C’è una fotografia che circola ancora oggi, in bianco e nero: una figura alta, quasi un metro e novanta, capelli scuri, lineamenti marcati, un mezzo sorriso che non è compiacenza ma sfida. È Giò Stajano, e quella fotografia, secondo alcune versioni della storia, avrebbe ispirato Federico Fellini per la scena più celebre del cinema italiano del dopoguerra: Anita Ekberg che entra nella Fontana di Trevi in La dolce vita. Giò, si racconta, aveva già fatto quella scena qualche mese prima, di notte, nella fontana della Barcaccia a piazza di Spagna, tra le risate e lo scandalo di chi passava. Era fatta così: arrivava prima degli altri, faceva la cosa che tutti avrebbero ricordato, e poi spariva con un sorriso.
Nata l’11 dicembre 1931 a Sannicola, un paesino di qualche migliaio di anime nel cuore del Salento, Maria Gioacchina Stajano Starace Briganti di Panico — all’anagrafe, fino al 1983, Gioacchino — portava un nome che pesava come un macigno e come una beffa al tempo stesso. Era la nipote prediletta di Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista, uno degli uomini più potenti del regime, quello che aveva abolito il lei e imposto il voi, quello che aveva sognato per gli italiani una “maschia gioventù” di corpi forti e anime obbedienti. Il piccolo Gioacchino, come si può facilmente immaginare, crebbe nell’Italia del ventennio con tutti i privilegi e i fardelli che la parentela con Starace comportava. Venne arruolato nelle organizzazioni giovanili fasciste — prima Figlio della Lupa, poi Balilla, poi Avanguardista — con qualche anno di anticipo rispetto ai coetanei, perché essere il nipote prediletto del segretario del Partito apriva ogni porta. Mussolini in persona lo tenne in braccio durante una cerimonia a Villa Borghese e lo presentò alla folla come incarnazione della “maschia gioventù italica”. Mentre i giovani del regime cantavano la virilità e la disciplina, Gioacchino diventava sempre più diverso dai suoi coetanei: i modi femminei, la grazia, un modo di essere nel mondo che nulla aveva a che fare con i modelli che il fascismo cercava di incidere nelle carni di una nazione. I genitori si accorsero di tutto e fecero quello che le famiglie borghesi dell’epoca ritenevano appropriato: lo spedirono a Frascati, al collegio dei Gesuiti, convinti che il rigore e la disciplina potessero “rimediare”. Nel frattempo cadde il fascismo, i genitori si separarono, il nonno Starace fu fucilato per mano dei partigiani nel 1945. Il rigore dei Gesuiti non aveva rimediato a un bel nulla.
Nel frattempo cadde il fascismo, i genitori si separarono, il nonno Starace fu fucilato per mano dei partigiani nel 1945. Il rigore dei Gesuiti non aveva rimediato a un bel nulla. Terminati gli studi liceali, Gioacchino sbarcò a Roma. La capitale del dopoguerra, con le sue macerie ancora visibili e la sua voglia febbrile di dimenticare e ricominciare, era il posto giusto: negli anni Cinquanta era una città che si reinventava; via Veneto pullulava di americani, di divi del cinema, di intellettuali, di aristocratici in declino e di nuovi ricchi; le distinzioni di classe si mescolavano e si ridisegnavano; si poteva essere visibili a patto di essere abbastanza brillanti o abbastanza ricchi o abbastanza scandalosi. Giò Stajano era tutte e tre le cose.
Nel 1956 espose i suoi quadri alla Fiera d’Arte di via Margutta, ottenendo un discreto successo. Conobbe Giorgio de Chirico, Renato Guttuso, Alberto Moravia. Frequentò i salotti dove il confine tra il lecito e il proibito era tracciato dalla discrezione, non dall’etica. Ma Giò non era il tipo da accontentarsi della discrezione: nel 1959 pubblicò Roma capovolta, un romanzo autobiografico che raccontava con esplicita franchezza la propria omosessualità e quella di una Roma notturna e segreta. Era la prima volta che un testo del genere veniva pubblicato in Italia con un nome e un cognome reali attaccati: non l’anonimato del vizio tollerato, ma la firma orgogliosa di chi si dichiara. Le autorità democristiane — siamo nell’era Scelba, quella dei manganelli e delle buone maniere obbligatorie — sequestrarono immediatamente il libro con l’accusa di propaganda contraria alla «pubblica morale» e «dannosa per il costume». Fu ovviamente il modo migliore per renderlo famoso. La stampa scandalistica si gettò su di lei. Giò divenne, suo malgrado e con grande divertimento personale, l’omosessuale più famosa d’Italia. Era un titolo che portava con una certa eleganza: si presentava agli interrogatori della polizia in abiti da vedova a lutto, con un gomitolo di lana per sferruzzare durante le domande dei commissari. Trasformava ogni processo in una performance, ogni scandalo in un atto teatrale. Era una strategia di sopravvivenza, ma anche un’estetica di vita.

Nel 1961, quando esplose lo scandalo dei cosiddetti “balletti verdi” — una storia di feste clandestine, corruzione di minori, aristocratici bresciani e omosessualità negli ambienti altolocati che sconvolse l’Italia intera — Giò Stajano fu convocata dai magistrati ma non come imputata, questa volta: come consulente. Il giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco ha raccontato che lei arrivò agli uffici giudiziari «come una Wanda Osiris tra i flash dei fotografi», nella sua veste inedita di esperta dei vizi umani. Era diventata una figura talmente nota, talmente riconoscibile nel suo ruolo di maestra di cerimonie della dissolutezza elegante, che persino la giustizia aveva bisogno del suo parere. Erano anni in cui l’omosessualità era tollerata nell’alta società romana con quella particolare ipocrisia italiana che ammette l’eccezione purché non chieda riconoscimento. Si poteva essere omosessuali a patto di non dirlo, di non scriverne, di non pretendere che esistesse. Giò Stajano aveva detto, scritto e preteso. Ed era sopravvissuta a tutto.

Sul finire degli anni Sessanta, mentre il mondo cambiava — a New York i moti di Stonewall, in Italia il movimento studentesco, dappertutto la sensazione che qualcosa stesse cedendo sotto i piedi dell’ordine costituito — Giò cominciò a collaborare con la rivista Men, un settimanale di costume ed erotismo destinato a un pubblico eterosessuale. L’editrice Adelina Tattilo le chiese di curare una rubrica di posta per lettrici e lettori: nacque così «Il salotto di Oscar Wilde», che fu, in assoluto, il primo spazio nella stampa italiana dedicato a un pubblico omosessuale. Le prime settimane Giò ammise candidamente di doversi inventare le lettere. Poi cominciarono ad arrivarne davvero, a mucchi: ragazzi di provincia convinti di essere gli unici al mondo, uomini sposati che non capivano cosa provavano, giovani confusi che per la prima volta leggevano di sé stessi su un giornale. Rispondeva con il tono che le era proprio: un misto di pungente ironia e comprensione autentica, riferimenti letterari e consigli pratici, la freddezza dell’esperienza e il calore di chi sa cosa significa essere soli in un mondo che non ti riconosce. Fra chi le scrisse ci fu, secondo la stessa Giò, un certo Nichi Vendola, che poi — diventato politico e presidente della Puglia — la ringraziò pubblicamente per quel libro e per quella rubrica. Tenne la cattedra di direzione di Men fino al 1975, anno in cui il movimento gay italiano era già abbastanza strutturato da non aver più bisogno di una figura di confine come lei. Ma lei non aderì mai al movimento: lo guardava con affetto e un po’ di distanza aristocratica, come si guarda una corrente che si è contribuito a mettere in moto e che poi ha preso una direzione propria.
Per vent’anni Giò Stajano aveva vissuto in un corpo che definiva con precisione: quello di un uomo che si comportava, si muoveva, si vestiva, si pensava come donna. La chirurgia di riassegnazione del sesso esisteva — esisteva dagli anni Cinquanta, con esempi famosi come quello di Coccinelle, la cantante e attrice francese che fu il primo personaggio dello spettacolo a sottoporsi all’operazione — ma in Italia era inaccessibile, illegale e socialmente impensabile. Nel 1982 il Parlamento italiano approvò la Legge 164, prima in Europa a riconoscere il diritto al cambiamento anagrafico del sesso, previa modifica chirurgica dei caratteri sessuali. Era una legge pionieristica e allo stesso tempo violenta nella sua logica: imponeva il passaggio sotto il bisturi come condizione per l’esistenza giuridica. Ma offriva anche, per la prima volta, un quadro legale. Giò aveva già preso la sua decisione prima ancora che la legge esistesse. Si recò a Casablanca, dove operava il chirurgo che seguiva le strade della transizione per chi non poteva o non voleva aspettare l’Italia. Si sottopose a un «lifting facciale completo», a protesi al silicone «della quarta misura» — come raccontò lei stessa con quella precisione quasi burocratica che usava quando parlava del proprio corpo — e poi all’intervento definitivo. Al ritorno, racconta, sua madre la chiamò per la prima volta «figlia mia». Era la seconda nascita di cui Giò aveva sempre parlato: la prima era stata l’11 dicembre 1931 a Sannicola, la seconda era stata in una clinica di Casablanca in un anno che non amava precisare, come se la seconda data fosse più intima, meno consegnabile al calendario. Dal 1983 all’anagrafe si chiamò Maria Gioacchina Stajano Starace Briganti di Panico. Era una donna. Lo era sempre stata.
Qui occorre una precisazione che dice molto sul personaggio. Giò Stajano non ha mai accettato la definizione di «transessuale». Quando nel 2007, alla pubblicazione dell’autobiografia Pubblici scandali e private virtù (scritta con Willy Vaira), quella parola comparve sulla quarta di copertina, reagì con una furia che fece tremare l’editore. Minacciò azioni legali, chiese il ritiro delle copie già distribuite, dichiarò: «Transessuale? Mai stata una transessuale. L’unico transessuale che esiste in natura è il baco da seta che si chiude nel suo bozzolo per poi divenire farfalla». Era una posizione che poteva sembrare reazionaria, o semplicemente anacronistica, rispetto al vocabolario che il movimento trans stava costruendo in quegli anni. Ma era anche coerente con una visione del mondo che non aveva mai avuto bisogno di categorie esterne per definirsi. Giò era sempre stata donna: non lo era diventata, non era transitata verso qualcosa. Il cambiamento chirurgico era stato un adeguamento del corpo a ciò che già era, non una trasformazione dell’identità. La distinzione le sembrava ovvia, che il mondo non la capisse era un problema del mondo. Con la stessa lucida irritazione giudicava Vladimir Luxuria: «Sono uomini con abiti da donna; se vogliono esserlo davvero si fanno operare». Era una posizione che il femminismo trans contemporaneo avrebbe contestato punto per punto, e a ragione. Ma era la posizione di una donna formatasi nella cultura degli anni Cinquanta, che aveva costruito il proprio senso di sé prima che esistesse un vocabolario condiviso, prima che ci fossero comunità di riferimento, prima che qualcuno avesse scritto un libro su cosa significasse essere trans. Aveva dovuto inventarsi da sola le parole per sé stessa. Non le si poteva rimproverare di aver scelto parole diverse da quelle che sarebbero venute dopo.
Negli anni Novanta, con il crescere della visibilità del movimento Lgbtq+ italiano, Giò Stajano si era progressivamente ritirata dalla scena pubblica. Viveva in una casetta di venticinque metri quadri nel Salento profondo, dipingeva, leggeva, beveva il suo Martini Dry all’ora dell’aperitivo con la disciplina dei riti irrinunciabili. Era diventata un’icona, il che significava che la sua immagine continuava a circolare anche quando lei non circolava più. Poi, negli ultimi anni, arrivò la conversione al cattolicesimo. Lo annunciò con grande clamore mediatico — non sapeva fare le cose in altro modo — dichiarando di voler entrare in un monastero femminile. La Chiesa cattolica, prevedibilmente, pose degli ostacoli: il suo cambio di sesso non era riconosciuto come legittimo dalla dottrina. Trovò però accoglienza presso le monache di Betania del Sacro Cuore a Vische, in Piemonte, come suora laica. Era un altro paradosso di una vita costruita su paradossi: la prima donna trans d’Italia che terminava i suoi giorni nell’abito di un ordine religioso che non riconosceva nemmeno la sua esistenza giuridica come donna. Le ultime apparizioni televisive risalgono al 2008 e al 2009 — da Paolo Bonolis e da Piero Chiambretti — quando era già molto anziana ma ancora lucida, ancora tagliente, ancora incapace di un’uscita banale. Poi il silenzio, la casa di riposo di Alezio, la stessa terra di Puglia da cui era partita quasi ottant’anni prima. Morì il 26 luglio 2011, all’età di settantanove anni. Fu, beffardamente, lo stesso giorno in cui alla Camera veniva respinta una proposta di legge contro l’omofobia — quella promossa dalla deputata Paola Concia — con un voto che fece parlare di Italia omofoba. Come se la storia avesse voluto un ultimo gesto scenografico per una donna che aveva fatto dello scandalo il suo linguaggio madre.
La stampa la ricordò come «la prima transessuale d’Italia» — l’etichetta che lei aveva sempre rifiutato — e come «icona del movimento gay» — un movimento a cui non aveva mai aderito. Era il destino di chi arriva troppo presto: venire poi inquadrata in categorie che non esistevano quando lei stava già vivendo ciò che quelle categorie cercano di descrivere.
Cosa rimane di Giò Stajano, oltre alla fotografia in bianco e nero e alla leggenda della fontana? Rimane, in primo luogo, il solco che ha tracciato nell’Italia del silenzio obbligatorio: la prova che esistere pubblicamente, in modo non conforme, era possibile. Non facile, non indolore — i libri sequestrati, gli interrogatori, l’isolamento degli ultimi anni ne sono la testimonianza — ma possibile. Rimane la rubrica su Men, che ha permesso a generazioni di uomini italiani di sapere che non erano soli. Rimane il coraggio, che non è mai stato un coraggio da manifesto politico ma sempre un coraggio personale, elegante, un po’ aristocratico, come tutto ciò che era suo. Rimane anche la sua irriducibilità. In un’epoca in cui le identità si sono fatte più fluide e le categorie più articolate, Giò Stajano ci ricorda che la storia delle persone non conformi al genere non comincia con il vocabolario contemporaneo: comincia molto prima, in corpi e vite che hanno trovato le proprie strade senza mappe, senza comunità di riferimento, spesso senza nemmeno le parole per dire chi fossero. Era una donna. Lo era sempre stata. E a chi non riusciva a capirlo rivolgeva quel mezzo sorriso della fotografia in bianco e nero — non spiegazione, non sfida, solo la constatazione tranquilla di chi sa di avere ragione e può aspettare.
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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.
