Cristiana Cella. Un giornalismo che rompe il silenzio 

Cristiana Cella è una giornalista e scrittrice, che ha collaborato con la televisione e il teatro, portando avanti molti progetti, tutti accomunati da una costante: la scrittura. Cristiana non ha solo dato voce a personaggi televisivi, ma ha fatto della penna un’arma potentissima per raccontare la storia di donne e bambine afghane, della loro lotta silenziosa, dei loro sogni. Dopo essere stata una prima volta a Kabul nel 1980, durante l’occupazione russa, parla dell’Afghanistan come «un Paese che le è entrato nel cuore e non se n’è più andato». In quest’intervista, la giornalista ci racconterà la sua esperienza e ci farà entrare, con nuove consapevolezze, nel mondo che tanto l’ha affascinata. 

Cristiana Cella

Ho letto che ha avuto numerose esperienze sia nel settore televisivo che nell’editoria. Potrebbe raccontarci brevemente il suo percorso professionale e com’è riuscita a integrare le diverse passioni che lo hanno guidato?
Le mie passioni sono sempre state viaggiare e scrivere, quindi fare la giornalista era chiaramente il mestiere più bello del mondo per me. Andare in giro per il mondo e raccontare ciò che accadeva mi affascinava moltissimo: inizialmente scrivevo da un punto di vista turistico, poiché lavoravo per una rivista di viaggi, mentre successivamente ho iniziato a scrivere da una prospettiva politico-storica. Il punto è che molti anni fa di questo si poteva anche vivere, ma ad oggi ho dovuto fare tutt’altre cose perché è molto difficile vivere di solo giornalismo. Quindi ho scritto delle “soap opera” per la televisione, dei drammi teatrali, insomma, ho avuto a che fare con tutto ciò che fa parte del mondo della scrittura, e soprattutto con storie di vita. Una cosa che posso affermare è che, per quanto sia difficile farlo, specialmente a livello economico, oggi è molto importante il lavoro dell’informazione, perché viviamo in un mondo pieno di manipolazione, fake news, di bolle mediatiche, di finzione, d’intelligenza artificiale, tutte cose che ai tempi, quando io ho iniziato a lavorare, non esistevano. All’epoca si aveva un giornalista di riferimento, ad esempio Tiziano Terzani, che è uno dei più grandi, di cui ti fidavi, che ti osservava, aiutava, indirizzava. Oggi non è più possibile.   

Qual è, secondo lei, la responsabilità più grande di una giornalista quando racconta storie di persone che spesso non hanno voce?
Le storie delle persone sono la vita vera: l’informazione arriva e va, mentre la vita delle persone ti coinvolge, ti permette di rispecchiarti in loro. E poi sono delle fonti sicure! La cosa importante è fare attenzione alla storia, poiché la dittatura del presente ci fa credere che quello che succede oggi, succede oggi e basta, che sia venuto fuori così, da sottoterra, senza nessuna causa, nessuna conseguenza. Ciò è disastroso perché c’è bisogno di sapere. Anche in Afghanistan, non è che i talebani sono arrivati così, c’è tutta una storia dietro, ci sono delle responsabilità, delle colpe e delle cause molto forti rispetto a quello che sta succedendo. Non sono eventi inevitabili come il terremoto, ma sono eventi che hanno una storia. Poi non bisogna mai farsi schiacciare, come succede adesso, da due estremi: ci sono molte vie nel mezzo. Ad esempio, se sei contro l’occupazione americana che c’era in Afghanistan, non vuol certo dire che sei a favore dei talebani. No, niente affatto. Questa è una sorta di “dittatura delle notizie”. È su questo che bisogna lavorare, perché è davvero una cosa bellissima scrivere, e usare la penna come uno strumento prezioso di conoscenza. 

Quali aspetti della realtà afghana l’hanno colpita più profondamente? C’è stato un incontro o un episodio specifico che ha segnato una svolta nel suo modo di guardare quel contesto? 
Gli incontri sono stati fondamentalmente in due periodi della mia vita. La prima volta che sono stata in Afghanistan era il 1980. Erano arrivati i russi ed era un mondo completamente diverso da adesso, assolutamente inimmaginabile per come lo vediamo oggi. C’erano stati grossi scontri, molti morti, però era un Paese integro. Io ero entrata in contatto con la resistenza di città che lavorava contro i russi ma anche contro i fondamentalisti islamici, che cominciavano a farsi sentire. Ho vissuto con loro e i mujaheddin sia a Kabul, sia sulle montagne, e queste persone mi hanno conquistato sia per la loro schiettezza, che per il loro coraggio. Erano un po’ come le loro montagne: molto forti, duri, granitici, ma soprattutto privi di illusioni, consapevoli che quando i russi se ne sarebbero andati, sarebbero arrivati i fondamentalisti islamici e sarebbe stato ancor più devastante. Ma nonostante la situazione difficilissima in cui vivono, ciò che mi ha sorpreso della popolazione afghana, specialmente delle donne, è la loro leggerezza. Il loro è un Paese bellissimo, dalla cultura raffinata, è davvero un peccato che oggi si veda solo distruzione in esso. Il secondo incontro importante è stato quando ho conosciuto le donne del Cisda.

A proposito del Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne afghane), potrebbe spiegarci le principali linee d’intervento di quest’associazione? 
Il Cisda nasce nel 2004, ma già dal ‘99, prima dell’ufficializzazione vera e propria, sostiene attivamente Rawa — Revolutionary Association of the Women of Afghanistan — un’organizzazione femminista afghana fondata nel 1977 per i diritti delle donne. Quello che noi facciamo è sostenere la lotta delle donne afghane, specialmente attraverso la parola, l’informazione. Non si parla abbastanza di loro, c’è il silenzio sopra questa tragedia. Spesso facciamo venire le donne di Rawa in Italia, ad esempio al Senato o in Parlamento, per far sentire la loro voce. Accogliamo e sosteniamo economicamente i loro progetti, il più importante dei quali è la gestione di scuole segrete per bambine, ragazze e donne, che sono di diverse tipologie, di alfabetizzazione o di cucito per esempio. Sono posti dove regna la speranza di lavorare, studiare, la felicità di trovarsi in uno spazio comune, di condivisione. Fondamentale è anche il furgone mobile di sostegno medico che gira in tutto il Paese per dare l’assistenza sanitaria che altrimenti mancherebbe. Fino al 2019 andavamo una o due volte l’anno in Afghanistan per stare con loro. Questo contatto è rimasto molto forte, ma oggi non ci andiamo più perché parlare con le donne di Rawa, metterebbe la loro incolumità a rischio, è una situazione molto pericolosa. Il Cisda ha un grande obiettivo: affermare il riconoscimento dell’apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Si tratta di processi molto lenti ma siamo arrivati fino all’Onu, consapevoli che anche se forse non cambierà molto nell’immediato, è però fondamentale che i crimini dei talebani vengano riconosciuti e non cadano nel silenzio.

Oltre al Cisda, lei è impegnata nel progetto Vite Preziose, che prevede il sostegno a distanza per donne e bambine afghane in condizioni di vulnerabilità. Come funziona concretamente questo progetto e quali risultati avete osservato nel tempo? 
Con Vite Preziose ho pensato di proporre una sorta di “adozione a distanza”, a sostegno di donne vittime di violenza. Parliamo di venticinque o cinquanta euro al mese: una cifra del genere a queste donne cambia la vita. Tutte loro ci hanno sempre scritto come, a seguito del progetto, si sia evoluta la loro vita. Chiaramente c’è stato qualche fallimento, ma anche grandi successi. Questo progetto continua tuttora, con grande pericolo per le militanti che lo gestiscono, grazie anche agli sponsor.  

Dalle sue esperienze, quali desideri o aspirazioni emergono più spesso nelle donne e nelle bambine afghane che ha incontrato?  
Semplicemente respirare ed essere libere. Purtroppo, le cose che per noi sono normali, quotidiane, lì sono vietate, ed eventuali trasgressioni sono punite con la lapidazione, che tra l’altro, nell’ultimo mese, è aumentata del 92%. Le donne non possono uscire senza che l’uomo le accompagni, non possono studiare, lavorare, andare dal medico, hanno una vita soffocante e sono sempre in preda alla paura. Ma la cosa che per tutte è il sogno più grande è l’istruzione. Molte di loro avevano già iniziato un percorso, c’è chi stava studiando per diventare avvocata, chi per diventare medica o ostetrica, e all’improvviso è stata chiusa loro una porta in faccia. Lì non c’è un futuro di nessun tipo: oggi è uguale a domani. Questa condizione grava sulla psiche, ci sono molti casi di suicidi, depressione, perciò le scuole segrete per alcune sono una salvezza, perché sono ore di condivisione e di speranza. È proprio all’interno delle scuole che ho raccolto le storie di cui parlo nel mio libro: Attraversare la notte.  

Nonostante le forti limitazioni, in quali forme riescono oggi le donne afghane a esprimere la propria identità, autonomia e resistenza?  
La resistenza delle donne è una cosa straordinaria. Ci sono gruppi di resistenza, come appunto Rawa, ma c’è anche la resistenza singola, donne che riescono a trovare la via per sopravvivere, per sperare, specialmente nelle attività segrete. Ho sentito storie di donne a cui è stato distrutto il proprio centro estetico dai talebani, e che allora hanno iniziato a lavorare a casa, di nascosto. Le donne afghane trovano sempre il modo di fare ciò che sanno fare. Nei quartieri, spesso, chi sa leggere e scrivere insegna di nascosto alle altre donne. È una resistenza fatta di forza e condivisione, dove anche mettere il rossetto, o uscire di casa senza un uomo, è una grande dimostrazione di coraggio.  

A seguito di tutto quello che ci ha raccontato, cosa potrebbero imparare le donne occidentali dall’esperienza delle donne afghane?  
Come ho già detto, quello che mi ha colpito di più non è stata la guerra in sé, ma la forza delle donne, la loro fiducia indomabile. Rispetto a noi che ci facciamo soverchiare da problemi molto più piccoli, loro portano dentro una grande energia, e sanno vivere anche con leggerezza. Questo è un grande insegnamento! E noi dovremmo imparare da loro anche perché quest’oppressione e questo controllo che domina in Afghanistan, se ci pensiamo bene, non è tanto lontano da noi: fondamentalismi, anche se in forme diverse, ne abbiamo anche noi.  

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Articolo di Myriam Pellegrino

Studente di lettere moderne a indirizzo europeo, ha avuto esperienze come Peer educator presso l’Osservatorio Capuano e ha collaborato con “Il Garofano di Capua” per la pubblicazione di articoli su tematiche adolescenziali e per interviste sul posto di personaggi pubblici. Ama la scrittura, e tutti i suoi mondi finzionali, viaggiare e conoscere nuove realtà, recitare e immedesimarsi in ruoli diversi.

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