Amare gli animali basta?

Nella nostra società si suole parlare di amore per la natura e per gli animali, senza badare a quanto questa sia una retorica basata su convenzioni sociali che riteniamo giuste, non ci interroghiamo su quanto le nostre scelte possano sembrare incoerenti rispetto a ciò che predichiamo. Mangiare carne è considerato normale, ma in realtà sette milioni di anni fa gli esseri umani si nutrivano con frutta, semi e foglie, dunque è evidente che il paradigma della normalità sia stato creato secondo un punto di vista soggettivo e che escluda qualsiasi altro essere vivente in grado di pensare e agire lucidamente.
L’ecosostenibilità è diventata una moda e come ogni altra moda, anch’essa è destinata a passare. Ma è veramente giusto?
La maggior parte della società vive quella che in psicologia è definita ‘dissonanza cognitiva’, dovuta anche al modo in cui siamo stati cresciuti, sin dall’infanzia ci vengono inculcate idee ben precise, ci insegnano a separare gli animali: ci sono quelli domestici, teneri e che possono essere di compagnia, come cani e gatti, i quali vengono classificati come carini e di conseguenza proviamo empatia nei loro confronti; poi ci sono gli ‘altri’: i maiali, i polli, i topi, i pesci, ognuno di essi ha un destino brutale a cui non può sottrarsi perché non ha la possibilità di urlare e di ribellarsi.

Dissonanza cognitiva

Melanie Joy, scrittrice e psicologa statunitense, parla di ‘carnismo’, un’ideologia basata su un sistema di credenze in grado di modellare la nostra percezione riguardo agli animali, esso blocca la nostra empatia per funzionare in modo corretto. Spiega che queste idee si reggono sulle ‘tre N della giustificazione’: mangiare carne è percepito come Normale, Naturale e Necessario. La pubblicità, le tradizioni culinarie e spesso anche la medicina ce ne convincono.
In Italia soprattutto il cibo è percepito come qualcosa che rappresenta l’identità, la cultura e l’affetto; questa celebrazione acritica è un alleato del carnismo perché tende a mascherare la realtà dietro a una narrazione romanzata del prodotto tipico o del piatto che si era solite/i mangiare in famiglia di domenica. Ma pensandoci anche questo è profondamente paradossale: parliamo di amore e di affetto ma poi nei piatti ci sono dei cadaveri. Se la cucina è condivisione e tenerezza, come mai diventa proprio il veicolo attraverso cui tramandiamo, di generazione in generazione, l’accettazione dello sfruttamento? 

L’idea alla base dello sfruttamento degli animali è la stessa che muove il razzismo e il sessismo, secondo cui il più forte ha quasi il diritto a dominare e controllare chi è più debole. È l’ennesima forma di oppressione che vuole rendere l’essere umano superiore, quasi immortale, e guardare ‘oltre il proprio naso’ significa rifiutare che la differenza fisica o biologica giustifichi l’oppressione.
Oppressione che trova la sua massima espressione negli allevamenti, spesso intensivi, luoghi nei quali viene socialmente accettato che gli animali siano ridotti a una parte del grande sistema capitalistico, che non fa altro se non ridurli a pura merce. Sono strutture scientificamente progettate per nascondere l’orrore e ampliare la dissonanza cognitiva di chi consuma alimenti di origine animale, nascondono il dolore e permettono di acquistare il prodotto con inconsapevolezza, oscurando tutto quello che c’è dietro. Inoltre, anche in questi spazi vince la legge del più forte poiché gli animali vengono privati dei loro bisogni e dei loro spazi, sono tenuti ammassati in gabbie strette e sporche, in condizioni per niente dignitose; si usano la forza e la tecnologia per reprimere istinti naturali e bisogni primari.
Dunque accettiamo che milioni di esseri senzienti vengano mercificati mentre diciamo di amarli. Accettiamo che siano ridotti a un piatto o a un capo di moda mentre diciamo di amarli. Questa è l’ennesima dimostrazione dell’ipocrisia e dell’incoerenza che dominano la società attuale.

Allevamenti intensivi

L’amore superficiale non basta più: è necessario reinventarsi, smetterla di essere specisti e iniziare a pensare lucidamente. È necessario cominciare a dire di no a un sistema che divide in buoni e in cattivi, che fa la differenza tra chi deve essere amato e chi deve essere sfruttato. Quando si prova del bene nei confronti di qualcuno, si vuole che stia bene, non che venga oggettificato, sfruttato, massacrato, ridotto a ingranaggio.
Di fronte alla realtà la risposta più comune è quella di paragonarsi a predatori naturali per giustificare le proprie azioni: “Il leone mangia la gazzella”. È un paragone che però non ha fondamenta, di conseguenza non regge, poiché noi esseri umani abbiamo a disposizione il pensiero critico, inoltre abbiamo la possibilità di consumare alimenti di origine vegetale, alternative valide e che continuano sempre di più ad arricchire il mercato globale. Utilizzare la natura di alcune specie per giustificare la violenza industriale e capitalistica è un meccanismo di protezione che l’individuo utilizza per convincersi di star facendo la cosa giusta.
Nei supermercati o nelle macellerie non vediamo l’animale che respira, che soffre e che viene ucciso, il marketing scinde l’essere vivente, spesso rappresentato in un prato verde, e quello che finisce nel piatto. Il linguaggio utilizzato è complice, cambiamo i nomi dei ‘prodotti’ per non provare disagio. C’è un evidente distacco emotivo che permette alla maggior parte delle persone di definirsi buone o amanti degli animali, mentre finanziano un sistema che li sfrutta e li ammazza. Non serve essere vegani perfetti, è importante togliersi il velo dagli occhi e iniziare a pensare e ad agire in modo critico.

Parlare di antispecismo è fondamentale: è un movimento filosofico, politico e culturale che si oppone allo specismo, cioè la convinzione che l’umanità abbia il diritto di esercitare potere e violenza su altri esseri senzienti in virtù di una presunta superiorità biologica. L’antispecismo fa appello alle coscienze, pone quesiti morali affinché tutti e tutte — a prescindere dalla specie — possano vivere con dignità e con i rispettivi diritti. Ci permette quindi di amare maiali, vitelli, polli e galline nello stesso modo in cui amiamo cani e gatti, perché, alla fine, la differenza è qualcosa che dipende solo dalla prospettiva.

In copertina: L’arte antispecista di Hartmut Kiewert (particolare).

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Articolo di Luciana Chianese

Attualmente studente di Lettere moderne. Interessata alla questione di genere, all’inclusione sociale e culturale e alla crescita personale. Con una grande passione per la lettura, la scrittura e i viaggi in quanto strumenti fondamentali per l’apertura verso l’altro in tutte le sue sfumature.

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