Pornografia e cultura dello stupro

Come siamo arrivati al punto in cui il porno più diffuso è un’industria così crudele e la sua strategia di marketing alza di continuo l’asticella del consentito mentre abbassa di continuo l’età dei fruitori?
Anche nelle scene è caduto l’ultimo tabù: si diffondono video in cui sulle bambine si fa e si mostra di tutto; l’infanzia viene violata impunemente quasi per sfida.
Negli esseri umani nessun impulso biologico agisce in forma asettica, nonostante molti ricorrano alla “natura” e alle sue indiscutibili, inevitabili “leggi” per giustificare azioni che alla mente e al cuore sembra difficile accettare.
O accediamo alla tesi per cui i maschi umani hanno una predisposizione naturale a fare del male al genere femminile, o dobbiamo cercare nella cultura le ragioni per cui milioni di ragazzi e di uomini (anche in Italia) cercano oggi video in cui ogni atto sessuale sia raffigurato come brutale, cancelli ogni traccia di relazione e sia progettato per mostrare il massimo di degradazione e di disprezzo delle donne.
Disumanizzare un gruppo per legittimare ogni abuso sui suoi membri non è qualcosa che i produttori del porno abbiano inventato, anzi è un metodo collaudato che vediamo in azione in molte parti del mondo. Non è un caso che nei porno venduti in Occidente compaiano molto spesso donne di colore, che consentono di coniugare sessismo e razzismo.
Come è possibile annullare l’empatia?
La facile strategia qui consiste nel definire le donne dei video come diverse dalle altre (e i termini applicati li conosciamo benissimo perché sono comuni anche nel nostro quotidiano). Le madri, le sorelle, le fidanzate, le spose degli spettatori non sono così: “quelle” sono colpevoli perché si prestano allo scempio (anzi, per usare le loro parole, al gioco).
Le giustificazioni sono tremendamente coerenti con ciò che chiamiamo “cultura dello stupro”. Se la sono cercata, alle donne perbene non capita.
Comunque è fantasia, dicono. Come se le fantasie ripetute fino a diventare parte integrante del paesaggio visivo non avessero effetti sulla vita reale. Come se ad esempio la seduzione di quel mondo totalmente fantastico che chiamiamo pubblicità non avesse influenza sulle nostre abitudini.
Non avrei avuto fino in fondo sentore di tutto ciò se non avessi incontrato, grazie a un convegno ad Aosta sul tema coraggiosamente organizzato dall’Assessorato regionale alle politiche sociali, un libro di Gail Dines intitolato Pornland, pubblicato in Italia da Round Robin.
Genitori e insegnanti dovrebbero leggerlo, anche se non è facile e fa tremare. Chiudere gli occhi non è la strategia migliore.

In copertina: particolare tratto dalla copertina del libro Pornland di Gail Dines.

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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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