«Va’ in mona!». Nel palazzo di via Fulvio Testi, l’unico, in tutto il corso, arretrato rispetto alla linea della strada, nella redazione milanese de l’Unità che allora era detta delle “Province”, sembra di esser tornati sulle montagne dopo l’8 settembre.
Nebbia, di sigarette, bassa e densa, e un continuo mitragliare di macchine da scrivere che si rispondono l’un l’altra in un guerreggiare senza tregua.
L’ordine di brigata arriva in dialetto, come tante volte sarà successo anche allora, in bellunese stretto: «Va’ in mona!».
A ubbidire, volenti o nolenti, senza forse possibilità di appello, corrispondenti e dirigenti del giornale: democrazia spicciola, nella quale chiunque può incorrere in sfuriate e imprecazioni.
Nei giovani c’è forse soggezione, nei dirigenti meno accondiscendenza verso quella donna che, con la terza elementare, sa e può dire la sua con assoluta cognizione di causa. E la dice, poi, senza filtri, né orpelli a ingentilire il discorso. «Va’ in mona!» è quella cosa là, non uno scherzo, né un consiglio; piuttosto un comando secco che non ha bisogno di essere ripetuto.

Tina Merlin, Clementina, è la giornalista del Vajont, la “piccola” corrispondente di provincia che ha, da sola, fatto battaglia contro il colosso Sade; e Tina Merlin è anche quella che, a neanche vent’anni, è diventata staffetta di collegamento tra il comando di battaglione e il comando di brigata, su e giù per la montagna, a combattere i tedeschi e i fascisti, a fare «la guerra alla guerra». È tante cose, Tina Merlin, ma lì, nella redazione dell’Unità di Milano, nel 1972, è soprattutto una che non ama quello che fa, che non vuole star lì a correggere bozze e impaginazioni. E non perde occasione per farlo presente. Vuole la strada, vuole la gente, vuole la voce che ha saputo dare fino a quel momento a chiunque ne avesse poca. O non ne avesse affatto.
Schiena dritta, Tina Merlin. E testa dura. E una capacità di cocciuta autosufficienza morale che le permette di affrontare le esperienze senza paura della solitudine. È montanara, Tina Merlin, che quando nasci da quelle parti lì, le vette e le crode non smettono mai di disegnarti e di riempirti, indipendentemente dal posto che poi ti accoglie, raccoglie e sopporta. E come le rocce e gli spuntoni, graffia e gratta, apre ferite che, nell’inerzia dell’indifferenza, avrebbero finito per suppurare.
Sa la fatica dei terreni impervi e la bellezza che si apre nei paesaggi; il freddo che rende tutto pietra e le zolle rivoltate che sanno annunciare la primavera. Tutto questo Tina Merlin se lo porta dietro ovunque vada, come un bagaglio di sopravvivenza, manciata della terra materna che i migranti e le migranti tengono nascosta vicino al cuore.
Sempre sentirà lo sciabordio della Marteniga, il fiume che scorre vicino alla casa dove è nata, a Trichiana, in provincia di Belluno, il 19 agosto 1926, come se l’irrequietezza di quel rio alpino avesse dettato il suo agire per tutta la vita.
Sua madre, Rosa Dal Magro, è una che dai campi riesce sempre a cavare cibo per la propria famiglia, e che, nonostante questo, temerà sempre la fame e «le debite»; suo padre, Cesare, è uno stagionale che, per lavoro, sarà per lunghi periodi lontano, tanto che la figlia crederà che quello del migrante sia un vero e proprio mestiere.
E proprio di questo parlerà sempre la Merlin giornalista; di questo si occuperà sempre la Merlin politica; questo avrà nella testa e nel cuore la Merlin partigiana. Questo: la classe lavoratrice, le donne, i migranti, le migranti e la montagna.

I suoi genitori sono sposi di seconde nozze: il primo marito di Rosa Dal Negro l’ha lasciata vedova a crescere un figlio, Luigi, deceduto poi per una congestione. Da questo nuovo matrimonio nasceranno Ida, Giuseppe Benvenuto detto “Nuto”, che morirà bambino di febbre spagnola, Remo, Antonio detto “Toni”, Giuseppina detta “Pina” e, in ultimo, Clementina detta “Tina”.
Il mondo della Marteniga, il mondo di Trichiana, pare un canovaccio da Commedia dell’Arte, una corte dei miracoli senza poveri e reietti, ma con personaggi tali per cui sembra esserci un copione a dettare i fili delle esistenze: c’è «Moca, che andava per carità»; «c’è Toja Tarlame, che diceva sempre di sì bofonchiando da muto»; c’è «Cencio But, pronto sempre a dare una mano»; c’è «Jeja Dosolina, che piangeva e rideva per nulla»; c’è «Zanin, vecchio contadino che scaturiva i ragazzi trovati a slittare sui suoi campi»; c’è «Meneghel, la guardia municipale, con le sue multe e i suoi sequestri»; c’è «Don Alfonso, con le sue indecorose prediche».
Da loro, da ciascuno di loro, Tina Merlin comprende fin da piccola di appartenere a un gruppo sociale diverso da quella dei padroni, diverso da quello di chi ha il potere. Capisce di non esistere solo come persona singola, ma come entità collettiva; e capisce che, in quel mondo lì, chi ha il potere ha sempre ragione. Tra la gente, che non conosce la politica e che esegue “gli ordini” dei governanti piuttosto che esercitare i propri diritti, Merlin impara a “star sotto” e a rimanere in silenzio. Lo impara, forse, ma non lo accetta. All’età di tredici anni, senza aver finito la scuola elementare, va a servizio a Milano e vive le prepotenze come vere e proprie ingiustizie di classe. Se ne andrà, disubbidirà. Farà suo l’insegnamento del fratello Toni: il valore morale di un individuo dipende dalle sue scelte, non dalla sua nascita. Così, dopo l’8 settembre, quando decidere significa stare o meno dalla parte giusta, Merlin entra nella Resistenza, nome di battaglia Joe.
La guerra ha già preteso che le venisse pagato un anticipo: la divisione del fratello Remo, la Julia, i cui reggimenti e divisioni sono stati ricostruiti già per tre volte dopo le decimazioni della Grecia e del Montenegro, viene messa nuovamente in piedi; e Remo, che era un riservista, viene chiamato sul fronte russo dal quale non farà mai ritorno. La Patria, che un tempo aveva il mito del soldato di «garante costituzione», ha smesso da tempo di fare la schizzinosa, facendosi andare bene anche chi prima avrebbe scartato. La cosa importante è la quantità. Che poi la morte, quando arriva, non va certo a chiedere il curriculum di chi decide di portare con sé: nel computo delle vittime, le qualità non aumentano le spunte sull’elenco. E spunta è diventato anche Toni.

«La guerra va sempre avanti», scrive la madre a Tina. Va sempre avanti e non arretra mai, nemmeno quando sta per finire. Come le bestie agonizzanti, esplode tutta la sua furia, portando con sé più vite possibili, a pareggiare un conto che la vorrebbe sempre vittoriosa. Così, il 26 aprile del 1945, negli ultimi spasmi, decide di prendersi Toni, il comandante Bill, con un colpo alla testa. È un dolore enorme e forse inaspettato. E quando al funerale del fratello Merlin vede arrivare alcune ragazze che fino a poco tempo prima si accompagnavano a soldati tedeschi, va loro incontro e inizia a schiaffeggiarle. Il suo è un atto simbolico e politico; pare dire: «distinguiamoci, noi che siamo stati e state dalla parte giusta; contiamoci, noi che abbiamo tirato fuori questo Paese dalle macerie, combattendo contro chi, quelle stesse macerie, le ha volute». Davanti alla Storia non c’è uguaglianza né di scelte né di intenti.
È, quello, il primo schiaffo che Merlin tira ai compromessi e al servilismo di potere. Anche a guerra finita, sarà sempre una partigiana, schierata al di là della barricata, in prima linea per tentare di creare uno Stato in cui anche gli operai e le operaie, i contadini e le contadine, gli stagionali e le ragazze “serve”, possano riconoscersi. Soprattutto, ella crede che le donne, anche in virtù del loro impegno nella Resistenza, debbano smetterla con il silenzio e l’“educazione” e puntare i piedi, finalmente, e alzare la voce e decidere.
Nel 1946 si iscrive alla sezione del Pci di Trichiana e, nello stesso anno, decide di frequentare per quattro mesi la scuola di partito a Milano: per lei, ragazzina a servizio, significa tornare, donna, nella grande città da vincitrice.
Nel 1947, tornata a Belluno, le viene affidato un incarico politico all’interno del ricostituito Fronte della gioventù comunista. Inoltre, su esplicita richiesta di Marisa Musu, collabora anche con l’Ari, l’Associazione ragazze d’Italia. In entrambe sarà consigliera nazionale. Dopo che la Fgc chiude, insieme a Michele Tormen e Peppino Zangrado costituisce la sezione della Fgci bellunese. Il lavoro di Merlin nel territorio provinciale non è facile: il partito non vede di buon occhio l’impegno delle donne, anche in luce del fatto che lì le iscritte sono l’1%.

de L’Unità
Però lei è testa dura e nel congresso del 1951 viene eletta nel comitato federale, l’anno precedente all’Anpi entra nel comitato provinciale e, ancora nel 1951 viene messa in lista per il comune di Belluno pur senza indicazione di voto. Il suo rapporto con il partito è lungo e profondamente conflittuale. Tina Merlin è scomoda: troppo altera, troppo rigida, troppo orgogliosa. E, si sa, ciò che in un uomo è qualità, in una donna diventa difetto.
Poi, sempre nel 1951, inizia a lavorare a l’Unità come corrispondente provinciale. Sa bene Merlin di avere un basso livello di istruzione, ma da autodidatta cocciuta inizia a scrivere. Aiutata dal marito Aldo Sirena, il partigiano Nerone, che le fa conoscere anche letture impegnate, compone, oltre ai primi articoli, racconti e poesie. Con alcuni vince persino premi letterari. Le poesie, poi, piacciono a Gianni Rodari che le dice, più volte e in più lettere, di non abbandonare questa sua vena.

E lei non solo non la abbandonerà, ma farà della parola scritta il suo mestiere e il suo grimaldello; una nuova bicicletta con la quale continuare a combattere la mai finita Resistenza. Perché la lotta partigiana sarà sempre il vaglio attraverso il quale leggere la realtà politica, sociale e culturale di questo Paese; un tentativo costante di non rendere vana l’esperienza più alta della storia d’Italia, che tanti sacrifici ha chiesto in cambio, ma che ha anche dato la cosa forse più importante: la possibilità concreta di creare una società giusta e paritaria. Resistenza, donne, emigrazione e montagna sono i temi di cui si occuperà come giornalista.
Quello della corrispondente è un lavoro pagato pochissimo e, nonostante questo, Merlin lo affronta con assoluto impegno. Ha un bisogno insito di “pareggiare i conti”, di riscattare sé e la propria classe sociale. È un’esigenza costante e imperitura, che la accompagnerà per tutta la vita. Le sue parole sono le misure di chi sta in basso; i suoi articoli, sassate contro lo specchio nel quale il potere ammira sé stesso.
Nel 1952 apre un’inchiesta, a puntate, sulle condizioni di lavoro delle donne bellunesi; a partire dall’11 gennaio 1953 scriverà, ancora a puntate, dell’emigrazione maschile. Il suo stile è ancora grezzo, «emozionato e scolastico» dirà Mario Isnenghi, pieno di fonti orali e di testimonianza diretta, quasi a voler tenere un filo diretto tra lei, che scrive, e le persone, che vivono e subiscono. E poiché una storia non esiste finché non viene raccontata, la penna di Merlin non si ferma mai, a fare da megafono a chi pensa di non avere nessuno che ascolti, a dare valore e senso alla verità.
L’inchiesta si conclude con un articolo che, in continua anafora, è, allo stesso tempo, una denuncia, un progetto e una preghiera:
«Gli emigranti non chiedono lauti guadagni, chiedono lavoro. Chiedono la possibilità di restare a guidare la loro casa, di fare veramente da mariti e da padri. Chiedono l’umano, se vogliamo il cristiano diritto all’unità della famiglia. Chiedono scarpe e cibo e possibilità di istruzione per i figli. Chiedono il loro diritto a non morire in terra straniera, quasi fossero in guerra, sepolti vivi nelle gallerie o fatti a pezzi dall’esplosivo. Chiedono lavoro in patria perché amano la loro terra. Vogliono godersela in pace, nel lavoro, assieme alle loro famiglie, con le canicole e le nevi, i fiori e i prati, le montagne e le vallate, i fiumi e i laghi e la gente tutta, lavoratrice e pacifica».
Ciò che fa Merlin, ciò che farà con la vicenda del Vajont, ciò che farà con le inchieste sugli operai bellunesi emigranti rimasti vittime delle tragedie di Zermatt, Valle Aurina, Val di Sass e Mattmark negli anni Settanta, è di dare un nome, un cognome, un passato e una storia a ciascun individuo, stracciando l’etichetta totalizzante che cancella e inibisce il dolore.
Nel 1956 inizia una lunga serie di articoli in difesa della montagna: a marzo si occupa del comune di Forno Zoldo che, all’insaputa delle sue frazioni, svende terre alla Sade; il 13 maggio pubblica un articolo dal titolo I monopoli “rapinano” la bellezza della montagna; in luglio denuncia i danni che il bacino artificiale di Vallesella sta provocando all’abitato.

di Tina Merlin (1983)
Poi arriva il Vajont.
Tina Merlin giunge in valle ben prima che la stampa e la politica si accorgano di quello che sta accadendo. Di quello che accadrà. E, come è noto, si occupa fin da subito degli abitanti di Erto e Casso, dando loro la dignità dell’attenzione. Nel suo celebre articolo La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono, e poi nel libro Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, pubblicato nel 1983, ci parla, sì, di bacini, di invasi, di frane e di potere. Ma Merlin, soprattutto, ci parla di Maria Corona, che ogni volta la invita a mangiare e a bere; ci parla di Giovanni Martinelli, anziano e battagliero, che alle riunioni del Consorzio per la rinascita della Valle ertana viene armato di cartelloni contro la Sade e contro il governo e che perderà il figlio di ventisei anni; ci parla di Giuseppe Pezzin, oste di San Martino ed ex sindaco di Erto, che morirà il 9 ottobre; ci parla di Antonia Filippa da Prada, che dice che contro la Sade bisogna prendere il fucile e che sarà dispersa, insieme al marito; ci parla di Celeste Martinelli, che si salva, perché in Svizzera; ci parla di Domenico Corona, che ne uscirà vivo.
La vicenda di Tina Merlin e del Vajont è paradigmatica della piramide del privilegio che da sempre regola e organizza ogni aspetto della società. Cassandra inascoltata, la sua denuncia, come scrive Giampaolo Pansa, ha subito un black-out spesso tre volte: è una donna, è una corrispondente di provincia, è una comunista che scrive per un giornale di partito. Le notizie che riporta nei suoi articoli sono precise e articolate, tanto che si pensa che ella abbia avuto un contatto illustre all’interno della Sade. Stando a ciò che scrive il figlio, Toni Sirena, si tratterebbe di Mario Pancini, ingegnere che dirigeva il cantiere, morto suicida il giorno prima dell’apertura del processo a L’Aquila.
Eppure, dopo il 9 ottobre 1963, Tina Merlin, che viene cercata da moltissima stampa estera, qui in Italia è tacitata e dimenticata, non fosse per l’accusa di sciacallaggio che giornalisti come Montanelli muovono a lei e al Pci, rei di non voler spegnere i riflettori. Le luci sul Vajont, però, si spengono comunque, per decenni, lasciando a Merlin l’angoscia di non aver fatto abbastanza.
Dopo una parentesi di circa un anno, durante la quale si reca in Ungheria, ritorna a Vicenza nel 1968. Qui segue le lotte dei tessili e delle tessili della Valdagno e dei ceramisti e ceramiste del Nove. Tra il 1969 e il 1972 scrive quasi un articolo al giorno, anche per la pagina culturale. Nel 1970 viene mandata a Venezia a seguire le lotte operaie di Porto Marghera e qui si trova al centro degli scontri tra i manifestanti, le manifestanti e la polizia. La cronaca di ciò che accade esce su l’Unità in un articolo dallo stile nominale che rende perfettamente la concitazione di quei momenti.
Poi, finalmente, dopo trent’anni di “gavetta”, viene assunta a Milano come giornalista professionista. Gli anni Settanta, gli attentati terroristici, le grandi rivolte di piazza, Tina Merlin li vive dentro le fabbriche, non nascondendosi mai, ma affermando con forza e senza poesia da che parte stesse.
Nel capoluogo lombardo rimane fino al 1974. Si sposta a Venezia e qui riprende a occuparsi di lotte operaie. Ma è proprio in terra di laguna che si consuma la rottura definitiva con il giornale. La redazione centrale de l’Unità ha deciso di abolire le pagine locali a favore della sola cronaca veneziana. Viene, cioè, a mancare la possibilità per Merlin di parlare della sua gente e delle sue montagne.
Se ne va.
Però, continua a scrivere. Nel 1981 diventa direttrice responsabile del periodico Veneto Emigrazione e, con l’Associazione Bellunesi nel mondo compie numerosi viaggi in Svizzera per incontrare lavoratori e lavoratrici migrati lì, raccontando di loro e delle loro storie. Dirige poi la rivista L’uomo e l’ambiente e collabora con Giorni. Le vie nuove dell’agricoltura.
Andrà in Messico, in Cina, a Cuba, in Vietnam, nell’allora Cecoslovacchia, in Egitto, in Svezia, in Jugoslavia e nella Ddr. E, nel 1985, andrà in Russia per tentare di trovare qualche traccia del fratello Remo, tornandoci, poi, nel giugno del 1990. Rientrata dalla prima visita in Unione Sovietica, collabora con Nuova Venezia, la Tribuna di Treviso e il Mattino di Padova, sui quali pubblica, in quattro puntate, il resoconto del suo viaggio. Sullo stesso tema, invia anche un articolo a Patria Indipendente, chiedendo che l’Anpi si prodighi affinché il governo si faccia carico del trasporto in Italia dei resti dei soldati morti in Russia.
Tra le fondatrici dell’Isbrec, l’Istituto storico bellunese della resistenza e dell’età contemporanea nel 1965, negli anni Ottanta si dedica a un lavoro approfondito del ruolo delle donne nella lotta partigiana.
Con indagini filologiche accurate, confrontando testimonianze, documenti redatti dai comandi partigiani e dai Gruppi di difesa della donna, riesce a ricostruire, brigata per brigata, i nomi di centosettantasette tra staffette e combattenti, oltre a quelli di donne “comuni” il cui contributo è stato ugualmente prezioso e risolutivo. Tutto ciò confluisce poi nella relazione dal titolo La guerriglia delle donne: status, coscienza, contraddizioni, presentata il 20 ottobre 1990 al convegno sugli aspetti militari della Resistenza. Si conclude, così, uno studio iniziato nel 1955 con l’articolo Le donne bellunesi della resistenza, pubblicato su Nuovo Domani e che ha portato anche alla pubblicazione del libro Menica e le altre. Racconti partigiani. Un lavoro di indagine induttiva che, dal particolare, ha ampliato il proprio respiro riuscendo a tratteggiare una storia dal carattere nazionale e, in qualche maniera, anche universale. E questa è sempre stata la caratteristica preponderante, e la forza assoluta, di Tina Merlin: partire da ciò che meglio conosce e capire, con profonda intelligenza, che il suo mondo, poiché uguale e diverso a tanti altri mondi, l’ha resa parte di una realtà più grande che è quella della società umana. Sempre montagna e mai isola, ha parlato di sé, per sé, per poter parlare di noi e dell’altro.
Morta il 22 dicembre del 1991, dovessimo riassumere tutta la sua meravigliosa esistenza, potremmo usare un verso di Pier Paolo Pasolini:
«non c’è altra poesia che l’azione reale».
E Tina Merlin, con la sua terza elementare, ha scritto forse la poesia più bella che potesse essere composta.
Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.
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Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Filologia moderna, è giornalista pubblicista. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere la forza di continuare a chiedere: Shomèr ma mi llailah (Sentinella, quanto [resta] della notte)? Crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.
