa della Donna

Ulteriore prova del ruolo delle donne nella Resistenza è il numero delle cadute partigiane (in provincia di Modena 19), le decorate al Valor Militare, le decorate con Croce al merito di guerra, le donne organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna (nel modenese più di 3.000), le tante che, nonostante convenzioni e convinzioni radicate, maturarono con la guerra partigiana la consapevolezza dei propri diritti e che ritroviamo, nel dopoguerra, nei Consigli comunali, nei partiti, nell’Assemblea Costituente, nel nuovo Parlamento liberamente eletto (purtroppo ancora troppo poche).  

Barbolini Norma

Un primo esempio fu Norma Barbolini (1922-1993). Operaia ceramista, comunista, nel 1941 partecipò a uno dei primi scioperi organizzati contro il razionamento; in seguito a questo episodio, venne licenziata. Continuò la sua attività antifascista fino all’agosto 1943, quando entrò in contatto con gli amici antifascisti del fratello Giuseppe e partecipò a una delle prime azioni della Resistenza, recuperando armi abbandonate dai soldati italiani dopo l’8 settembre. Salì quindi sull’Appennino modenese insieme a un gruppo di giovani sassolesi che iniziarono la lotta armata. Dapprima ricoprì il ruolo di staffetta della formazione comandata dal fratello Giuseppe. Dopo il ferimento del fratello nel combattimento di Cerrè Sologno (R.E.) del 15 marzo 1944, fino alla sua guarigione Norma prese il comando della 1^ Divisione partigiana “Ciro Menotti”, il che le valse il riconoscimento, al termine della guerra, del grado di Capitano dell’Esercito italiano e l’assegnazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare. Dopo la Liberazione tornò a lavorare in fabbrica, assumendo anche il ruolo di Assessora nella Giunta di Sassuolo del sindaco Forghieri (1946), una delle prime donne a essere nominata Assessora nel modenese. 

Simile è la storia di Gina Borellini (1919-2007). Sposata a soli 16 anni con Antichiano Martini, di professione falegname, dopo l’8 settembre 1943 partecipò attivamente alla Resistenza come staffetta partigiana e soccorrendo militari sbandati. Nel 1944, insieme al marito, venne catturata, arrestata e torturata dai fascisti. Fu rilasciata, ma il marito fu trattenuto in carcere e successivamente fucilato. Gina Borellini entrò quindi nella Brigata “Remo” della Divisione “Modena Pianura” con il nome di battaglia di Kira. Il 12 aprile 1945, a seguito di uno scontro a fuoco con i fascisti, venne ferita e le fu amputata una gamba. Nel 1946 fu eletta al Consiglio Comunale di Concordia. Nel 1948 venne eletta in Parlamento nelle file del Partito comunista italiano, la prima donna modenese a essere eletta. Fu Deputata della Repubblica nella I, II e III legislatura. Fu tra le fondatrici dell’Unione donne italiane, presidente dell’Udi di Modena per molti anni e presidente della sezione di Modena dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra (Anmig) dal 1960 al 1990. È stata insignita del titolo di Commendatore della Repubblica e della Medaglia d’Oro al Valor Militare. 

Degli Esposti Gabriella

Fra le partigiane cadute nel modenese certamente una delle più conosciute è Gabriella Degli Esposti (1912-1944). Originaria del bolognese, si trasferì a Castelfranco E. dopo il matrimonio con Bruno Reverberi, mastro casaro comunista. Fin dall’inizio partecipò (con il nome di battaglia di Balella) alle attività della Resistenza nel modenese, come il marito, prodigandosi anche per la formazione dei primi Gruppi di difesa della donna, nonostante fosse madre di due bambine e incinta del terzo figlio. Coordinatrice della IV Zona partigiana, nell’ottobre 1944 si presentò davanti al municipio di Castelfranco E. con altre donne per chiedere la distribuzione di legna e viveri. Fu arrestata dalle SS il 13 dicembre 1944 durante un rastrellamento, rifiutò di parlare e fu giustiziata insieme ad altri 9 compagni di prigionia sul greto del fiume Panaro. Prima della fucilazione fu brutalmente torturata. In suo onore fu chiamato “Gabriella Degli Esposti” l’unico distaccamento partigiano modenese formato esclusivamente da donne. Le è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. 

La via principale di Montefiorino dopo le distruzioni nazifasciste del marzo 1944

Marchiani Irma

Irma Marchiani (1911-1944), dapprima staffetta partigiana col nome di Anty, diventò poi vicecomandante del battaglione “Matteotti” della Divisione “Modena Montagna”. Venne catturata dai tedeschi durante la battaglia di Montefiorino. Destinata alla deportazione in Germania, riuscì a evadere e a rientrare nei ranghi della Resistenza. Catturata di nuovo durante la battaglia di Benedello del novembre 1944, venne fucilata. Le è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Nella sua ultima lettera alla sorella minore Palmira scrisse: «Muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse». 

Smerieri Umbertina

E infine Umbertina Smerieri (1920-1945), fucilata dai fascisti appena un mese prima della Liberazione. Di famiglia contadina antifascista, aderì alla Resistenza dopo che due dei suoi fratelli entrarono in clandestinità (il terzo era prigioniero in Germania). Fu attiva come staffetta nella Brigata “Remo” della Divisione “Modena Pianura”, con il nome di Marisa, nonostante fosse già madre. Grazie al suo lavoro di cameriera nella caserma fascista di Mirandola riuscì a portare fuori armi e informazioni per i partigiani del 9° Distaccamento Battaglione “Carlo”. Fu catturata il 10 marzo 1945 a seguito di una soffiata. Torturata a lungo nel tentativo di farle rivelare quello che sapeva sul movimento partigiano del mirandolese, fu fucilata dalle Brigate Nere a Revere (MN) durante il loro ripiegamento verso Verona, e il suo cadavere fu abbandonato in strada. Raccontò la partigiana Adriana Gelmini, che condivise con lei l’arresto e il carcere«Aveva il viso e il corpo completamente rovinati dalle botte, era quasi impazzita dalle torture che aveva subito e si dice che fosse stata violentata». È stata decorata di Medaglia d’argento al Valor Militare alla memoria. 

A riprova di quale e quanto sia stato il coinvolgimento delle persone e della popolazione nella lotta di Liberazione, ricordiamo infine la famiglia Zambelli di Bomporto. Tutto il nucleo familiare partecipò attivamente al rifiuto delle requisizioni, alla raccolta di armi e viveri, alle azioni di disarmo, sabotaggio, distruzione di armi nemiche. Il capofamiglia Angelo Zambelli fu partigiano della Brigata “Walter Tabacchi”, i figli combattenti, le figlie staffette e fiancheggiatrici del movimento della Resistenza. Sette dei tredici membri della famiglia furono uccisi dai nazifascisti. Angelo, con il genero Quinto Bozzali, marito della figlia Iride, e il nipote Fabio Pellacani, fu arrestato e fucilato a Navicello il 9 marzo 1945. Caterina Bavieri, moglie di Angelo, fu arrestata a metà febbraio 1945, condotta all’Accademia Militare e torturata; fu in seguito liberata, per essere poi assassinata in casa propria il 27 marzo 1945 insieme alla figlia Iride Zambelli. Il figlio Floriano fu ucciso con altri partigiani in una rappresaglia nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1945; l’altro figlio Renato, arrestato durante il rastrellamento del 17 febbraio 1945, morì sotto le torture nemiche. 

Bavieri Zambelli Caterina
Zambelli Iride
lapide per Bavieri Caterina e Zambelli Iride

Molte altre donne sarebbero qui da ricordare, ma vogliamo chiudere la storia di oggi con l’immagine di una giovanissima partigiana di Fanano, Teresina Lenzi. Aveva solo 17 anni e un sorriso fiducioso rivolto al futuro quando cadde in combattimento a Rocca Corneta (Appennino bolognese). Anche lei aveva scelto di fare la cosa giusta. 

Lenzi Teresina

In copertina: Gina Borellini mentre riceve la Medaglia d’Oro. 

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Articolo di Roberta Pinelli

Ho lavorato per 42 anni nella scuola pubblica, come docente e dirigente. Negli anni fra il 2019 e il 2024 sono stata Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Modena. Mi occupo da sempre di tematiche femminili e ho pubblicato un Dizionario biografico delle donne modenesi.

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