L’odore del sonno  

C’è un confine sottile, in questo romanzo, tra ciò che si vede e ciò che si vuole vedere. Simona Cantelmi lo percorre con passo sicuro, in un intreccio dove trama gialla e storia d’amore si sfiorano senza mai sovrapporsi, con un linguaggio semplice che scorre senza intoppi. 

L’odore del sonno, pubblicato nel 2026 da Les Flâneurs Edizioni nella collana Montmartre, ha per protagonista Anna Gandusio, ragazza con i capelli neri e la frangetta che cresce a Ceregno, un paese immaginario in provincia di Bologna. È segnata da un’amicizia profonda e complicata con Giacomo, detto Jack: ragazzo sensibile e chiuso nel dolore della perdita del fratello maggiore Samuele, investito da un’auto quando erano adolescenti. È proprio durante quegli anni che i due incontrano Giovanni Golino, giovane napoletano dallo sguardo di ghiaccio e spacciatore, che scompare senza lasciare tracce nel 2002.  

Anna e Jack crescono: lei si laurea in Storia, inizia a lavorare come collaboratrice all’Archivio di Stato di Bologna, lui diventa architetto. Sono una coppia da un anno e mezzo quando, nel maggio 2018, durante gli scavi per una nuova zona residenziale a Ceregno viene ritrovato il cadavere di Giovanni.  
Da quel momento Anna comincia a vederlo: in sogno prima, poi da sveglia, in visioni improvvise e incontrollabili. Giovanni le parla, le dice di stare attenta, che è vicina alla verità. Nessuno le crede: non Jack, con cui convive e con cui il rapporto si sta logorando proprio attorno a questa faccenda, non la polizia, e nemmeno il suo caro professore universitario Sartori. Anna, però, non si ferma. Continua a insistere perché sa che quello che vede è reale. 

Uno dei pregi peculiari del libro è la costruzione dei personaggi. Anna è credibile, imperfetta, a tratti esasperante nella sua ostinazione, ma è proprio quell’ostinazione a tenerla in piedi quando tutto intorno cede. Ha un carattere aspro e una fedeltà a sé stessa che non negozia, nemmeno quando tutti le dicono che sta perdendo il senno. 
Jack è uno di quei personaggi che si amano e si odiano nello stesso paragrafo: tenero e rigido, convinto che il problema di Anna si possa risolvere con un appuntamento dallo psichiatra. Il loro rapporto da adulti si incrina lentamente, attraverso litigi che sono il riflesso della cultura della società odierna. Una scena in particolare resta impressa: Jack, tornato a casa, si aspetta che sia Anna a occuparsi della cena. Lei risponde con: «Ma cosa siamo, negli anni Trenta?». Lui la liquida con un: «Dai, tesoro». L’autrice mette la scena lì, nitida, e va avanti, lasciando che chi legge tragga le proprie conclusioni.  
Alba, la madre di Jack, è forse il personaggio più riuscito. Donna bellissima, consumata da un lutto che non ha mai elaborato davvero, soffre di attacchi di panico e fasi depressive e cerca di stare al mondo con le forze che le rimangono. Cantelmi la ritrae con delicatezza, senza cedere alla tentazione di farne una vittima né una eroina. Alba è contraddittoria, capace di amare in modo smisurato e di fare, proprio per quell’amore, qualcosa di irreparabile. È lei, nel finale, a reggere il peso più grande della storia. 
La verità sull’omicidio di Giovanni non sta dove l’indagine poliziesca aveva cercato di portarci. Il commissario Barbieri — malinconico, divorziato, con il suo rito serale di Sangiovese — ha lavorato per mesi su piste plausibili, interrogato spacciatori, inseguito la logica dei regolamenti di conti nel narcotraffico emiliano, sulle tracce di un sistema criminale che affonda le radici tra Bologna e Napoli, tra il clan Vitiello e il suo erede Pasquale Varriale. Tutto sembrava tornare. E invece la verità stava molto più vicino, in quella zona d’ombra dove il lutto non elaborato si trasforma in una furia che non sa più distinguere il colpevole dall’innocente.  

Il romanzo si muove su più piani temporali con disinvoltura, alternando il 2002 al 2018, con incursioni nel 2015 e nel 1999. L’alternanza di voci narranti cattura lettrici e lettori: Anna parla in prima persona, gli altri personaggi sono raccontati in terza, e questo crea una distanza che permette di spiare le vite di Barbieri, di Varriale, di Alba, senza perdere il filo. Bologna è presente come sfondo vivo: i portici, i glicini di maggio, le strade sotto la pioggia di novembre. Ceregno ha invece la consistenza di quei luoghi piccoli in cui tutti si conoscono e niente rimane davvero segreto per sempre. Particolarmente riuscita è la costruzione credibile e sfaccettata dei personaggi femminili. Anna e Alba sono due donne agli antipodi — una giovane e combattiva, l’altra fragile e consumata dal dolore — eppure entrambe hanno una profondità che le rende memorabili e vere. Attraverso di loro corre, senza mai diventare didascalica, una riflessione sulla salute mentale. Anna viene creduta pazza da chi la ama di più, le sue visioni lette come sintomi da far tacere, non come una forma di conoscenza da prendere sul serio. Alba soffre in silenzio per anni mentre intorno tutti e tutte si adattano alla sua fragilità senza chiedersi davvero cosa la alimenti. Cantelmi sembra suggerire che il confine tra follia e lucidità sia spesso tracciato da altri individui, non da chi lo attraversa.  

Il titolo viene spiegato in una delle pagine più belle del libro, quando Anna descrive il profumo della pelle di Jack addormentato: un momento di pace in un romanzo che di pace ne concede poca. Ma è anche una metafora precisa: quel confine tra sogno e veglia, tra quello che sappiamo e quello che ancora non riusciamo a vedere, tra memoria e lutto, tra amore e controllo. 
L’odore del sonno si configura come un esordio narrativo solido, in cui la struttura del romanzo noir diventa il pretesto per un’indagine più profonda sui meccanismi del lutto, della memoria e dell’identità femminile. Cantelmi dimostra una padronanza della scrittura che va oltre la trama, costruendo un testo stratificato in cui ogni elemento concorre a una riflessione più ampia sul modo in cui le donne vengono ascoltate — o non ascoltate — nella società contemporanea. 

Simona Cantelmi 
L’odore del sonno 
Les Flâneurs Edizioni, 2026 
pp. 204 

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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.

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