Editoriale. Una storia edificante

Sono così foschi i tempi in cui viviamo, che quando capita di incontrare una vicenda che racchiude della positività non possiamo farcela scappare, se vogliamo tentare di conservare quel poco di fiducia negli esseri umani che ci permetta di non sprofondare nel pessimismo assoluto.
Era il 12 novembre del 2024 quando, tra le proposte di intitolazione da discutere e deliberare nella seduta della Commissione fissata per quel giorno, trovai quella della “Cittadella Bea e Stefania”. Due nomi femminili, nessun cognome: una cosa insolita.
La struttura da intitolare era un complesso sportivo nel quartiere Falchera, estrema periferia Nord di Torino, e nella motivazione della proposta era scritto che si richiedeva quell’intitolazione perché Bea e Stefania erano state «esempio di positività e tenacia». Una volta tanto la Commissione deliberò subito all’unanimità di accogliere la proposta, avanzata da un consigliere di maggioranza.
Così venerdì 8 maggio, tra meno di una settimana, si terrà alla Falchera la cerimonia ufficiale di intitolazione: gonfalone della Città, discorsi, inno di Mameli, ci saranno sicuramente molte persone che vivono nel quartiere e infine la struttura chiamata Cittadella dello Sport porterà il nome di Bea e Stefania, come si vuole da anni. Se c’è una intitolazione a lungo sognata, motivata, preparata, è questa.

Vale la pena di raccontarne la storia.
Bea si chiamava Beatrice Naso e quando è morta, nel febbraio del 2018, aveva solo otto anni. L’ha stroncata una malattia rarissima, così rara e così sconosciuta da non avere nemmeno un nome. Lei, Bea, era stata soprannominata “la bambina di pietra” perché non aveva ancora un anno di vita quando la terribile patologia — gli studi effettuati proprio sul suo caso sono giunti di recente alla conclusione che derivava da un’alterazione del Dna — iniziò ad agire e a produrre la calcificazione delle parti molli delle sue articolazioni, bloccando ogni movimento. Bea rimase come imprigionata in una sorta di armatura ossea e poteva muovere solo gli occhi, che aveva vivacissimi e capaci di esprimere in modo intenso le emozioni. All’ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino non avevano mai visto un caso simile e non si ha notizia che ne esistano altri nel mondo.
Stefania Fiorentino, sua madre, aveva lasciato il lavoro per occuparsi di lei a tempo pieno: incrollabile nella sua volontà di procurare alla figlia la migliore qualità di vita possibile nella sua condizione, era il suo supporto sempre, era le braccia e le gambe di Bea. Nella foto pubblicata sul sito di Nida (nidaonlus.it, ne parleremo dopo) la vediamo sorridente, calzoncini e scarpette chiodate, mentre calcia un pallone tenendo in braccio la sua bambina, ma in modo che possa vedere il pallone: un’immagine che parla da sola. Una grave malattia purtroppo se l’è portata via a soli 35 anni, sei mesi prima della figlia, nell’agosto del 2017.
Dopo aver conosciuto Stefania Fiorentino e sua figlia, un piccolo gruppo di amici, colpiti dalla forza d’animo e dalla tenacia manifestate da entrambe, hanno deciso di fondare un’associazione, trasformando una passione comune, quella per il calcio, in strumento per aiutare non solo Beatrice, ma altre bambine e altri bambini affetti da malattie rare, patologie gravi e disabilità. L’hanno chiamata Nida (Nazionale Italiana dell’Amicizia) e dopo la scomparsa di Bea e Stefania hanno scelto di intitolare a loro il centro sportivo di Falchera.

Questo è nato da un progetto di riqualificazione di un complesso sportivo comunale da tempo inutilizzato. La Città di Torino ha affidato alla onlus Nida il compito di rendere agibili le strutture esistenti, potenziare gli impianti e gestire per trent’anni il complesso, che sarà un punto di promozione e di pratica dello sport per i più giovani e luogo di ricreazione e socializzazione per chi abita nel quartiere. Sono previsti campi di calcio, di tennis, di basket, di bocce, una palestra con centro fisioterapico, un bar ristorante, aree verdi adatte ad attività ricreative. Il progetto quindi non è indirizzato solo a bambini e bambine con disabilità, ma ha l’ambizione di regalare una nuova vita a Falchera, un quartiere sorto all’estrema periferia Nord di Torino negli anni 50, con il piano di intervento di Ina Casa, e ampliato poi negli anni 70 per rispondere alle esigenze abitative poste dal flusso migratorio in aumento.
Avrebbe dovuto essere un quartiere modello, del tutto autosufficiente: erano stati previsti negozi, uffici, scuole, bar, centri religiosi, persino un cinema. In realtà non andò così, e negli anni 70 divenne un quartiere ghetto, isolato rispetto alla città, dove l’emarginazione sociale generava delinquenza e spaccio di droga. Oggi Falchera è cambiata, è ormai un posto tranquillo, ma certo vi si avverte il bisogno di un nuovo impulso che, partendo dal forte senso di comunità che comunque esiste nel quartiere, conferisca vivacità a un ambiente che rischia forse di essere un po’ sonnolento.

La Cittadella Bea e Stefania ha questo scopo. La dedica vuole ricordare un’azione forte di solidarietà in favore di due persone colpite pesantemente dalla sventura, mentre il termine “cittadella” richiama, non a caso, un luogo fortificato a presidio di valori umani ed etici, assediati sì ma non vinti.

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Salutiamo il mese di aprile con il nuovo numero di Vitamine vaganti attraverso il quale riscopriamo volti di donne, racconti, recensioni e altro ancora.
Lo scorso 17 aprile «la parola ha smesso di essere soltanto oggetto di studio per tornare a essere esperienza viva».
Due le protagoniste di Calendaria: Francoise Demulder, fotoreporter di guerra che iniziò a fotografare durante la guerra del Vietnam diventando una delle prime donne nel fotogiornalismo di guerra documentando numerosi conflitti con uno stile umano e rispettoso e Jane Jacobs, scritture per le città, giornalista e attivista statunitense che ha criticato i modelli urbanistici basati su grandi demolizioni e speculazioni edilizie, promuovendo città a misura di persone, con spazi pubblici, relazioni sociali e mobilità sostenibile.
Ripercorriamo poi la vita e il pensiero di Simone Weil. Radicale, libera, una donna assoluta che unì riflessione e azione su temi come guerra, nonviolenza, giustizia e spiritualità. Impegnata nella Resistenza francese, visse in modo estremo la solidarietà con i più deboli fino alla morte.
Fa’ la cosa giusta racconta il ruolo fondamentale delle donne nella Resistenza, in particolare nella provincia di Modena, dopo l’8 settembre 1943. Molte parteciparono volontariamente come staffette, combattenti, organizzatrici e sostenitrici dei partigiani, contribuendo alla lotta di liberazione dal nazifascismo.
Per la rubrica “Tesi vaganti” scopriamo Matilde Serao tra letteratura e giornalismo capace di unire narrativa e cronaca con uno stile vicino alla realtà e attento ai problemi sociali, soprattutto napoletani. La tesi analizza novelle, “Il ventre di Napoli” e “Il paese di Cuccagna” con un approccio mediologico, mostrando come la sua scrittura funzioni insieme come racconto, denuncia e interpretazione della società.
Vincenzina e le altre. Storia delle donne in fabbrica utilizza la canzone “Vincenzina e la fabbrica” di Enzo Jannacci e Beppe Viola come simbolo delle donne lavoratrici spesso invisibili ma centrali nella storia industriale. Ripercorre le loro condizioni dure, le lotte e le conquiste del Novecento, fino a oggi, sottolineando che discriminazioni e precarietà persistono.
Riflettiamo sul patriarcato attraverso il pensiero di Lea Melandri in Interrogarsi ancora e ancora sul patriarcato. Melandri analizza il legame tra amore, violenza e dominio maschile, e sull’importanza del femminismo come pratica di consapevolezza e cambiamento. La mostra di Marta Fontana, collegata a questi temi, rielabora oggetti domestici per denunciare stereotipi e promuovere l’emancipazione femminile.

La recensione della settimana presentaLa sonnambula”, nuova prova di bravura di Bianca Pitzorno, romanzo ambientato nell’Ottocento in Sardegna e ispirato a fatti e personaggi reali. Il libro unisce avventura, ricostruzione storica e temi cari all’autrice, come l’emancipazione femminile, il maschilismo e il valore dei saperi delle donne, confermando la vivacità e l’efficacia narrativa di Pitzorno. Il silenzio dell’attesa analizza il film Un inverno in Corea, tratto da un romanzo e diretto da Koya Kamura, come un’opera d’autore intima e riflessiva. Attraverso silenzi, immagini fredde e una narrazione essenziale, il film esplora temi come identità, appartenenza e memoria senza risposte definitive, puntando su un’esperienza emotiva lenta e profonda.
Una libraia di montagna è l’intervista alla libraia Danila Cugnod della libreria Livres et Musique di Champoluc. Una libreria di montagna aperta tutto l’anno specializzata in guide, libri di alpinismo e narrativa, punto di riferimento culturale per la valle.

Eva contro Eva critica il dibattito sulla leadership di Elly Schlein, evidenziando come il confronto con Silvia Salis venga ridotto a rivalità mediatica tra donne. Questo sposta l’attenzione dai contenuti al piano superficiale e rivela un sessismo diffuso che distorce il confronto politico.
Unione Europea? In fondo a destra critica la riforma europea sui rimpatri dei migranti, approvata dal Parlamento Ue, perché punta soprattutto su più detenzione, espulsioni e centri in Paesi terzi. Secondo l’autrice, queste misure rischiano di ridurre le garanzie sul diritto d’asilo e comprimere i diritti fondamentali.
Blocchiamo tutto accusa Israele di aver compiuto un’azione illegale contro una flotilla umanitaria e di portare avanti da decenni una politica di oppressione e violazione dei diritti dei palestinesi. Invita quindi a proteste, boicottaggi e isolamento internazionale per fermare questa situazione.

La ricetta della settimana analizza le proprietà della farina di cocco e propone i Biscotti alla farina di cocco e cioccolato, «morbidi al centro e leggermente croccanti fuori».

Buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco

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Articolo di Loretta Junck

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Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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