Serva, figghia, mugghieri, soru o mamma,
tu paghi cari i cuntentizzi spani,
chi ‘nguentu su’ pe’ tia, ‘nguentu chi smamma.
Regna, fimmina, a scornu ‘i tutt’i cani
chi cotta ti vorrianu ‘ntra la fiamma,
a scornu ‘i cu no campa ‘i sulu pani.
Bagnarotazza, fimmina rresciuta, Vincenzo Spinoso.
Così si chiude uno dei testi più noti dedicati alle donne di Bagnara Calabra, Bagnarotazza, fimmina rresciuta, sonetto di Vincenzo Spinoso (1915-1951), scrittore e giornalista di Bagnara. Ciò che emerge da questo stralcio non è un ritratto idilliaco, ma piuttosto una rappresentazione vivida delle difficoltà e dello stigma sociale che ogni giorno queste donne dovevano combattere. Le bagnarote non governavano da un trono, ma dal mercato del pesce, dalle scale ripide del paese, dalle loro case, attraversate ogni notte da un lavoro incessante.
Nelle antiche fotografie della Costa Viola si scorgono spesso figure femminili monumentali, che incedono a piedi scalzi lungo i sentieri ripidi dell’Aspromonte o sul bagnasciuga di un litorale battuto dalle correnti dello Stretto. Portano sul capo ceste rotonde colme di pesce argenteo o merci d’ogni genere, mantenendo un equilibrio che rasenta il prodigio. Questa è la bagnarota,un soggetto sociale che la letteratura ha spesso confinato nel territorio del mito e che la realtà storica ci riconduce invece a una vicenda straordinaria di lavoro, resistenza e originalità antropologica.
L’eccezionalità di queste donne si riflette in modo sorprendente persino nella struttura della lingua. Il sostantivo “bagnarota” non risulta registrato in alcun dizionario ufficiale della lingua italiana e rappresenta un raro caso in cui la declinazione femminile prevale sulla maschile. Questa anomalia linguistica racchiude una precisa distinzione sociologica, poiché il termine non si riferisce alla totalità dei nativi di Bagnara Calabra, identificati correttamente come bagnaresi, ma definisce esclusivamente una ristretta comunità di donne lavoratrici. La desinenza in -ote, di chiara matrice greca, portava con sé il peso di una discriminazione di classe. In un’epoca in cui la popolazione locale associava il proprio dialetto a un senso di vergogna, lo standard di origine latina in -esi veniva giudicato più accettabile e prestigioso. Il nome stesso reca dunque l’impronta di una marginalità stratificata, in cui l’appartenenza di genere si fondeva con la subalternità linguistica.


Già nel corso del Settecento l’identità sociale della bagnarota si strutturò attraverso una precisa e precoce divisione del lavoro all’interno del nucleo familiare. Mentre gli uomini erano impegnati in attività più prolungate, restando in mare aperto per la caccia stagionale al pesce spada o lavorando nei cantieri navali e nei boschi di castagno della montagna, le donne assunsero la totale responsabilità della gestione economica a terra. Nacque così una vera e propria azienda domestica coordinata per centri di responsabilità.
La bagnarota divenne l’anello di congiunzione logistica tra la produzione della marina e i mercati di sbocco dell’entroterra reggino, come Sinopoli, Oppido Mamertina o Palmi. Questa indipendenza economica, unita alla necessità di difendere il guadagno quotidiano, generò una vasta serie di pregiudizi nelle comunità vicine. La maggior parte delle donne delle altre località calabresi conducevano per lo più una vita sedentaria, confinata tra le mura domestiche. Al contrario, la bagnarota viveva all’aria aperta, viaggiava costantemente, trattava direttamente gli affari e si spostava in grandi carovane che richiamavano organizzazioni di tipo paramilitare. Agli occhi dei forestieri, questo incedere sicuro e l’uso di un linguaggio franco, talvolta aspro o mascolino, venivano interpretati come segni di sfrontatezza, grossolanità e mancanza di sottomissione. L’elemento più frainteso della loro presenza nello spazio pubblico è stato l’urlo commerciale, una vocalità che i testimoni dell’epoca descrivevano come udibile a distanze superiori ai centocinquanta metri. Interpretato dai più come un segno di rozzezza e di mancanza di educazione, quel grido penetrante costituiva in realtà uno strumento tecnico essenziale per superare il rumore di fondo dei mercati aperti o dei porti. Anche la produzione documentaristica del Novecento ha sofferto di questo limite prospettico, restituendo immagini mute o piatte che escludevano il paesaggio sonoro originario e privavano queste donne della loro dimensione comunitaria e festosa.

La centralità della bagnarota nel tessuto della Calabria meridionale emerge con forza quando si analizza il benessere economico di cui Bagnara Calabra godeva tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Queste donne rappresentavano il motore di ogni attività, dal trasporto alla vendita del legname, dalle grandi spedizioni marittime fino alla commercializzazione al dettaglio del pesce, determinando una crescita rilevante delle esportazioni nel corso degli ultimi due secoli.
Un capitolo drammatico e sorprendente della loro storia collettiva è legato al terribile terremoto del 5 febbraio 1783, che colpì la Calabria alle prime luci dell’alba provocando circa quattromila vittime nella sola Bagnara. Le statistiche del tempo rivelarono un dato singolare, poiché il numero delle donne rimaste uccise sotto le macerie risultò di gran lunga inferiore rispetto alle perdite subite dalla popolazione maschile. Questa sproporzione si spiegava proprio con lo stile di vita delle bagnarote, le quali usavano abbandonare le proprie abitazioni molto prima del sorgere del sole per dirigersi verso i mercati dei paesi limitrofi, scampando in questo modo a una morte quasi certa. Nei mesi successivi, quando numerosi forestieri accorsero nel borgo per contribuire alle opere di ricostruzione, molti di essi rimasero profondamente colpiti dalla bellezza delle sopravvissute. I canoni estetici dell’epoca identificavano nella robustezza della corporatura e nei polpacci muscolosi elementi di alta desiderabilità, in quanto segni di una straordinaria predisposizione a generare figli sani, spingendo molti dei nuovi arrivati a sposare le vedove del sisma e a stabilirsi definitivamente nel territorio, contribuendo così a ripopolare la città.
Le bagnarote non costituivano un gruppo omogeneo, ma si dividevano in precise categorie occupazionali che lo studioso Tommaso Oriana ha classificato dettagliatamente. Le montanare rappresentavano la frazione più robusta, dedita all’accatastamento e al trasporto del legname pesante dai boschi aspromentani fino ai centri di raccolta della costa. Vincenzo Spinoso le descriveva come le più agguerrite della comunità, caratterizzate da una fiera fermezza e da un atteggiamento impavido di fronte alle fatiche. Spinoso, tra l’altro, ritrasse la donna bagnarese nel contesto epocale degli anni successivi al conflitto mondiale, descrivendola con i piedi nudi sul terreno arroventato dall’agosto, con il ventre deformato dalle frequenti gravidanze e la saja caratteristica che sventolava durante i lunghi viaggi. Nella visione di Spinoso, la bagnarota è la personificazione stessa del mal di Calabria, della terra calabrese, che frana, travolge, rovina, ma al di sopra di ogni distruzione afferma la vita nel trionfo di un fiore, il più semplice.

Le viaggiariche costituivano, invece, l’avanguardia commerciale itinerante, capaci di percorrere distanze enormi a piedi o sfruttando le prime linee ferroviarie per smerciare i prodotti al di fuori del territorio cittadino. Infine vi erano le cittadine, che gestivano i mercati locali vendendo pesce, ortaggi e generi per la casa. Le cronache del tempo documentano come esse scaricassero a forza di braccia le navi mercantili provenienti dall’Oriente e i buzzetti, le piccole imbarcazioni che facevano la spola con la Sicilia. Trasportavano pesanti sacchi di sabbia destinati ai cantieri edili, grandi ceste di uva coltivate sui terrazzamenti scoscesi fino ai palmenti, e massicci esemplari di pesce spada dalla spiaggia ai banchi di vendita. La memoria giornalistica di Clara Griffoni ha conservato il ricordo prodigioso di una bagnarota capace di trasferire da sola un intero pianoforte, un aneddoto che dà la misura di una potenza corporea piegata alle necessità del guadagno.
Ogni elemento del loro abbigliamento rispondeva a criteri di stretta funzionalità lavorativa, ben lontani dalle logiche del costume folklorico ornamentale. U sciammìsciu era un grembiule ampio confezionato in stoffa leggera, che veniva stretto da una cintura posta subito sotto il seno per facilitare i movimenti. Al di sotto si trovava u saju, la veste principale, caratterizzata da una fitta serie di pieghe, nera e talmente capiente da celare fino a sei sottogonne sovrapposte. Il capo era protetto da u maccaturi, un grande fazzoletto che poteva essere bianco, nero o giallo, annodato dietro la nuca per respingere i raggi del sole. Sopra il fazzoletto veniva posizionata ‘a curùna, il cércine, la corona, un tessuto avvolto su sé stesso fino a formare un robusto cercine che fungeva da ammortizzatore per equilibrare i pesi immensi gravanti sulla testa. Le bagnarote camminavano rigorosamente a piedi scalzi su ogni tipo di terreno. Quando il regime fascista impose l’obbligo tassativo di calzare le scarpe all’interno delle stazioni ferroviarie, loro si ribellarono. Molte lavoratrici non possedevano il denaro necessario per l’acquisto e il consumo delle calzature, mentre altre trovavano un ostacolo insormontabile nel camminare dentro strutture rigide che limitavano l’equilibrio naturale del corpo.

Il sistema delle sottogonne non serviva soltanto a proteggere dal freddo o a garantire il pudore, ma si trasformava frequentemente in uno strumento di contrabbando. Le testimonianze storiche di Franca Balsamo de Luca e Carmelina Giacobbe rivelano che le bagnarote avevano cucito un secondo sottogrembiule nascosto, utilizzato per occultare riserve di sale da vendere clandestinamente. La polizia ferroviaria e i finanzieri mantenevano un atteggiamento di costante sospetto, ma le perquisizioni corporali risultavano complesse e ardue da eseguire in pubblico. Questo contrabbando minuto rappresentava una risorsa vitale per sottrarsi ai balzelli di un’economia semifeudale che imponeva salari femminili ampiamente inferiori a quelli degli uomini. La gestione del rischio era supportata da una ferrea organizzazione collettiva. Nessuna bagnarota viaggiava mai in solitudine. Gli spostamenti avvenivano in carovane strutturate in sottogruppi logistici, dove alcune donne fungevano da avanguardia, seguite a breve distanza da blocchi progressivi che potevano raggiungere le cento unità, come ricordato storicamente da Domenica Careri, detta a Michela. Per difendersi dalle insidie maschili lungo le strade isolate, denominate in gergo moscate amorose, le bagnarote avevano sviluppato un codice verbale criptico. La domanda apparentemente innocua rivolta a una compagna sull’opportunità di fermarsi (cummari, vi fermastivu?) fungeva da allarme, e l’iniziale del nome della commare indicava il numero o la gravità dei soggetti pericolosi in vista. In caso di minaccia imminente, la carovana si compattava e le donne mettevano mano ai coltelli custoditi nelle ampie tasche delle vesti. Nonostante viaggiassero armate, non sono mai stati registrati episodi di violenza a loro riconducibili.
La mobilità quotidiana delle viaggiàriche trovò nel treno una seconda casa, un ambiente sociale dove le lavoratrici trascorrevano gran parte della propria esistenza. Le cronache locali ricordano la costante disperazione dei capitreno e dei controllori di fronte ai loro stratagemmi per evitare il pagamento della corsa.
L’eccezionalità di queste figure finì per attrarre l’attenzione dei grandi osservatori della stampa nazionale. La celebre giornalista Adele Cambria, in un ampio reportage intitolato Le popolane di Bagnara Calabra apparso sul quotidiano La Stampa nell’agosto del 1964, descrisse le bagnarote come una società a parte, mettendo in evidenza l’assoluta originalità dei loro costumi privati. Cambria sottolineava come la bagnarota fosse una donna profondamente libera rispetto agli standard rigidamente patriarcali delle altre comunità calabresi. Molte di loro rifiutavano programmaticamente il matrimonio per mantenere la propria autonomia finanziaria. La giornalista notava inoltre il loro rifiuto di esibire gioielli d’oro, a eccezione dei grandi orecchini, per una precisa forma di orgoglio che imponeva di non deprezzare l’abito tradizionale con ornamenti superflui.

Il destino della bagnarota andò incontro a un rapido declino nella seconda metà del Novecento, non soltanto a causa dell’evoluzione naturale dei costumi, ma dal crollo totale del sistema produttivo tradizionale basato sulle arti e sui mestieri manifatturieri. La diffusione della plastica, ad esempio, ha distrutto l’economia dei coffari e dei cestai che intrecciavano le foglie di castagno, portando allo spopolamento di un intero sistema produttivo.
La cittadina di Bagnara Calabra ha voluto rendere omaggio alle sue storiche lavoratrici attraverso un monumento bronzeo situato sul lungomare. La scultura rappresenta la bagnarota a piedi nudi mentre avanza con passo sicuro, recando sul capo la tipica cesta colma di pesce.
La statua non costituisce un semplice elemento di arredo urbano, ma si configura come un vero e proprio luogo della memoria collettiva. La scultura assolve il compito fondamentale di restituire visibilità pubblica a un soggetto sociale che la storiografia ufficiale ha spesso ignorato, collocata di fronte a quello Stretto di Messina che vide queste donne operare come instancabili intermediarie di merci e di culture.
***
Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.
