Se Antonio Bortoluzzi ha lavorato sulle immagini e sui corpi, nell’incontro dedicato alla scrittura autobiografica e creativa, che si è tenuto il 17 aprile presso l’Università Roma Tre, Gabriella De Angelis ha riportato l’attenzione sulla parola. Ma non su una parola astratta, bensì sulla parola come traccia di sé.
Ripercorrendo una linea che va dall’antichità al presente, ha ricordato come Socrate guardasse con sospetto alla scrittura, temendo che potesse indebolire la memoria e la capacità dialogica. Eppure, senza Platone, quella stessa voce socratica non ci sarebbe arrivata. La scrittura, insomma, è sempre stata ambivalente: perdita e guadagno, fissazione e apertura.
Un’ambivalenza che torna oggi nelle critiche rivolte ai social network. Anche qui, ha suggerito De Angelis, il rischio è fermarsi alla superficie, accusare i nuovi mezzi di impoverire la comunicazione senza riconoscerne la capacità di moltiplicarla, di mettere in contatto esperienze lontane, di creare archivi diffusi di narrazioni personali. La questione, piuttosto, è come si scrive. Perché ogni atto di scrittura, anche il più quotidiano, rivela qualcosa di chi lo compie.
Da qui, il passaggio alla dimensione più tecnica ma non meno politica: l’importanza dei silenzi, dei vuoti, delle pause. I segni della punteggiatura non sono semplici ornamenti, ma parte integrante del significato. Scrivere non è riempire, ma scegliere cosa lasciare fuori, cosa non è effettivamente rilevante. Anche il lessico, ha sottolineato, è una scelta etica che suggerisce di evitare l’artificio, non cedere alla tentazione di usare le parole rare come ornamento, per costruire una lingua che sia necessaria.
Al fine di far comprendere il messaggio alle studenti presenti, Gabriella De Angelis ha proposto loro degli esercizi pratici. Un momento particolarmente coinvolgente del suo intervento, che ha restituito con decisione alla scrittura la sua dimensione concreta. Non teoria, ma esperimenti capaci di mostrare immediatamente quanto il senso nasca anche da ciò che non si vede.
Il primo esercizio ruotava attorno alla punteggiatura, e in particolare al potere delle pause. De Angelis ha proposto una frase semplice, chiedendo alle studenti di modificarne il ritmo spostando una virgola, o aggiungendo punto e virgola, punto, punto esclamativo, puntini di sospensione: variazioni minime, eppure capaci di cambiare la direzione dello sguardo, la relazione tra i soggetti, perfino il tono affettivo della frase. È in questi scarti, ha sottolineato De Angelis, che si gioca gran parte della scrittura.
Il secondo esercizio ha spostato l’attenzione dal segno al lessico, introducendo direttamente la pagina letteraria. Alle partecipanti è stato proposto l’incipit di Le merendanze di Clara Sereni, letto ad alta voce e poi riletto insieme, soffermandosi sulle parole: «La carne è lì, sul tavolo. Spessa, scura, ancora piena di sangue. Bisogna tagliarla piano, senza perdere neanche una goccia di quel sangue che cola, che si allarga, che resta».
In poche righe, un linguaggio apparentemente semplice costruisce un’immagine potentissima. La ripetizione insistita di una parola concreta come sangue rompe la familiarità della scena domestica e introduce un elemento perturbante, quasi fisico. Non c’è bisogno di aggettivi ricercati o di costruzioni complesse, è la scelta del registro, diretto, materico, essenziale, a generare tensione.
De Angelis ha mostrato con chiarezza come scrivere significhi soprattutto scegliere dove fermarsi, cosa ripetere, cosa lasciare in sospeso. E come, anche nei testi più brevi, ogni dettaglio possa aprire o chiudere mondi di significato.
A partire da questi esercizi, Gabriella De Angelis ha allargato lo sguardo alla scrittura autobiografica, riportandola alla sua funzione più autentica, che non consiste tanto nel raccontare fedelmente ciò che è accaduto, quanto nell’interrogarsi sul modo in cui lo ricordiamo e lo restituiamo. Scrivere di sé, ha suggerito, non è mai un atto neutro, ma una forma di selezione, di montaggio, di interpretazione, oltre che un potente mezzo, se non il principale, per potersi conoscere. Ogni parola scelta, ogni pausa inserita, ogni immagine evocata dice qualcosa non solo dell’esperienza vissuta, ma della posizione da cui la si guarda nel presente.
In questo senso, la scrittura autobiografica diventa uno strumento di consapevolezza. Non perché garantisca una verità definitiva, ma perché costringe a misurarsi con le proprie versioni dei fatti, con ciò che si decide di mostrare e ciò che si lascia ai margini. Anche il silenzio, ha ribadito, è parte del racconto: ciò che non si dice pesa quanto ciò che viene nominato. E proprio per questo, lavorare sulla lingua, renderla precisa, necessaria, non ornamentale, significa lavorare su di sé.
Da qui, il passaggio a una riflessione più tecnica ma altrettanto illuminante su come nasce un incipit. De Angelis lo ha descritto come un movimento graduale, che parte da un dettaglio concreto per poi aprirsi, poco alla volta, a un contesto più ampio. Non serve iniziare spiegando tutto, al contrario è spesso un elemento minimo, apparentemente marginale, a catturare l’attenzione e a generare curiosità.
Un esempio proposto durante l’incontro chiarisce bene questo processo:
«La signora della bottega mi salutava ogni giorno con un cenno».
Una frase semplice, quasi neutra, che introduce un personaggio e una consuetudine. Ma basta un piccolo scarto per attivare una trama:
«La signora della bottega mi salutava ogni giorno con un cenno, ma quel giorno mi fece segno di seguirla».
All’improvviso, qualcosa cambia. La ripetizione quotidiana viene interrotta, il gesto si carica di intenzione e il lettore si trova dentro una tensione narrativa. Chi è quella donna? Perché quel gesto diverso? Cosa sta per accadere?
È così che, passo dopo passo, il dettaglio iniziale si espande, si aggiungono informazioni, si costruisce un contesto, si delineano relazioni. L’incipit, in questa prospettiva, non è una premessa esplicativa, ma una soglia. Un punto di ingresso che non svela tutto, ma orienta, suggerisce, apre possibilità.
E ancora una volta, il cuore del discorso torna alla scelta. Scegliere da dove iniziare significa già decidere che tipo di storia si vuole raccontare e da quale posizione la si vuole guardare.
De Angelis ha evocato un’immagine antichissima: “il mare colore del vino”, formula omerica che continua a funzionare proprio perché non chiude il senso, ma lo apre. Ognuno vede un mare diverso, eppure tutti vedono qualcosa. È questa, in fondo, la forza della buona scrittura: generare immagini condivisibili senza imporle.
È in questo quadro che De Angelis è tornata a soffermarsi su Le merendanze di Clara Sereni, non come semplice esempio, ma come dispositivo di lettura.
C’è, nella scrittura di Sereni, qualcosa di profondamente disarmante, una semplicità che non consola, ma espone. Una lingua piana, quasi domestica, che però non protegge il lettore, lo avvicina, lo costringe a restare. De Angelis ha insistito su questo punto, poiché non c’è compiacimento, non c’è ricerca di effetto, e proprio per questo l’effetto arriva, netto, a tratti spietato.
L’incipit del libro è emblematico. Una scena di cucina, riconoscibile, quasi rassicurante. Eppure, fin dalle prime righe, qualcosa si incrina. Il gesto del preparare il cibo, gesto archetipico della cura, si intreccia con immagini corporee, materiali, persino disturbanti. La carne, il sangue, la consistenza delle cose. Elementi che riportano il nutrimento alla sua dimensione più concreta, all’essere donna, sia per il ruolo attribuitole della società, che la relega in cucina, sia per una componente altrettanto corporea e carnale: il sangue mestruale.
In questa prospettiva, il cibo smette di essere neutro. Diventa linguaggio, memoria, relazione di potere. In Le merendanze, cucinare non è solo un atto d’amore, è anche un modo per dire, trattenere, controllare. Il rapporto tra madre e figlio si muove su un crinale sottile, dove la dedizione può sconfinare nell’annullamento e la cura nel possesso. È qui che, secondo De Angelis, il testo trova la sua forza, nella capacità di restare dentro l’ambivalenza senza scioglierla. Non offre spiegazioni, non cerca consolazioni. Chiede al lettore, e soprattutto alla lettrice, di sostare in una zona scomoda, dove i gesti più ordinari si caricano di significati ulteriori. Dove cucinare, aspettare, offrire diventano atti attraversati da tensioni profonde.
Chiama in causa una lunga storia di associazioni tra femminile e cura, tra donna e nutrimento, tra corpo e servizio. Sereni non smonta questi legami dall’esterno, li attraversa dall’interno, mostrando quanto possano essere insieme necessari e pericolosi.
Nel corso del pomeriggio, la scrittura è emersa così per ciò che è davvero, non un esercizio ornamentale, ma uno strumento di conoscenza e di posizionamento. Un modo per interrogare la propria storia, ma anche per riconoscere le strutture culturali, linguistiche, simboliche che la attraversano.
Scrivere, in questo senso, non serve a “mettere in ordine” qualcosa che già si conosce, ma anche a far emergere ciò che, senza la scrittura, resterebbe indistinto, non pensato fino in fondo.
Alcune cose, ha suggerito De Angelis, diventano chiare solo mentre le si scrive: emozioni che sembravano confuse prendono forma, ricordi che parevano secondari si rivelano centrali, contraddizioni che si evitavano emergono con evidenza. La scrittura costringe a rallentare il pensiero, a sostare, a non scivolare via. In questo senso, è anche un processo di metabolizzazione. Ciò che resta non detto, o solo pensato rapidamente, spesso rimane irrisolto; ciò che viene scritto, invece, passa attraverso un’elaborazione più profonda. È un lavoro che non sempre consola, ma che permette di capire, e quindi, in qualche misura, di trasformare, ciò che si è vissuto. Per questo, nella prospettiva proposta da De Angelis, la scrittura autobiografica non è un esercizio accessorio, ma uno spazio in cui pensiero ed esperienza si incontrano davvero, e in cui diventa possibile conoscersi in modo più onesto, più preciso, meno superficiale.
Su questo punto si è innestato un dialogo molto fertile con Antonio Bortoluzzi, che ha ampliato la riflessione portandola su un piano più esistenziale, in cui scrivere è un’attività totalizzante. Non nel senso romantico del termine, ma in quello concreto, quotidiano. A sostegno di questa idea ha citato La mattina scrivo, un testo che racconta la storia di un fotografo che decide di diventare scrittore. Una scelta che, lungi dall’essere idealizzata, viene mostrata nella sua dimensione più pratica e spiazzante, infatti per scrivere serve tempo, e il tempo, soprattutto quello libero, è difficilmente compatibile con altri lavori.
Nel libro, il passaggio dalla fotografia alla scrittura segna anche un cambiamento radicale di condizione, infatti il protagonista rinuncia a una professione per inseguire un bisogno più profondo, e si ritrova inevitabilmente a fare i conti con la precarietà economica. Diventa, in un certo senso, povero, perché sceglie di investire il proprio tempo in un’attività che non garantisce un ritorno in denaro. È una riflessione concreta, quasi disincantata, che smonta l’idea romantica dello scrittore e ne mostra invece le implicazioni materiali.
Eppure, nello stesso tempo, la scrittura viene descritta come qualcosa di originariamente ludico. Si comincia a scrivere come si gioca da bambini, creando uno spazio separato, con regole proprie, in cui è possibile muoversi liberamente. Bortoluzzi ha evocato l’immagine del gioco delle bambole, un’attività capace di assorbire completamente l’attenzione, ma anche slegata dal mondo esterno, guidata unicamente dal desiderio di chi gioca o, in questo caso, di chi scrive. È in questa tensione tra isolamento e necessità, tra gioco e disciplina, che nasce la pratica della scrittura.
E forse è proprio questo il lascito più prezioso dell’incontro: l’idea che scrivere di sé non significhi chiudersi nell’intimità, ma aprire uno spazio condiviso. Un luogo in cui le esperienze individuali possono incontrarsi, risuonare, diventare finalmente discorso.
In copertina: Gabriella De Angelis, a sinistra, e Antonio Bortoluzzi, a destra. Foto di Danila Baldo.
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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.
