Il 24 maggio ricorre il decimo anniversario della morte dell’artista Carola Mazot, veneta di nascita (era nata a Valdagno il 2-12-1929) e milanese di adozione (muore a Milano il 24-05-2016). Fu una figura dirompente in un periodo in cui le artiste donne erano poche, in ambienti quasi esclusivamente maschili e palesemente contrastate dal sistema. Le difficoltà incontrate, almeno fino agli anni Ottanta, non le hanno impedito però di dedicare la sua vita interamente alla pittura con caparbietà e talento. Molti gli apprezzamenti incontrati lungo gli anni che hanno accompagnato il suo lavoro e le esposizioni nazionali e internazionali. Le sue mostre hanno fatto il giro del mondo: Milano, Verona, Venezia, Lugano ma anche Vienna, Parigi, Lione, Varsavia, San Francisco e New York.
Il padre era ingegnere, la madre era figlia del pittore veneziano post impressionista Vettore Zanetti Zilla, che darà alla nipote le prime lezioni di pittura. Di questo periodo dirà: «Avevo 13 anni. Le sue lezioni tutti i giorni, lo stare con lui che mi faceva notare di quanti verdi era composta una massa d’alberi, oppure scoprire il barlume di luce che contorna gli oggetti dando un senso al volume, era per me molto importante».

Nel 1936 la famiglia si trasferisce a Milano, dove Carola studia prima con Donato Frisia, col quale si esercita nella copia dal vero, poi con Lorenzo Pepe, infine all’Accademia di Brera studia disegno con Giacomo Manzù e con Marino Marini diplomandosi in pittura.
«Quando mio nonno venne a mancare entrai nello studio di Donato Frisia. In principio mi interessava il suo insegnamento. Mi tolse la preparazione a matita facendomi disegnare dipingendo. Una pittura soprattutto di tecnica e abilità.
Dipingevo dal vero i soggetti che Frisia preparava per sé. Nature morte e ritratti di signore. So che a un certo punto mi staccai dal suo studio e incontrai lo scultore Lorenzo Pepe che per entrare in Accademia, visto che ormai ne avevo l’età, mi dette lezioni di disegno di diversa impostazione. Gli sono molto riconoscente per un insegnamento che i miei maestri precedenti non mi avevano dato. Mi disse che lavorando non dovevo mai perdere d’occhio l’insieme. Anzi, abbozzando dovevo disegnare la grande massa geometrica in cui era compresa la figura ed anche, entrando nei particolari non distogliere mai l’occhio dal tutto.
Con questo scoprii l’armonia e il legame tra i vari punti tra di loro, della realtà che copiavo e dalla quale veniva fuori come un mistero, un fascino che mi accompagnò sempre. All’Accademia imparai così a scegliere tra gli insegnamenti dei vari maestri.
C’è un mistero, qualcosa di indefinito che arriva dipingendo. Da dove viene non so. So che lavorando, dopo la prima impostazione degli spazi e della dinamica del quadro, devo seguire l’impulso e i miei quadri si finiscono quando vogliono. Certi, molto raramente, in pochi giorni altri in mesi. Alcuni in anni per cui ne ho sempre molti in lavorazione. Tante volte penso che sarebbe di me se non avessi avuto il nonno pittore o se non avessi incontrato quell’insegnante e così via di seguito.
Del resto tutta la nostra esistenza è un intreccio di combinazioni con questo filo che ci accompagna da dove veniamo a dove arriveremo» (dal diario di Carola Mazot).



In anni di grandi fermenti artistici frequenta il Jamaica, storico locale in via Brera, punto d’incontro fra artisti e letterati, dove si discuteva di arte e cultura spesso litigando. Si lega di solida amicizia con Bianca Orsi e Liana Bortolon, rare donne in un mondo dell’arte al maschile, ed è seguita nel suo lavoro dal critico Mario De Micheli. Fra gli amici di una vita ci sono Eugenio Tomiolo, Giuseppe Migneco, Ernesto Treccani e Virgilio Guidi, amici che ritrae ampiamente sulle sue tele.
Sposa nel 1952 lo scultore Guido Di Fidio, da cui si separa nel 1970.
Fino ai primi anni Settanta il suo lavoro si concentra sul volto umano, singolo o in coppia, intense le espressioni, scuri i colori, tra cui domina il nero.




In seguito i volti si arricchiscono e vengono circondati da strumenti ad arco.
A metà degli anni Settanta inizia il periodo dei “musicisti” o dei “violini”: accompagnando la figlia al Conservatorio, Carola ritrae musicisti dal vero. Qui il volto umano è circondato da strumenti ad arco, violini, viole, violoncelli.


Dagli anni Ottanta ai Duemila domina il dinamismo di corpi in movimento, con figure impetuose di atleti; è il periodo dei “Calciatori”, dove al centro della pittura palpitano l’impeto e lo slancio, la vibrazione della forza e un mondo di grandi passioni e di emozioni.



«È nata in una famiglia di artisti, musicisti e pittori: questo dato è fondamentale per la sua vita. Ciò che soprattutto le importa è esprimersi in maniera diretta, senza perifrasi e senza enfasi. Ed è la dolcezza e l’impulso dell’esistenza che le interessano particolarmente. Il “ritratto” le è naturale come una manifestazione immediata di vitalità, così come quei “calciatori” che, in questi ultimi tempi vanno popolando i suoi quadri, sono il segno dell’energia che esiste in ogni essere umano. Solo in questo modo i “ritratti” e i “calciatori” si giustificano, come del resto potrà giustificarsi ogni altro segno disseminato nelle sue immagini future. Certo è sempre il suo mondo poetico che conta: un mondo che le permette di scoprire altre suggestioni e verità. Questo è il senso “misterioso” che circonda il nostro passaggio sulla terra. I suoi “ritratti” e i suoi “calciatori” corrispondono sì alle figure rappresentate, ma insieme alludono ad una situazione più generale: la situazione per cui noi siamo qui, respiriamo e siamo la vita. È questo dunque che, alla fine, affascina la nostra Carola» (da I ritratti e i calciatori di Carola Mazot di Mario De Micheli, 01-1980).
Animali, Arte sacra e Paesaggi sono altri generi da lei praticati.




Poi la sua pittura cede il passo alla natura, negli anni in cui l’artista vive fra Milano e la sua casa rurale sulle Alpi Lecchesi, fra i boschi che amava. Sono paesaggi che lasciano immaginare il bello della natura: fiori o alberi nel vento, montagne, ruscelli, paesaggi notturni sotto la luna. Quando entra in sintonia con la natura che vuole ritrarre, dipinge veloce, sicura, senza ripensamenti.


Si spegne a Milano nel 2016.
Per eseguire le volontà della madre la figlia ha donato trentasette opere al Comune di Valdagno, dove Carola è nata: attualmente i suoi dipinti sono in esposizione permanente nella sede comunale.
Una retrospettiva antologica si è tenuta a Cascina Roma a San Donato Milanese nel 2021, a Bergamo presso la Ex Chiesa della Maddalena, e alle Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Marliani Cicogna di Busto Arsizio nel 2022, all’Acquario Civico di Milano e alla Galleria Civica Villa Valle di Valdagno nel 2023.
Numerose sono le sue opere in collezioni private e pubbliche e presso alcuni musei fra i quali a Milano il Museo della Permanente, il Gasc Galleria d’arte sacra dei contemporanei, e la Collezione dell’Anpi provinciale, in Civiche collezioni d’arte in Palazzo Marliani Cicogna di Busto Arsizio (VA), Museo Floriano Bodini di Gemonio (VA), Pinacoteca Comunale di Ruffano (LE). Sue opere d’arte sacra sono conservate presso le chiese di San Luca Evangelista, San Gregorio Magno e San Giovanni in Laterano a Milano.
In copertina: Carola Mazot nel suo studio, 2002. Tutte le foto sono tratte dal sito dell’autrice.
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
