La gabbia di vetro

È La gabbia di vetro, di Giorgia Corvino, il racconto vincitore della sezione C, Narrazioni, della XIII edizione del concorso Sulle vie della parità, premiato durante la cerimonia avvenuta il 17 aprile in un’aula del Dipartimento di Scienze della Formazione, dell’Università di Roma 3.
La sezione Narrazioni, come si ricorderà, è riservata agli atenei: vi si possono iscrivere a titolo personale studenti, dottorande e dottorandi, borsiste e borsisti. Si tratta di comporre un racconto a tema (quello di quest’anno era Storie di donne e di città) continuando uno dei quattro incipit appositamente  ideati da due scrittrici e due scrittori legati al Premio letterario Italo Calvino di Torino: Simona Baldelli, Adil Bellafqih, Antonio G. Bortoluzzi, Mariapia Veladiano.

Ventisei i racconti giunti quest’anno da studenti provenienti dalle Università romane (La Sapienza e Roma Tre), di Pavia, di Udine e dall’ateneo della Campania, Luigi Vanvitelli.
La Giuria ne ha selezionati tre, indicandoli come “finalisti”: oltre al racconto vincitore, Kamen di Beatrice Ceccacci e Nel tempo che resta di Chiara Primiceri. Alle autrici dei racconti finalisti sono stati assegnati i premi di Toponomastica femminile e alla vincitrice anche il premio messo in palio dal Calvino: la possibilità di iscrizione gratuita alla XXXX edizione del Premio.

Pubblichiamo in questo numero il testo del racconto vincitore, di Giorgia Corvino, che ha scelto di continuare l’incipit di Adil Bellafqih. Giorgia è iscritta al III anno di “Lingue e culture moderne – percorso per l’impresa”, presso l’Università di Pavia.

Questo il giudizio della Giuria:
«Il racconto è aderente al tema e coerente con l’incipit e la scrittura è buona, così come l’idea di fondo; ben condotta l’evoluzione del personaggio protagonista».

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La gabbia di vetro

di Giorgia Corvino

Non importava quante volte fosse andata via. Alla fine tornava sempre lì. I muri, le strade, i palazzi sembravano prendersi gioco di lei.

A farle stringere lo stomaco era l’odore inconfondibile di Milano, un misto di smog, caffè forte e pioggia gelida sul cemento. Un profumo denso, di cemento e affari, che per lei odorava di promesse non mantenute e di una vita compressa. Ogni volta che il treno l’inghiottiva per poi sputarla fuori alla Centrale, un monumento di pietra fredda e traffico frenetico, Greta sentiva quel sapore amaro in bocca, un amalgama tossico di speranza ostinata e rassegnazione profonda. Erano cinque anni di questo estenuante pendolarismo emotivo. Cinque anni e quattro fughe, ognuna meticolosamente pianificata come una fuga da prigione, ciascuna fallita miseramente per lo stesso, insopportabile motivo: Alessia. Ogni biglietto d’andata era stato un voto di libertà, e ogni ritorno un tradimento verso sé stessa.
Greta aveva toccato l’asfalto vibrante di Berlino, dove l’aria, satura di arte e storia, sapeva anche di libertà senza condizioni. Lì i baci sulle panchine di Neukölln non meritavano sguardi furtivi ma indifferenza o, al massimo, sorrisi complici. Aveva bevuto il vento salmastro dell’Atlantico a Lisbona, camminando sui calcadas dove nessuno, mai, le aveva chiesto con quel tono fastidiosamente curioso quando avrebbe finalmente trovato “il bravo ragazzo”. L’identità non era una domanda ma un fatto. E poi c’era stata la pacifica, quasi passiva accettazione di Amsterdam, un luogo dove essere una donna innamorata di un’altra donna non era percepito come un atto politico, né tantomeno come una deviazione sociale da correggere. In quei luoghi sentiva che le sue spalle potevano rilassarsi, che la sua postura non doveva nascondere nulla. La sua omosessualità era un elemento, non la sua definizione.

Eppure, eccola di nuovo. Il magnetismo di quel luogo soffocante era inspiegabile quanto la sua incapacità di tagliare definitivamente il filo con Alessia.
Questa volta era stata via quasi un anno, la sua permanenza più lunga. Lavorava in una libreria a Kreuzberg, imparava il tedesco con la tenacia della disperazione e, soprattutto, credeva di aver finalmente sradicato la radice del suo tormento milanese. Aveva persino iniziato una relazione onesta e serena con una violinista svedese; un amore calmo, adulto, senza i picchi dolorosi dell’ossessione che nutriva per Alessia. Ma poi era arrivata una sua stupida storia su Instagram — un riflesso dorato sugli occhi di Alessia in un pomeriggio milanese, forse in un bar di Brera. La foto era fugace, ma aveva riacceso il fuoco. Pochi minuti dopo il telefono di Greta aveva vibrato con un messaggio disarmante, calibrato per infliggere il massimo danno emotivo: “Mi manchi. Il Natale senza di te non è lo stesso”.
Una frase innocua, banale, veleno puro. Quel “mi manchi” era una falsa promessa di vicinanza, sufficiente a far crollare il suo castello di autonomia e pace. La libertà berlinese era improvvisamente diventata insapore, la violinista svedese una distrazione temporanea. In due settimane aveva liquidato il lavoro, troncato la relazione con un addio frettoloso, e aveva gettato via la sua ritrovata stabilità. Era tornata a scontrarsi con i binari stridenti del tram, i semafori che passavano troppo veloci, i clacson impazienti e i muri che, qui, avevano occhi, pronti a giudicare ogni passo non conforme. L’aria milanese, che prima sembrava neutrale, ora se la sentiva addosso come un cappotto troppo stretto, ricordandole che la sua vera fuga era stata dal suo stesso cuore incatenato.

A Milano la sua casa era un acquario. Era trasparente e moderno, un luogo dove la si poteva osservare da ogni angolazione, ma dove lei non poteva  respirare l’aria che desiderava. Fuori, il mondo la vedeva — la vedeva troppo — mentre lei era condannata a una vita in apnea emotiva. La città la costringeva a un costante autocontrollo, una coreografia estenuante di soppressione che iniziava dal momento in cui apriva gli occhi. Ogni mattina, il vestirsi, il muoversi, l’interagire, si trasformava in una danza sottile volta a minimizzare il suo essere.
Appena uscita dalla metropolitana a Porta Venezia, il quartiere che pure pretendeva di essere il più aperto della città, avvolta nel suo cappotto come in un’armatura, aveva sentito l’aria farsi pesante. Due uomini in giacca e cravatta la stavano superando, le loro voci taglienti come vetri rotti. Non erano abbastanza distanti da non essere uditi, e non si sforzavano affatto di esserlo.
«Hai visto quello? La borsa da donna e la barba. Questi non sanno più cosa vogliono essere», aveva sghignazzato uno, con un disprezzo che si percepiva fisico. L’altro aveva ribattuto: «Un casino, eh? Almeno tu e io sappiamo distinguere una donna». Hanno proseguito la loro marcia, lasciando dietro di sé una scia di veleno. Il commento non era rivolto a lei, ma era un proiettile vagante che l’aveva colpita in pieno: la fitta era la stessa, gelida e precisa, un’intrusione sgradevole nella sua sfera privata.

Non appena i suoi capelli, corti e ribelli, o il suo modo di camminare, troppo assertivo per la norma femminile, tradivano una deviazione dal codice di condotta imposto, la città le restituiva un frammento di quella velenosa, onnipresente discriminazione. La sua alterità era un faro nel grigiore milanese. Sui mezzi pubblici era un rituale classico: l’occhiata prolungata che indugiava troppo a lungo sulle sue mani, il bisbiglio smorzato che le arrivava all’orecchio come un sibilo di rettile, il cambio di posto discreto ma palpabile della signora anziana che stringeva la borsa. Ogni giorno si presentava come un susseguirsi di micro-aggressioni, di minuscole dosi di veleno sociale. Erano piccole punture d’ape, in sé innocue, ma Greta sapeva che se se ne fossero accumulate abbastanza, avrebbero potuto paralizzarla, o peggio, ucciderla lentamente, soffocando ogni residuo di identità e libertà che aveva conquistato viaggiando per l’Europa. Il vero paradosso di Milano era che, pur essendo una metropoli moderna, la sua atmosfera restava piccola e giudicante.

Alessia l’accolse alla porta con quel suo sorriso stanco e bellissimo, lo stesso che aveva stregato Greta sin dai tempi del liceo, trasformando un’amicizia adolescenziale nella più dolorosa delle fissazioni adulte. Non c’era malizia in Alessia, solo l’incapacità ostinata — o, più probabilmente, la paura sociale — di ricambiare l’intensità divorante del sentimento di Greta. Alessia aveva avuto qualche ragazzo, sembrava confusa dalle attenzioni di Greta, e spaventata all’idea di deviare dalla strada maestra. Per Greta lei non era solo un amore non corrisposto, ma la più bella e per questo motivo la più devastante delle ferite aperte. Greta si nutriva delle briciole della sua attenzione.
«Mi hai fatto impazzire» le disse Alessia, abbracciandola per un istante. Era un contatto innocente, quasi fraterno, ma per Greta era come un milione di fuochi d’artificio che illuminavano il buio e altrettanti coltelli che le si conficcavano nel petto, a causa della distanza irriducibile tra quel gesto e ciò che desiderava. Si trattennero in lunghe conversazioni, durante le quali Greta cercava, con ogni fibra, di non rivelare la fame che provava.

Il giorno dopo il ritorno a casa per la cena di Pasqua fu il rituale battesimo nel suo purgatorio domestico. Sua madre, l’eterna custode delle aspettative familiari e della facciata sociale, la studiò con il capo inclinato, come si valuta un investimento rischioso.
«Greta, sei magrissima. Sei pallida. E quei capelli… ancora così corti? Sembri un maschiaccio» sentenziò con una leggerezza apparente, toccandole il braccio con fare ipercritico. «Ma dico, a Berlino non ci sono parrucchieri decenti? Sembra che tu ti impegni a nascondere la tua femminilità». Un’ennesima, velenosa frecciata alla sua identità e al suo aspetto non convenzionale. La donna, in famiglia, doveva essere attraente per gli uomini.
A tavola, tra il risotto alla milanese e l’agnello tradizionale, suo zio si lanciò nel suo sermone annuale. Non usò la parola omosessualità, ma il bersaglio era chiaro. «Che mondo brutto, eh. Ora vedi di tutto, in televisione, per strada. Se solo avessero più timore di Dio. Se la gente tornasse alla vera famiglia, alla natura. Queste cose, queste mode… la famiglia tradizionale è l’unica cosa che conta per la stabilità, il resto è decadenza». Greta sentiva il cuore batterle nella gola, un tamburo di rabbia e frustrazione muta.
Sua madre annuiva vigorosamente alle parole dello zio, rafforzando il muro di condanna. E suo padre, come sempre, trovò rifugio nel calcio cambiando argomento con finta disinvoltura: era la sua strategia preferita, e l’ennesima negazione dell’esistenza della figlia per ciò che era realmente.

Greta si sentiva invisibile. Non l’essere umano complesso e sfaccettato che aveva viaggiato per l’Europa, ma la versione ridotta che doveva essere: la ragazza brava ma un po’ strana che un giorno, si sperava, sarebbe rinsavita e si sarebbe sistemata. Quella casa non era un nido; era una fabbrica di conformismo da cui lei non riusciva a evadere.
I giorni si trasformarono in settimane, un susseguirsi di incontri al caffè e passeggiate leggere. Greta e Alessia trascorrevano i pomeriggi a camminare nel Parco Sempione, e ogni chiacchiera, in apparenza normale, per Greta era come un lento, calcolato strappo lacerante. Alessia non sarebbe mai stata sua; questa verità era una costante matematica nella sua vita, eppure il solo fatto di averla accanto le inibiva la capacità di prendere la decisione più vitale: partire di nuovo, salvarsi. In quelle settimane, Greta sentiva ogni elemento della città partecipare al suo dramma: i muri dei palazzi storici sembravano osservarla con sopracciglio alzato, giudicando la sua ostinazione a sperare; le strade trafficate si estendevano come linee dure e implacabili che le negavano ogni via di fuga; e i semafori rossi che la bloccavano agli incroci di Corso Sempione erano come occhi luminosi e inquisitori che le imponevano di restare ferma nella sua infelicità. Perfino le statue imponenti della città, figure di uomini in bronzo o marmo, parevano fissarla con severità, giudicando la sua mancanza di “femminilità” e la sua eccessiva indipendenza.

Un pomeriggio, sotto la massiccia struttura della Torre Branca, che si innalzava come un dito puntato sul suo destino, Greta vide una coppia di ragazze tenersi per mano con una disinvoltura così naturale da sembrarle fantascienza, un’utopia realizzata. Non erano bellissime, non erano ricche. Erano solo libere nel loro gesto. E lì, nel cuore della sua gabbia milanese, Greta capì con una lucidità brutale: la sua prigione non erano solo i binari del tram o i commenti sessisti sul bus, ma la sua auto-condanna a un amore irrealizzabile e la sua sottomissione alle aspettative silenziose di una famiglia che aveva smesso di vederla per ciò che era. Capì che Milano non la giudicava solo per chi amava, ma per la donna che era: troppo forte, troppo sola, troppo poco incline a piegarsi.
«Non tornerai più, vero?» le chiese Alessia, un mese dopo. Il tono era rassegnato, quasi distaccato, mentre Greta faceva la valigia. Era un’affermazione, un riconoscimento del fallimento, non una domanda che richiedeva risposta. Il suono della chiusura della cerniera risuonò come un punto fermo definitivo.
«No», rispose Greta, la voce sorprendentemente ferma, gli occhi fissi sul futuro che aveva in mente. «Non tornerò finché la persona che amo di più al mondo non sarò io. E non tornerò finché questa città non saprà guardarmi senza chiedermi perché non sono un’altra». La sua scelta era chiara: la libertà di essere era più importante dell’amore annegato nella vergogna.
Uscì di casa, lasciando Alessia sulla porta. I muri, le strade, i palazzi di Milano erano ancora lì, con la loro espressione sprezzante e la loro aria di prendersi gioco di lei. Ma Greta non li stava più guardando, non ne assorbiva più il giudizio. Stava guardando avanti.

In copertina: Milano dall’alto. Foto di Giulia Bortolini.

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Articolo di Loretta Junk

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Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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