La poesia del ruscello 

Quando qualche mese fa ho finito di leggere il Corano, dopo che una mia alunna me lo aveva regalato, la cosa che mi aveva colpito di più era stata la descrizione del Paradiso. Più e più volte è chiamato dal Profeta «il giardino dove scorrono ruscelli». Un’immagine semplice, in apparenza, ma che per me è sempre stata l’espressione della perfetta beatitudine, fin da quando, da bambina, durante le vacanze estive, giocavo al torrente con i pentolini e sognavo di essere una grande chef. Se penso al Paradiso, me lo immagino anch’io così: un grande prato verde ricco di profumi, attraversato da un tranquillo ruscello spumeggiante. Se siete stati qualche volta in Val di Mello, per esempio, sapete di cosa parlo. Quando cammino in montagna e improvvisamente mi imbatto in un paesaggio simile, è proprio questa l’emozione che mi pervade sempre: una pace interiore piena di gioia. È incredibile quanta vita possa contenere un piccolo rivolo d’acqua in un prato. Immancabilmente qualche ranocchia saltella dal bordo, piccoli pesci guizzano tra i sassolini del fondale, libellule e farfalle svolazzano attorno, spesso accompagnate da qualche ape, che viene ad abbeverarsi prima di tornare all’alveare. Se il ruscello crea delle piccole pozze, allora si può incontrare anche il tritone, una creatura così affascinante e rara, da aver ispirato storie antiche e leggende. Nelle zone di fango, si riconoscono i segni inconfondibili degli ungulati, qualche traccia di volpe, faina o tasso. E poi c’è l’acqua, con la sua trasparenza quasi magica, piena dei riflessi del sole, con quel suo suono allegro che pare un solletico. Immergere i piedi stanchi e surriscaldati in un ruscello di montagna è una delle sensazioni più vitali che io conosca. La frescura dell’acqua che scorre ti rimette al mondo, portandosi via i pensieri cattivi, i pesi che ti sei portata dietro dalla città, le fatiche, qualche volta anche i dolori. 
I piedi sono la parte del nostro corpo che sottovalutiamo di più. Sono loro che ci sostengono, che ci conducono dove vogliamo, che silenziosamente lavorano ogni giorno per noi, che ci aiutano a saltare, a correre, a incontrarci, a stare nel mondo. Ci radicano alla terra, non solo fisicamente ma spesso anche emotivamente, ci incollano alla realtà, al qui e ora. Eppure di loro ci occupiamo poco, li diamo per scontati, raramente ce ne prendiamo cura con il rispetto e la gratitudine che meriterebbero. Ecco, il ruscello di montagna ci insegna anche questo: la riconoscenza verso la parte di noi che sta più in basso, ma senza la quale non saremmo in grado di stare nel mondo, né di incontrarci come esseri viventi, figli e figlie dello stesso pianeta.

In copertina: Preda Rossa, Val Masino. Foto di Chiara Baldini. 

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Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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