Barbagia e dintorni, donne interessanti fra realtà e fantasia

Cosa si intende per Barbagia? Si tratta di quella zona montuosa, selvaggia e aspra che va dal massiccio del Gennargentu alla provincia di Nuoro, il cuore della Sardegna più vera e custode di tradizioni millenarie, battezzata dai conquistatori romani “barbaria” perché di fatto si rivelò inespugnabile. Simbolo della resistenza della popolazione locale ed esempio di lotta per la libertà fu Amsicora, comandante mitico che visse nel III secolo a.C. e capeggiò il bellum sardum, utilizzando tattiche di guerriglia contro le legioni guidate dal console Tito Manlio Torquato; dopo la sconfitta definitiva a Decimomannu, alla prigionia preferì il suicidio. Le aree che si definiscono Barbagia sono più di una: la Barbagia di Nuoro, quella di Ollolai, quella di Belvì, quella di Seùlo, il Mandrolisai e l’Ogliastra. Oggi è terra di boschi, pascoli, vigneti del celebre cannonau, produzione del pecorino Fioresardo e di salumi prelibati, ideale per escursioni e trekking in paesaggi incontaminati, fra nuraghi e fantastici siti archeologici; qui si realizzano in modo artigianale i culurgiones più buoni, le più gustose seadas e il migliore pane carasau

Orgosolo. Donne che filano. Foto di Laura Candiani

Orgosolo, uno dei più importanti comuni della Barbagia di Nuoro, alle falde del Supramonte, è un paese famoso per i circa 300 murales (i numeri però sono discordanti: alcune fonti dicono 400, altre addirittura un migliaio o più…) che raffigurano eventi significativi, ricordano personaggi storici, da Gramsci a Lussu, testimoniano un forte impegno politico: contro le ingiustizie e le disuguaglianze sociali, contro la guerra del Vietnam, contro le guerre in genere, contro il militarismo… Tutto iniziò in occasione delle proteste per la costruzione del poligono di tiro di Pratobello nel 1969, quando il collettivo anarchico di origine toscana, Dioniso, realizzò il primo nucleo di murales contro la militarizzazione dell’Isola. Nel 1975 Francesco Del Casino, insegnante senese e animatore del gruppo, coinvolse le sue classi in un progetto educativo. 

Orgosolo. Mamme e nonne con infanti. Foto di Laura Candiani

Nel tempo i soggetti si fecero più vari, comprendendo il lavoro di donne e uomini, scene di vita quotidiana, le tradizioni locali, le bellezze naturalistiche, fatti d’attualità: da Tangentopoli all’attentato alle Torri gemelle. Arrivarono artisti e artiste da tutta l’Italia ma anche dall’estero per decorare le case, così le vie sono diventate una galleria d’arte a cielo aperto, in continua evoluzione.
Da almeno un ventennio vengono pure organizzate iniziative che richiamano protagonisti della scena artistica internazionale, come Mario Marras, Angelo Lai, Vallely Lorcan. Ne è passato di tempo dal pluripremiato film Banditi a Orgosolo, girato nel 1961 dall’esordiente Vittorio De Seta nella triste epoca dei sequestri e del banditismo, spesso per molti pastori unica possibilità di sopravvivenza e di ribellione ai soprusi. Ora per le strade passano turiste e turisti curiosi e appassionati, desiderosi di immergersi nella realtà locale e di assaggiare le squisite specialità gastronomiche. 

Orgosolo. Celebrazioni in onore di Antonia Mesina. Foto di Laura Candiani

Nella cripta della parrocchiale del Santissimo Salvatore sono custodite le spoglie della beata vergine e martire Antonia Mesina (21 giugno 1919 – 17 maggio 1935) della quale si sono svolte lo scorso anno le celebrazioni in occasione dei novant’anni dall’uccisione. La giovanissima vittima della brutale violenza fu beatificata il 4 ottobre 1987 da papa Giovanni Paolo II e qui il suo corpo è esposto in una teca di vetro con indosso l’abito festivo delle spose orgolesi. Volendo approfondire la dolorosa vicenda, si consiglia la lettura del volume di Piera Serusi: Antonia Mesina. La martire ragazzina, Società editrice L’Unione Sarda, 2019.

Orgosolo. La magnifica artigiana Maria Corda. Foto di Laura Candiani

Per chi ama le più raffinate forme di artigianato femminile una visita immancabile conduce al laboratorio “Tramas de sedas” di Maria Corda, una delle ultime abilissime esperte nella lavorazione della seta e nella realizzazione di su lionzu, elemento unico tipico dell’abito delle donne locali, lunga benda che si avvolge come una sorta di cuffia intorno alla testa e al collo. 

Una giovane orgolese indossa su lionzu. Foto di Fabio Sassu

La gentile signora ama descrivere e mostrare il suo paziente lavoro che comprende tutte le fasi della produzione della seta e della successiva tessitura. Il baco da seta è l’unico insetto “addomesticato” perché vive e si ciba grazie alle foglie di gelso fornite dagli esseri umani; è anche un animale che cresce in maniera prodigiosa, dal minuscolo “seme” al baco che a un certo punto smette di nutrirsi per produrre il bozzolo, il cui filo va dai 300 ai 900 metri di lunghezza. 

Orgosolo. Le minuscole uova e due bozzoli. Foto di Laura Candiani

Il bozzolo femmina è tondeggiante, quello maschile ovoidale, dalle coppie prescelte fra le migliaia prodotte nasceranno le uova da far crescere di nuovo. Il baco qui allevato è di una varietà tipica di Orgosolo, infatti il bozzolo non è propriamente bianco, ma giallino; una parte dei fili ottenuti sarà tinta con lo zafferano per rendere il tessuto più brillante. Quando lo sviluppo dei bozzoli è concluso, va interrotto e si procede con una essiccazione, quindi si passano nell’acqua bollente, poi con dei rametti si smuovono e si “fruga” fra di loro, quelli che si attaccano evidenziano il “capo” del filo che poi verrà tirato e attorcigliato con altri, ugualmente sottilissimi ma forti. 

Orgosolo. Strumento per filare la seta. Foto di Laura Candiani

Una tradizione meravigliosa, conservata con amore, non tanto per motivi di tornaconto economico perché un lavoro del genere non ha prezzo e poi non ci possono essere parecchie vendite (infatti molte ragazze ereditano gli abiti e i copricapi così preziosi da mamme e nonne, mentre alcune donne fanno da sole tutto il procedimento), ma per salvaguardare un’usanza che altrimenti si perderebbe. 

Spostandosi di poco nella Baronia, sempre in provincia di Nuoro, pure a Lula abbiamo notato diversi murales, alcuni davvero significativi, in cui le donne sono protagoniste e affermano risolute il proprio ruolo, nella storia e nella società. Vogliamo citare per intero un testo: «Non dimenticateci… anche noi abbiamo fatto la storia. Il nostro contributo di fatica e di sofferenza, di sacrificio e di coraggio, di solidarietà e di amore, ha dato al duro lavoro di miniera un volto di dignità e umanità che solo noi donne sappiamo portare ovunque». 

Lula. Murale con una poesia di Iride Peis. Foto di Laura Candiani

Si tratta di una poesia di Iride Peis Concas, nata a Guspini nel 1940, a lungo insegnante elementare, residente per un ventennio a Montevecchio dove poté conoscere, anche attraverso il lavoro del marito medico, la durezza del faticoso mestiere nelle miniere di blenda e galena, che coinvolgeva le operaie, e a cui dette voce con un libro di racconti e fiabe (Le Janas di Montevecchio), con testimonianze (Donne e bambine nella miniera di MontevecchioVoci di donna nella collina di Gennas Serapis)con collaborazioni a film e documentari, con eventi culturali. Oggi quei luoghi in abbandono, ma di grande fascino e pieni di ricordi, sono visitabili e fanno parte del Parco geominerario storico e naturalistico della Sardegna, riconosciuto sito protetto dall’Unesco. 

Lodè. Fra finzione e realtà. Foto di Laura Candiani

Lodè ci hanno colpito murales con graziose scene di vita quotidiana che uniscono elementi reali, come una fontana o una porta, a figure di donne che fanno capolino o sembrano recarsi davvero ad attingere l’acqua. 

Galtellì. Passo tratto da Canne al vento. Foto di Laura Candiani

Galtellì sono visibili ricordi concreti di Grazia Deledda che qui ambientò il suo celebre romanzo Canne al vento, ribattezzando il paese Galte.

Galtellì. Monumento a Grazia Deledda. Foto di Laura Candiani

La sua presenza, a cento anni dal Premio Nobel, si avverte ovunque grazie a numerose placchette di ceramica con frasi prese dal testo, ma anche con cartelli esplicativi, come quello posto sulla facciata del palazzetto delle dame Pintor, e con un bel monumento in marmo e metallo. Ne abbiamo parlato diffusamente sul n.5 di questa rivista

Oliena. Donna al lavoro. Foto di Laura Candiani

A Oliena, ai margini della Barbagia di Ollolai, su parecchie abitazioni anziché murales si trovano grandi foto che raffigurano personaggi del posto intenti alle consuete attività legate all’agricoltura e alla pastorizia, fra cui molte donne che fanno il pane, portano l’acqua nelle brocche, lavorano al telaio.

Bitti. Strumento per cardare la lana. Foto di Laura Candiani

A Bitti, nella Barbagia di Bitti, dove è visitabile l’interessante sito archeologico “Su Romanzesu”, il Museo della civiltà pastorale e contadina, affiancato dall’imperdibile Museo multimediale del canto a tenore, dà la possibilità di conoscere dal vivo oggetti di uso quotidiano delle donne, nella tradizione locale: l’arcolaio, il telaio, lo strumento per cardare la lana.

Con questo itinerario, pur non esauriente, ci auguriamo di aver portato qualche suggerimento per futuri viaggi e di aver fornito idee per conoscere meglio la Sardegna (quella “vera”, secondo molti pareri), fra località e paesaggi dell’entroterra, altrettanto vari e affascinanti rispetto alla rinomata costa e alle sue attrattive.

In copertina: Orgosolo. Saggezza antica. Foto di Laura Candiani. 

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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