Palazzo Bonaparte — storica dimora di Letizia Ramolino Bonaparte, madre di Napoleone — ospita, dal 27 marzo al 27 giugno 2026, una mostra dedicata al famoso artista giapponese Katsushika Hokusai.
Curata da Beata Romanowicz e organizzata da Arthemisia con il Museo Nazionale di Cracovia, l’esposizione riunisce oltre 200 opere in anteprima mondiale fuori dalla Polonia.

Hokusai nasce nel 1760 e cresce a Edo, l’attuale Tokyo, immerso nella frenetica cultura dell’ukiyo-e — le “immagini del mondo fluttuante” — un’espressione artistica che dal Seicento in poi si fa specchio dei profondi cambiamenti sociali del Giappone, caratterizzati dai costumi della nascente borghesia di mercanti e artigiani. È in questo sguardo collettivo che Hokusai inizia a catturare ogni dettaglio di ciò che lo circonda e a restituirlo su carta.
Ripercorrendone la biografia vediamo che fin dall’adolescenza si trova a stretto contatto con l’arte e la cultura grazie al suo primo impiego presso una biblioteca; a quattordici anni inizia un duro apprendistato come intagliatore di matrici tipografiche, esperienza cruciale per la futura produzione. La svolta della sua carriera avviene nel 1778, quando entra nella prestigiosa scuola del maestro Shunro, tra i più celebri artisti ukiyo-e, noto per le rappresentazioni di costume, per le narrazioni illustrate di avventure e per gli eleganti ritratti di bellezze dai visi ovali — prima di evolversi verso figure femminili sempre più voluttuose. È qui che Hokusai raffina la tecnica della xilografia e comincia a costruire un linguaggio visivo personale.
Purtroppo però la sua vita è segnata da difficoltà e instabilità: perde il maestro e la moglie, porta il peso della famiglia, cambia nome più volte e si trasferisce molto spesso (cambia oltre novanta case diverse). Eppure da questa esistenza irregolare nasce una produzione straordinaria. Pittore e incisore prolifico, ritrae natura, acqua, paesaggi, figure femminili e vita quotidiana con una visione al tempo stesso poetica e sorprendentemente moderna, ampliando progressivamente il suo sguardo sul mondo.

L’interesse per il movimento e per il racconto della vita ordinaria trova una delle sue espressioni più compiute nelle vedute lungo la via del Tokaido. Dopo le lotte tra clan che avevano segnato il Giappone fino ai primi anni dell’Ottocento, questa strada — che collegava Edo a Kyoto — era diventata una delle principali arterie del Paese. Le sue cinquantatré stazioni non sono semplici tappe geografiche, ma luoghi vivi di scambio e turismo: le stampe le restituiscono come guide illustrate di un mondo in perpetuo movimento, popolato da viaggiatori, lavoratori e donne intente nelle attività del giorno.

Le figure femminili, in particolare, non sono mai semplici comparse: accanto a un baule, nella lavorazione della seta, nella pulizia del pesce insieme agli uomini, nella raccolta delle conchiglie; Hokusai le colloca al centro delle scene, protagoniste di gesti quotidiani. Anche nelle ambientazioni festive, come la tradizionale festa delle bambine, le donne diventano figure chiave nella trasmissione culturale.


In queste opere emerge una concezione dello spazio profondamente diversa da quella occidentale. La composizione non segue una prospettiva lineare, ma costruisce un equilibrio dinamico tra figure, paesaggio e azione. L’artista, inoltre, dedica una particolare attenzione ai dettagli dell’abbigliamento — kimono, acconciature, accessori — che vengono restituiti nella scena con la massima cura. È qui il caso di citare il celebre detto “l’abito non fa il monaco”, che nel caso di Hokusai, al contrario, conta in maniera incisiva. Non sono solo ornamenti, ma elementi di un’estetica precisa che raffigura la vita autentica e quotidiana attraverso una dimensione intima.


La natura è il grande filo conduttore della sua opera: nelle serie dedicate alle cascate e nelle celebri Trentasei vedute del Monte Fuji, Hokusai trasforma paesaggio e acqua in forze vitali, sperimentando nuove profondità cromatiche grazie alle tonalità di blu, pigmento importato dall’occidente. È in questo contesto che nasce la sua celebre opera La grande onda di Kanagawa, simbolo dell’arte giapponese nel mondo: un’enorme onda si abbatte sulle imbarcazioni dei pescatori mentre sullo sfondo il profilo del Fuji si staglia immobile, creando una tensione potente tra movimento e quiete, fragilità umana e grandiosità della natura.

Nell’arco di sessant’anni di carriera artistica, la sua produzione riesce ad abbracciare ambiti molto diversi — dalla letteratura alle scene militari, dai lottatori di sumo agli spiriti giapponesi — restituendo il ritratto di una società nella sua interezza e dimostrando la sua costanza e dedizione nei confronti dell’arte.


È molto interessante vedere come, nelle raffigurazioni di Hokusai, le donne non sono mai relegate nell’ombra, ma compaiono in tutte le loro sfaccettature: dalla quotidianità del lavoro alla forza silenziosa dei gesti, dalla grazia delle scene festive alla potenza fisica. Una dimensione particolare emerge nelle opere legate al folklore e alle leggende giapponesi, dove il femminile si fa simbolico e perturbante, in contrasto con la raffinatezza delle opere di Edo.
Le sue xilografie rappresentano demoni e spiriti — gli yokai — figure nate da gelosia, risentimento o tragiche vicende, sospese tra bellezza e terrore. Nel Lampione sul sepolcro di Oiwa, ispirata alla celebre figura del teatro kabuki, una donna tradita dal marito e avvelenata ritorna dopo la morte come spirito vendicativo: il suo volto, sfigurato dal veleno, appare deformato e spettrale nella luce tremolante di una lanterna. Nel Palazzo di porcellana, il fantasma di una giovane serva ingiustamente uccisa non trova pace: ogni notte emerge dal pozzo in cui era stata gettata, trasformata nell’inquietante figura di un serpente composto da piatti in frantumi. In Hannya che ride, infine, il demone della gelosia femminile si manifesta in una creatura crudele e grottesca, capace di nascondere dietro un volto di straordinaria bellezza una maschera mostruosa.



Fino agli ultimi anni di vita (la morte arriverà nel 1849), Hokusai non smette mai di cercare. Celebre la sua dichiarazione finale, in cui esprime il desiderio di avere ancora tempo per perfezionare la propria arte: «Se il cielo mi avesse concesso ancora cinque anni, sarei potuto diventare un vero pittore», un’affermazione che riassume l’intera esistenza di un artista guidato da una tensione inesauribile verso la conoscenza e la bellezza.
In copertina: Preparativi per la festa delle bambole, 1804-1808, xilografia su carta.
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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.
