Il corpo come spettacolo. I freak show e la spettacolarizzazione dell’alterità 

L’alterità ha sempre spaventato l’essere umano: l’alieno, il diverso, lo straniero, il nemico. Eppure, da secoli, uno dei modi più immediati per esorcizzare la paura è stato trasformarla in spettacolo, spesso attraverso il riso e l’umiliazione. Ci fu un tempo, però, in cui la diversità non era soltanto bersaglio di scherno, ma anche oggetto di monetizzazione. Per alcuni rappresentava un’enorme fonte di guadagno; per altri, soprattutto per molte donne, l’unica possibilità di sopravvivenza. Nell’Inghilterra di fine Ottocento, con la diffusione dei freak show, circhi, fiere e baracconi che trasformavano la “stranezza” in intrattenimento, iniziò un periodo buio per chiunque venisse percepita/o come “diversa/o”. Quegli spazi vivevano della curiosità di una middle e upper class che, chiusa nei propri rituali estetici e sociali, vedeva nel corpo “anormale” un passatempo eccitante e disturbante allo stesso tempo. Corpi fuori dai canoni, deformità fisiche ed etnie considerate “esotiche” diventavano spettacoli da esibire davanti a un pubblico mosso dalla curiosità morbosa e dal desiderio di sentirsi superiore, provando a osservare, giudicare e consumare. E, come spesso accade nella storia, al centro di questa esposizione vi erano soprattutto le donne. 

Tra i casi più emblematici emergono quelli di Sarah Baartman, ricordata ancora oggi come la “Venere Ottentotta”, e Mary Ann Bevan, tristemente ribattezzata “la donna più brutta del mondo”. Due creature profondamente diverse tra loro, accomunate però da un destino crudele: la violenta esposizione pubblica del proprio corpo. In entrambi i casi, veniva pagata non soltanto la “diversità”, ma la possibilità di sentirsi normale attraverso l’umiliazione altrui. 
Ma facciamo un passo indietro. Londra, fine Settecento. Fa capolino un’epoca destinata a cambiare per sempre il volto dell’Inghilterra e dell’Europa intera: ha inizio la Rivoluzione industriale. Una bufera fatta di progresso e macchine, rendicontazione del tempo, classe operaia, da un lato, dall’altro: nuovi ricchi, imprenditori, investitori, che costruivano il loro status sociale sull’estetica e sul lusso. Nel mezzo, la necessità di staccare da quella routine asfissiante, avvolta dal grigio cielo del fumo delle crescenti fabbriche in città e nelle vicine campagne.
Fu proprio in questo clima che nacque un nuovo bisogno collettivo rivolto all’evasione. La popolazione urbana iniziò a cercare forme di intrattenimento capaci di suscitare sorpresa, meraviglia, spaesamento. 
Il circo ottocentesco si trasformò in luogo di esposizione della diversità soprattutto umana, dove il confine tra intrattenimento e disumanizzazione diventava sempre più sottile. I manifesti promettevano incontri straordinari, quasi mitici: giganti, sirene, nani, donne barbute, corpi deformati, specie esotiche. Il concetto di voyeurismo divenne la base per attirare l’attenzione della gente, facendo leva su tutto ciò che doveva essere osservato con gli occhi sbarrati. 

Al vertice dell’Inghilterra in quegli anni si trovava una delle donne più potenti della storia: la regina Vittoria, imperatrice delle Indie. Il territorio colonizzato inglese comprendeva, infatti, l’intera Africa fino all’Asia, una fetta enorme che sfruttava le risorse locali e spesso era organizzatrice di vere e proprie esposizioni coloniali, nelle quali popoli e culture venivano presentati alle persone europee come curiosità etnografiche più che come esseri umani. Il corpo proveniente dalle colonie diventava così un oggetto da studiare, osservare e consumare. La presunta superiorità occidentale trovava conferma proprio nell’esibizione dell’“altro”: più il soggetto appariva distante dai canoni europei, più cresceva l’interesse del pubblico. Il freak show smise progressivamente di essere soltanto intrattenimento popolare e iniziò a intrecciarsi con il colonialismo, la pseudoscienza e l’ossessione vittoriana per la classificazione dei corpi. Medicina, antropologia e spettacolo finirono per sovrapporsi, trasformando la diversità in prova visibile della distinzione tra ciò che veniva considerato “civile” e ciò che invece era definito “selvaggio”, “anomalo” o “mostruoso”. I tratti fisici tipici dell’altrui etnia venivano infatti derisi e umiliati poiché considerati inusuali, scegliendo ancora una volta come paradigma della norma il modello occidentale. 

Saartjie Baartman. Locandina del film Vénus noire di Abdellatif Kechiche. “Rivista Africa”,9 ago. 2018, www.africarivista.it/9-agosto-la-venere-ottentotta-viene-traslata-in-sudafrica/127579/ 

Fu proprio all’interno di questo sistema che emerse la figura di Sarah Baartman. Originaria del Sudafrica e appartenente al popolo khoikhoi, Sarah venne condotta in Europa all’inizio dell’Ottocento ed esibita nei circhi londinesi e parigini con il nome di “Venere Ottentotta”. Il pubblico pagava per osservare il suo corpo, giudicato “esotico”, mentre medici e studiosi la analizzavano come se fosse un reperto scientifico più che una persona. Anche dopo la sua morte, infatti, l’anatomista francese Georges Cuvier sezionò il suo corpo per studiare cosa la rendesse così diversa dalla donna bianca, facendo delle sue fattezze reperti scientifici. Per oltre un secolo, questi furono esposti al pubblico al Musée de l’Homme di Parigi e solo nel 2002, dopo lunghe richieste da parte del governo sudafricano, i suoi resti furono sepolti in Sudafrica con una cerimonia ufficiale, donandole almeno un briciolo di pace.

Ritratto fotografico di Mary Ann Bevan (nata Webster), scattato all’inizio del XX secolo, che mostra i tratti del viso alterati dall’acromegalia negli anni delle sue esibizioni. Fonte: Wikipedia / Wikimedia commons 

Non troppo diversa, seppur meno esplicitamente violenta, fu la storia di Mary Ann Bevan. Ex infermiera inglese vissuta a cavallo della Prima guerra mondiale, rimasta vedova e in condizioni economiche assai precarie, Mary Ann venne colpita da una malattia — probabilmente acromegalia — che ne deformò progressivamente il volto e il corpo. In una società post-industriale segnata dall’estetica e dalla marginalizzazione della diversità fisica, la donna si trovò costretta a trasformare il proprio dolore in mezzo di sopravvivenza. Provata e rassegnata dalla vita che ormai conduceva, decise di concedere alla violenza pubblica la sua immagine, iscrivendosi di propria sponte al concorso della “donna più brutta del mondo” per vincere pochi denari per portare avanti la sua famiglia. La sorpresa del pubblico fu tale che la sua fama le garantì — che fortuna! — un posto fisso nei freak show in giro per l’Inghilterra, annoverata come una delle tante creature mostruose da poter osservare, deridere, denigrare.
La sua esperienza mette in luce una dinamica tipica della modernità tardo-ottocentesca e primo-novecentesca: la linea sottile tra assistenza e sfruttamento, tra visibilità e umiliazione, tra necessità economica e mercificazione della sofferenza. In questo senso, il caso di Bevan non riguarda soltanto la dimensione individuale della malattia, ma diventa una lente attraverso cui leggere i dispositivi culturali che producono e consolidano l’esclusione dei corpi non conformi. Se si osserva questa storia attraverso una lente teorica più ampia, emerge con chiarezza come il corpo “mostruoso” non sia mai stato soltanto un dato biologico, ma una costruzione culturale. Il freak show, infatti, non si limitava a esibire corpi considerati anomali: li inseriva all’interno di un sistema di significazione che trasformava la differenza in devianza e la devianza in intrattenimento. La dinamica può essere compresa anche attraverso il concetto di “sguardo medico”, teorizzato da Michel Foucault, secondo cui la modernità ha progressivamente trasformato il corpo in un oggetto di sapere e di controllo. Nei freak show, tale sguardo si confondeva con quello del pubblico pagante: il corpo veniva contemporaneamente osservato, classificato e consumato. La presunta neutralità scientifica diventava così uno strumento di legittimazione della curiosità morbosa e della gerarchizzazione dei corpi.

In parallelo, il meccanismo dello spettacolo analizzato da Guy Debord, nella società contemporanea trova in queste pratiche ottocentesche una delle sue premesse storiche. Lo spettacolo, inteso come forma sociale in cui il reale si trasforma in rappresentazione, si manifesta già nei circhi e nelle fiere vittoriane, dove la vita degli individui esibiti viene ridotta a immagine consumabile. La sofferenza, nel contesto, non è nascosta ma resa visibile, estetizzata e vendibile. Il destino di Sarah Baartman rappresenta in modo emblematico questa convergenza tra colonialismo, scienza e spettacolo. Il suo corpo non fu soltanto mostrato come curiosità esotica, ma divenne anche il supporto materiale su cui l’Occidente costruì una narrazione di superiorità razziale e culturale. La sua riduzione a oggetto di studio e intrattenimento indica come la differenza non venga semplicemente osservata, ma prodotta e amplificata da dispositivi di potere. Allo stesso modo, la vicenda di Mary Ann Bevan rivela il lato interno e sociale di questo meccanismo. Se Baartman incarna la dimensione coloniale dell’alterità, Bevan mostra invece come anche all’interno delle società europee la diversità fisica possa diventare una forma di esclusione economica e simbolica. In entrambi i casi, il corpo femminile è il luogo privilegiato su cui si scaricano norme estetiche, morali e sociali. Un ulteriore elemento da considerare è il ruolo della regina Vittoria, sotto il cui regno l’espansione imperiale britannica contribuì a consolidare una visione gerarchica del mondo. Le esposizioni coloniali e le classificazioni antropologiche dell’epoca non furono fenomeni marginali, ma parte integrante di un progetto politico e culturale che mirava a ordinare la diversità globale secondo criteri di superiorità occidentale.

A oggi, la logica dello sguardo che osserva, giudica e classifica rimane profondamente radicata. La differenza è che adesso essa si esercita in modo più diffuso e capillare, attraverso dispositivi digitali che moltiplicano la visibilità ma non sempre garantiscono una reale comprensione dell’alterità. Il corpo continua così a essere uno spazio di negoziazione tra identità, potere e rappresentazione. In conclusione, la storia dei freak show non riguarda soltanto un passato lontano e “bizzarro”, ma rappresenta una chiave fondamentale per comprendere come le società costruiscono il concetto stesso di normalità. L’esibizione dell’altro/a, lungi dall’essere un fenomeno marginale, rivela i meccanismi profondi attraverso cui una cultura definisce sé stessa, stabilendo chi può essere visto, chi può essere raccontato e chi, invece, viene trasformato in spettacolo. 

In copertina: A freak show at the Rutland Fair in Rutland, Vermont. Settembre 1941. Fonte: Library of Congress, Prints and Photographs Division, Farm Security Administration – Office of War Information. L’immagine è di pubblico dominio. 

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Articolo di Angela Capasso

Laureata magistrale in Lingue e Letterature per il Plurilinguismo Europeo con una tesi sulla follia nella letteratura europea, oggi studio Editoria e nuovi media. Amo i libri, l’arte, i concerti e i viaggi improvvisati, nei quali vengo sistematicamente reclutata come interprete del gruppo.

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