Toponomastica di montagna. Femminile naturale

Le piccole comunità di montagna diedero in tempi lontani il loro contributo a una toponomastica reale, non civica, interessata al riconoscimento dei luoghi per farne un utilizzo rurale, ereditario, agricolo, forestale, ecologico ed economico, con tutto il significato intrinseco che l’espressione òikos ha: un ambiente vitale. Il mantello linguistico cambia di montagna in montagna. Ma la verde natura delle Prealpi, degli Appennini, dell’Arco Alpino rimane ammantata di tradizioni, tramandate di generazione in generazione da mani che lavorarono: sfalciando il fieno, ammucchiandolo in piccoli monticelli sui prati, e successivamente in grandi cumuli, le mèe, a forma di pera gigante, con un palo a sostegno nel centro. L’architettura del fieno diventa maschile quando assume la forma di un modesto riparo con un tetto che può alzarsi e abbassarsi sostenuto da quattro pali di legno, sotto il quale viene custodito il fieno durante l’inverno: il barco. Le forme dei luoghi in natura sono nominati nei secoli come femminili, ma appena subentra qualche aspetto antropico, diventano maschili.  

Una mèa, ossia un ammassamento di fieno a forma di pera, con un palo molto alto al centro per il sostegno. Arch. Fam. Panozzo Terassa

La toponomastica delle località montane è al contempo un femminile naturale e un maschile antropico. Nei territori della Federazione dei Sette Comuni Vicentini si tramandano oralmente migliaia di nomi di località in antico idioma cimbro. Una lingua che si conservò e si sviluppò sulla base dell’isolamento dei diversi luoghi, vere e proprie isole tra i monti, anche se a breve distanza gli uni dagli altri. È evidente lo scopo dei primi abitatori e abitatrici che utilizzarono quei nomi: orientarsi tra la natura del bosco e quella del villaggio. 

Alcuni barchi del fieno della contrada Mosca a Treschè Conca. Arch. Fam. Battaglia 

Si elencano dunque nomi di località legate alle centinaia di pozze presenti in ogni paese: le pozze sono stagni artificiali di utilizzo agrario e pascolivo. Il terreno dei Sette Comuni Vicentini è carsico, l’acqua non si presenta in superficie ma nel sottosuolo, filtra tra le rocce. Per questo motivo gli allevatori appresero come fornire al bestiame l’acqua necessaria alla pratica dell’alpeggio: creando delle pozze artificiali attraverso la formazione di un avvallamento il cui fondo veniva stratificato di foglie di faggio alternate a terra argillosa. La pioggia vi finisce dentro, e rimane lì stagnante. I loro nomi sono tantissimi. Eccone alcuni esempi: Pozza di Gèvano, Pozza di mezzo, Pozza nuova, Pozza dei grassi, Pozza del cànevo (canapa – utilizzata come maceratura dei gambi della canapa a fini tessili, tipica attività femminile), Pozzetta viva, Pozza morta. In cimbro Laaba, da cui Lonaba (la pozza della frana). Un prato spontaneo (de Bis) è femminile, le grotte (Kùbala da Kuvl), i pianori (Ebene), una sorgente (Tropfa da Trupfa ossia goccia), un pendio (Laita), un albero di tiglio (Linta, uno dei fitotoponimi più significativi ― sotto un albero di tiglio, secondo Mario Rigoni Stern, si riunivano i saggi delle neonate comunità, e questo albero, per il linguaggio cimbro, era un essere vivente di genere femminile, de Linta). Ogni elemento naturale della montagna ha il suo nome specifico. La dinamica della colonizzazione pare aver preso le mosse da una appropriazione di forze della natura che vengono riconosciute come femminili e, in un certo senso, sono sacre, misteriose. Il loro riconoscimento sembra seguire la logica «a ogni bosco sacro il suo villaggio» (Andrea Turco).   

Diverso è il genere dei nomi delle località antropizzate e artificialmente mediate. Quasi tutte hanno dei nomi al maschile. I tentativi di governare il mondo circostante, la necessità di approccio alla natura in senso organizzato e finalizzato alle attività umane trovano per la maggior parte la loro espressione nella toponomastica locale che fa dunque uso di sostantivi al maschile o neutro. Avviene l’inverso di quanto scritto prima, ossia “a ogni villaggio il suo bosco sacro”, prendono così forma la suddivisione delle proprietà collettive e gli usi civici destinati ai diritti collettivi: l’esbosco e la raccolta vengono sottoposte a un approccio normativo (un fossile del sistema longobardo e germanico) di gestione delle proprietà dei villaggi, di cui i singoli non possono disporre se non in equa proporzione.  

Akhar (un campo lavorato, da cui l’acro come unità di misura), Ronnarbeg e Ronnartal (una strada o una valle dei Ronnar, gli abitanti di Roan), Cuolplazo, Sculazzon (da Cuol che significa carbone), Èsserer (località vicina ai focolari dei boscaioli), Stochen (zona con Stökh, ossia ceppi residui da disboscamento), Stonar (una contrada di cavatori di pietre). Un elenco di patronimici che hanno dato il nome ai luoghi abitati: Zavattini, Zamboni, Rigoni, ecc. divengono la spina dorsale del sistema catastale, della possibilità di ereditare, di costruire, di popolare, di suddividere, di mostrare possesso e dominio sul territorio. E insieme ai nomi delle famiglie anche le attività produttive, estrattive, forestali sono incaricate di fornire una nomenclatura di confine e divengono il fulcro del sistema della regolazione territoriale. C’è soltanto un toponimo che trae origine da un soggetto femminile: la località delle Seelighen Baiblen (le Beate Donnette). Esse sono delle figure leggendarie, immagini femminili sacre, atte alla protezione delle attività domestiche, e in particolare al fare il bucato all’aperto e al «distendere i loro candidi pannilini», citando l’abate Dal Pozzo, che così le descrive, facendo riferimento al lino, altro materiale tessile vegetale con il quale ci si vestiva un tempo, dopo mesi di lavoro delle donne tra i campi e i telai. Quando bisogna dominare il Bosco Sacro e finalizzarlo al Villaggio, si rende necessario il mito. Solo così l’energia del femminile può essere controllata tra le mura domestiche e dentro i confini: come rispecchiante il Sacro Femminino, sotto le mentite spoglie dell’epos.  

La grotta delle Seelighen Baiblen, sul fondo della Val d’Assa, sotto il paese di Mezzaselva. Foto di Romina Stella 

I nomi dei luoghi di montagna possono significare la differenza tra limite e confine: quest’ultimo delinea proprietà di dominio (il Villaggio). Il limite invece è una soglia, da identificare per abitare un luogo oscuro, per riconoscerlo e riconoscersi, attraverso la dinamica della venerazione, del rispecchiamento e dell’appartenenza (il Bosco Sacro).   

Una forma di resistenza quasi geologica protegge la vita naturale dei boschi. Nel sacro del bosco la natura è “sgreva”, si fa attraversare ma non si leviga, rimane ruvida, selvaggia, sassosa, rovinosa, sgretolantesi, quasi intoccabile perché tagliente, ma originaria. Ma allo stesso tempo essa sgrava sé stessa, partorisce le proprie possibilità, si libera del proprio peso: si “sgreva” (cfr. il Passo della Sgreva, altra località con un raro nome al femminile).  

 La cupa e selvaggia Val d’Assa, nelle zone tra la località Sculazzon e il paese di Mezzaselva, lungo un antico sentiero dismesso. Foto di Maurizio Frigo Pàur Ceccon 

In conclusione, è un immenso dono comprendere che la toponomastica naturale della montagna è femminile. Il suo manifesto suggerisce di abitare il limite, senza essere addomesticate, praticare gesti di resistenza sotterranea, praticare l’intuito, dare all’impulso verso il piacere le ragioni che esige, restituire al ventre della natura la vita attraverso il proprio ventre, nutrire il seno della natura attraverso il proprio seno, e percepire la facoltà di essere spigolose con l’autorevolezza di vivere una vita onorando la propria ontologica selvatichezza. C’è una quiete consapevole nel riconoscersi ‘Sgreva’: non solo rassicuranti pozze d’acqua ferma, utili agli scopi del Villaggio, ma anche passi rocciosi e difficili, liberatori dell’energia del Bosco Sacro. La maturità culturale femminile è questa capacità di abitare il limite senza il bisogno di essere ‘addomesticate’ da una nomenclatura altrui. Essa è la facoltà di riconoscersi in autonomia come portatrici di senso o dissenso, di appartenere alle circostanze senza distintivi di stato, ma vive, consapevoli delle proprie esperienze, giuste o sbagliate, a proprie spese, ma soprattutto è riconoscere a sé stesse, come singole o come insieme, di essere già presenti da prima.  

Le fonti: G.A. Frigo e D. Frigo, Territori e genti del comune di Roana, Toponomastica storica del Comune di Roana, Istituto di Cultura Cimbra di Roana, 2005; U. Martello Martalar, Dizionario della lingua Cimbra dei Sette Comuni Vicentini, Istituto di Ricerca A. Dal Pozzo di Roana, 1985; il dizionario cimbro online

In copertina: Seelighen Baiblen, sul fondo della Val d’Assa, sotto il paese di Mezzaselva. Foto di Romina Stella. 

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Articolo di Chiara Polato

Laureata in Filosofia a Padova, vivo in montagna da 15 anni. Dopo alcune esperienze lavorative in uffici di pianura, ho aperto una piccola azienda agricola. Sono agricoltrice custode e conservativa. Studio storia locale, le streghe, le coltivazioni tradizionali sulla base di libri di autori locali e i residui del paganesimo nella tradizione popolare.

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