Sballottolati dalla vita, abbiamo bisogno di certezze, ad esempio che il suolo su cui ci muoviamo sia immobile. Ci fidiamo ciecamente di quel pavimento di roccia e sedimenti, come se avessimo firmato un patto tra noi e la crosta terrestre: stai ferma, noi costruiamo città.
Peccato che la Terra non abbia aderito a quel patto.
Sotto di noi, anche in questo momento, enormi lastre di roccia, spesse decine di chilometri, si muovono, s’incontrano, scivolano l’una sull’altra, si spaccano.

È la forza potente che governa la superficie del nostro pianeta, descritta dalla teoria della “tettonica delle placche”. Oggi riusciamo a osservare questi processi mentre si svolgono. O quasi, minuto più, minuto meno.
Per capire cosa sia la tettonica delle placche, bisogna prima accettare un’idea un po’ vertiginosa: la superficie del pianeta non è un guscio solido, ma un puzzle di circa quindici grandi frammenti, le placche tettoniche, che galleggiano su un mantello parzialmente fuso. Il mantello astenosferico, su una scala temporale di milioni di anni, si comporta come un fluido. Una sorta di catrame cosmico, non la più poetica delle similitudini, ma rende l’idea.

Le placche si muovono mediamente da uno a circa dieci centimetri all’anno, più o meno alla stessa velocità con cui crescono le unghie. Sembra poco, ma quando si spostano miliardi di tonnellate di roccia e si hanno a disposizione ere geologiche, anche un centimetro all’anno ridisegna l’aspetto del mondo. L’Africa e il Sudamerica si sono separati circa 180 milioni di anni fa, e chiunque può verificare, con foto satellitari, atlanti e mappamondi, che le coste combaciano ancora perfettamente come i pezzi di un rompicapo. L’India stava un tempo accanto al Madagascar, prima di spostarsi verso nord come un cargo di roccia e fermarsi contro l’Asia, sollevando l’Himalaya. Tutto questo movimento crea qualche scompiglio: terremoti, eruzioni vulcaniche, formazione di montagne. La Terra è un pianeta attivo e queste sono manifestazioni della sua salute.

E arriviamo alle notizie recenti, che hanno stupito anche la comunità scientifica.
Nel gennaio 2024, uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters ha dimostrato che la placca indiana, su cui poggiano il subcontinente indiano e parte dell’oceano Indiano, si sta sfaldando.

La base densa e fredda si stacca dal corpo principale della placca e sprofonda nel mantello, come se il bordo inferiore di un biscotto si sbriciolasse nel tè. La parte superiore, più leggera, prosegue il suo viaggio verso nord, spingendo il Tibet verso l’alto. Questo processo, noto come delamination, non è segno di una catastrofe imminente: avviene in milioni di anni. Ma rilevarlo mentre è in atto, con misurazioni sismiche e geodetiche moderne, è come assistere alla lenta nascita di una catena montuosa.
Ancora più spettacolare è quanto osservato nel 2025 nel Pacifico nord-occidentale. Un gruppo di ricerca internazionale ha documentato per la prima volta in modo diretto (risultati su Science Advances) la lacerazione di una zona di subduzione, il processo attraverso cui una placca scivola sotto un’altra. La zona è quella della Cascadia, che corre lungo la costa pacifica dal Canada meridionale alla California settentrionale e delimita la placca Juan de Fuca. Questa placca, per dirla con le parole degli autori dell’articolo, si sta spaccando “come un treno che deragli lentamente”. I dati gps, le sequenze sismiche e la tomografia sismica (una tecnica che usa le onde dei terremoti per “fotografare” l’interno della Terra, come una tac planetaria) convergono tutti sulla stessa immagine: il pavimento dell’oceano Pacifico si sta strappando in diretta, sotto i nostri piedi.

Ma come fa la geologia a vedere ciò che avviene a decine di chilometri di profondità, in luoghi inaccessibili, in tempi che sfidano l’immaginazione umana?
Lo strumento principale è proprio la tomografia sismica. Ogni terremoto genera onde che si propagano attraverso la Terra come un’eco gigantesca. Le onde viaggiano più veloci nelle rocce fredde e rigide, più lente in quelle calde e parzialmente fuse. Analizzando migliaia di terremoti registrati da reti di sismografi sparse in tutto il mondo, chi studia la geofisica costruisce immagini tridimensionali dell’interno della Terra con una risoluzione sempre maggiore.
A questi si aggiungono i dati gps e gnss ad altissima precisione, che misurano gli spostamenti della superficie terrestre con accuratezza millimetrica. Alcune stazioni gps in Giappone o nell’America del Nord rilevano movimenti impercettibili, pochi millimetri all’anno, che sommati in decenni, rivelano il respiro profondo della crosta. E poi c’è la geologia strutturale classica che studia le rocce affioranti, le faglie e le sequenze di deposizione delle rocce, stratificate nelle montagne.
La combinazione di questi metodi permette alla geologia di osservare il presente non solo per ricostruire il passato, ma anche per comprendere il futuro.

La tettonica delle placche è una teoria scientifica relativamente giovane.
Quando Alfred Wegener, nel 1912, presentò la teoria della deriva dei continenti alla comunità scientifica, non fu ben accolta. I colleghi lo definirono visionario, nel senso di completamente pazzo. Non aiutava la sua fama scientifica il fatto che Wegener non riuscisse a spiegare il meccanismo: cosa muoveva continenti interi? Senza una risposta, l’idea restò per decenni un’ipotesi guardata con scetticismo.
La risposta arrivò, nei decenni successivi, dallo studio dei fondali oceanici. Grazie anche al lavoro di scienziate come Marie Tharp, furono scoperte e mappate le dorsali oceaniche: catene montuose sommerse, lunghe decine di migliaia di chilometri, dove il mantello fuso risale in superficie e genera continuamente nuova crosta. Questa nuova crosta si espande simmetricamente verso i lati — come un nastro trasportatore che allontana le placche dalle dorsali — finché, ai margini opposti, la crosta più antica e densa sprofonda di nuovo nel mantello, in quelle che si chiamano zone di subduzione. Nascono così i terremoti profondi, i vulcani, le fosse oceaniche.
È questo il meccanismo alla base della tettonica delle placche: un ciclo continuo di formazione e distruzione di crosta, che muove i continenti, solleva le montagne e ridisegna la faccia del pianeta su scale di milioni di anni. La teoria, nella sua forma moderna, fu consolidata tra gli anni Sessanta e i Settanta del Novecento ed è oggi uno dei pilastri delle scienze della Terra, una di quelle idee che, una volta capita, rende impossibile guardare una cartina geografica come prima.

Quello che le scoperte recenti ci dicono è che la Terra è più dinamica, e più imprevedibile nei suoi meccanismi interni, di quanto credessimo. La placca indiana che si separa, quella del Pacifico nord-occidentale che si lacera verticalmente, sono tappe di un ciclo continuo, il ciclo di Wilson, che descrive come le placche nascono, migrano, si scontrano e vengono riciclate nel mantello nel corso di centinaia di milioni di anni.
L’immagine che abbiamo di mari e terre emerse non è che un’istantanea.
Il Nord America si allontana dall’Europa di circa 2,5 cm l’anno (non ditelo a Trump), il Mar Rosso è, geologicamente parlando, un giovane oceano appena nato, la Rift Valley africana è una cicatrice che si allarga di pochi centimetri ogni anno e tra decine di milioni di anni si aprirà in un nuovo mare. L’Italia stessa è il risultato di un’incredibile sequenza di collisioni: la zolla adriatica che spinge verso nord, quella euroasiatica che preme da ovest, con le Alpi e gli Appennini come cicatrici di scontri ancora in corso. I Campi Flegrei, il Vesuvio e l’Etna non sono particolarità locali, ma la firma superficiale di dinamiche profondissime.
Costruiamo strade, città, reti ferroviarie ad alta velocità, e il suolo sotto di noi si sposta, si frattura, si solleva, sprofonda. Il pianeta ha i suoi affari da sbrigare, e noi siamo qui da troppo poco tempo per fargli cambiare programma.
Noi, nel frattempo, mettiamo i piedi a terra ogni mattina e continuiamo a fidarci della sua solidità. Non possiamo fare altro.
In copertina: Placca Juan de Fuca e fossa della Cascadia. Dal sito https://www.usgs.gov/
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Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.
