È morta il 4 giugno scorso Marjane Satrapi, artista franco-iraniana. Aveva cinquantasei anni, era ricoverata in una clinica di Monaco di Baviera da circa due mesi, e non partecipava più a eventi pubblici. È morta di dolore poco più di un anno dopo Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita, scomparso l’8 aprile 2025 dopo una lunga malattia. Azadeh Kian, una cara amica dell’artista, in un’intervista ricorda che Marijane «non era più la stessa. Si è lasciata morire dopo la morte del marito che adorava. Mi diceva “smetto di lottare, voglio andarmene”».
Autrice di Persepolis, pubblicato in quattro volumi tra il 2000 e il 2003, fumetto adattato poi a film nel 2007, Satrapi aveva fatto della sua autobiografia un racconto universale sull’Iran, mostrando che anche col fumetto si poteva fare denuncia politica e aprire una finestra sulla complessità dell’Iran. Persepolis è il racconto autobiografico dell’infanzia e dell’adolescenza di Marjane Satrapi durante e dopo la rivoluzione iraniana del 1979. Attraverso gli occhi della giovane protagonista assistiamo alla caduta dello Scià, all’ascesa del regime islamico, alla guerra tra Iran e Iraq e soprattutto osserviamo la vita quotidiana degli iraniani, tra arresti ed esecuzioni sommarie. Quello che sorprende è la capacità di raccontare eventi storici complessi in una prospettiva intima e familiare, attraverso conversazioni domestiche, paure quotidiane, sogni e ribellioni di una ragazza curiosa. Marji, alter ego dell’autrice, cerca di comprendere il mondo che la circonda, non riuscendo a conciliare gli ideali di giustizia, a cui era stata educata, con le contraddizioni della società. È un fumetto che parla di guerra, di morte, di fame, ma anche di speranza e gentilezza, e di famiglia, di che cosa vuol dire essere ragazza in un mondo stravolto dal tempo e dall’uomo, e soprattutto dalla religione; di che cosa vuol dire essere costretti a lasciare la propria casa e la propria vita per andare altrove, in un Paese completamente diverso. Il tratto essenziale del disegno, tutto costruito sul contrasto tra bianco e nero, privo di virtuosismi grafici, rende la narrazione chiara ed efficace. La concentrazione elimina il superfluo e la semplicità dà forza ai personaggi e alle loro vicende. Obiettivo dell’autrice è quello di negare i tanti stereotipi occidentali sull’Iran e sul mondo mediorientale. Emerge una realtà iraniana complessa, attraversata da tensioni e contraddizioni. Accanto al fondamentalismo religioso convivono famiglie colte e progressiste, dissidenti e giovani desiderosi di libertà. Come è la famiglia della protagonista, composta da persone che difendono i valori della libertà, della cultura e del pensiero critico, a dimostrazione di come la resistenza possa essere anche quotidiana e silenziosa. «Non si può ridurre un Paese a Hezbollah e alla bomba atomica» ripeteva spesso.

Nata a Racht, in Iran, il 22 novembre del 1969, e cresciuta a Teheran durante gli anni della rivoluzione islamica, Satrapi ha vissuto in prima persona i profondi cambiamenti che hanno attraversato il suo Paese. Figlia unica di due intellettuali marxisti, da piccola non aveva giocattoli, solo libri. A nove anni leggeva Che Guevara, a undici Sartre. Il suo bisnonno materno, Nasser al-Din Shah, era stato scià di Persia tra il 1848 e il 1896, ma non se ne vantava, perché aveva regnato in maniera dittatoriale e aveva avuto numerose mogli. I genitori, per sottrarla al regime dittatoriale degli ayatollah, la mandarono adolescente a studiare in un liceo francese a Vienna, dove per quattro anni condusse una vita trasgressiva. Sospesa tra due mondi, in Europa aveva sperimentato la libertà ma anche il pregiudizio, l’emarginazione e le difficoltà dell’integrazione. Non si sentiva più completamente iraniana, ma nemmeno davvero europea.
Tornò a Teheran, dove, pur amando il suo Paese e la sua gente, si sentiva estranea. Tentò il suicidio. A ventuno anni sposò un artista che soffriva di disturbi bipolari, dal quale divorziò dopo tre anni. Intanto le speranze suscitate dalla rivoluzione contro lo scià si erano dissolte con l’arrivo del regime degli ayatollah, e regnava il panico della guerra contro l’Iraq. Satrapi lasciò l’Iran cinque anni dopo la rivoluzione islamica, arrivò in Francia nel 1994, naturalizzata francese nel 2006. Eppure dell’Iran le mancava tutto. «Il sole, la neve, le montagne, il deserto» confidava «La mia nostalgia non è niente rispetto alle difficoltà di chi ogni giorno deve combattere per la libertà».
In un’intervista al Figaro nel 2023, aveva detto: «Io ho due patrie: la Francia, la patria dei diritti umani, e l’Iran, dove sono nata. Vivo contemporaneamente la crisi politica che sta attraversando il mio Paese d’adozione e, nel mio Paese d’origine la lotta per la democrazia. Nel 1979 avevo nove anni quando le donne, tra cui mia madre, manifestarono contro il velo. Al suo fianco c’erano mio padre e alcuni uomini, ancora pochi. Sempre nel 1979, solo il 40% della popolazione in Iran sapeva leggere e scrivere, oggi è più dell’80%. Tra il 1981 e il 1988, la Repubblica islamica dell’Iran ha giustiziato, nell’indifferenza più totale, ventimila giovani che avevano l’età di coloro che manifestano oggi».
Leggendo Maus un romanzo autobiografico a fumetti di Art Spiegelman, ambientato durante la seconda guerra mondiale e incentrato sull’Olocausto, primo fumetto insignito del prestigioso Premio Pulitzer nel 1992, si avvicinò a questa forma di narrazione sequenziale che unisce immagini e testo all’interno di vignette.
Dopo Persepolis, in Taglia e cuci del 2003 raccontò un ordinario pomeriggio tra le donne della famiglia Satrapi che chiacchierano segretamente di sessualità, di matrimonio, di desiderio, di ipocrisia sociale, mentre gli uomini riposano e il tè bolle nel samovar. In Pollo alle prugne, film del 2011 tratto dall’omonimo romanzo a fumetti, narrò la malinconia e la morte di un musicista. Con il marito si dedicò sempre più al cinema, passando alla regia di diversi film tra cui The Voices del 2014, che racconta di un uomo tranquillo, vittima di allucinazioni in cui sente i suoi animali domestici parlargli, e Radioactive, del 2019, che racconta la storia di Marie Curie.
Nel novembre 2022 Satrapi ha diretto un video corale per la canzone Baraye, inno della gioventù iraniana cantato da una cinquantina di artisti francofoni, tra cui Chiara Mastroianni, in solidarietà con i ragazzi di Teheran. Due anni dopo, così aveva risposto alla deputata ecologista Sandrine Rousseau, che difendeva il velo islamico: «Da quando il velo è diventato sinonimo di emancipazione? Per non essere accusati di razzismo fate il gioco dei fanatici».
L’anno scorso Marjane ha rifiutato il titolo di Cavaliere della Legion d’onore che Emmanuel Macron le aveva conferito. «Non posso continuare a vedere i figli degli oligarchi iraniani venire a passare le vacanze in Francia, e perfino ottenere la naturalizzazione, mentre allo stesso tempo giovani dissidenti fanno fatica a ottenere un visto turistico per venire a vedere com’è il Paese dell’Illuminismo e dei diritti umani».
Sempre lo scorso anno, quando il canale del servizio pubblico France 4 ha trasmesso di nuovo il suo film capolavoro Persepolis, Marjane è stata accusata di islamofobia sui social media. Del resto, già all’uscita del film, che riceverà un premio al Festival di Cannes nel 2008, il film era stato definito dal governo dell’allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad «islamofobo» e «anti-iraniano». Poi era stato vietato in Libano, su pressione di Hezbollah, alleato dell’Iran.
Se n’è andata, ma la ricorderemo sempre con la sua immensa capigliatura mora e gli occhi neri magnetici, una donna forte, schietta e volitiva, con la voce roca segnata dal fumo, un modo di parlare rapido e incalzante. «Con la sua scomparsa se ne va una figura della cultura francese e un’artista innamorata della libertà» ha commentato Macron. Mi piace chiudere questo ricordo di Marijane Satrapi con le parole finali della ballata Baraye: Per la donna, la vita e la libertà.
La foto della copertina è tratta da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Marjane_Satrapi_mg_7531.jpg
Rama, CC BY-SA 2.0 FR, da Wikimedia Commons
La foto n.1 è un collage di Livia Capasso, ricavato dalle pagine del libro
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
