Parlare di transizione democratica significa occuparsi di quel processo attraverso cui uno Stato passa da un regime autoritario a un sistema democratico, fondato sul riconoscimento della sovranità popolare, sulla partecipazione politica, sul rispetto dei diritti e l’implementazione dei doveri. Per garantire la piena realizzazione di questo processo è fondamentale la stesura di una carta costituzionale che racchiuda, ma non concluda le aspirazioni democratiche di quel Paese; che sappia esprimere il sistema di valori in cui riconoscersi; che sappia essere sintesi di posizioni politiche anche contrapposte, ma capaci di un compromesso che non deve essere inteso come una resa, ma come una promessa condivisa di una società nuova, aperta e libera. Quello della transizione democratica è un periodo avvincente, coraggioso e audace come lo sono tutti gli inizi e si connota per il suo essere promessa e non garanzia assoluta di una nuova società perché alle costituzioni democratiche non basta essere promulgate, esse devono vivere grazie all’impegno di ogni generazione di cittadini e di cittadine.

In Italia questa transizione avvenne tra il 1943 e il 1948 ed ebbe come premesse la Seconda guerra mondiale e la caduta del regime fascista. L’ingresso italiano nella Seconda guerra mondiale è legato al patto scellerato stipulato nel 1939 da Mussolini con Hitler, il Patto d’Acciaio, che prevedeva la partecipazione del nostro Paese a fianco della Germania in una guerra che poteva essere difensiva, ma anche offensiva. Colto di sorpresa dall’aggressione tedesca della Polonia, Mussolini optò per un’iniziale non belligeranza, ma questa scelta non lo soddisfaceva e, approfittando della fulminea vittoria tedesca in Francia e pensando di sacrificare un pugno di uomini per poi spartirsi l’Europa con Hitler, il 10 giugno 1940 dichiarò guerra a Francia e Inghilterra. Per non essere completamente asservito all’alleato tedesco, il Duce escogitò la formula della “guerra parallela”, aprendo nuovi fronti in Grecia e in Africa. Il conflitto si rivelò disastroso sia per le sconfitte militari, che richiesero l’intervento tedesco per evitare la rotta dell’esercito italiano, sia per il fronte interno in cui si registrò una disaffezione sempre maggiore e incontenibile verso un regime ritenuto responsabile delle insostenibili condizioni di vita della popolazione dovute alla guerra. A compromettere inderogabilmente la tenuta del regime contribuirono le sconfitte di El Alamein in Africa e di Stalingrado in Russia, dove Mussolini affiancò all’esercito tedesco un contingente italiano, l’Armir, composto prevalentemente da Alpini, per l’aggressione all’Unione Sovietica.

L’apertura di un fronte italiano, considerato il “ventre molle” dell’Asse, deciso dagli Alleati durante la conferenza di Casablanca, segnò l’ultimo atto del regime. Dopo lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943, il netto rifiuto di Hitler per una pace separata, che Mussolini avrebbe voluto chiedere agli Alleati, e la decisione del Duce di continuare la guerra portarono alla notte del 24 e 25 luglio quando il Gran Consiglio del fascismo mise in minoranza Mussolini, a ciò seguirono le sue dimissioni da Capo del Governo consegnate al Re, l’arresto e la detenzione al Gran Sasso. La nomina del generale Pietro Badoglio a Capo del Governo e i successivi contatti con gli Alleati per giungere a un armistizio rappresentano i primi passi istituzionali verso una transizione che all’inizio fu caotica, confusa e connotata da un’impronta militare. Se da una parte lo slogan “la guerra continua” pronunciato da Badoglio nel suo primo discorso radiofonico alla nazione tentava di confondere i tedeschi e nascondere le trattative con gli Alleati, dall’altro disorientò le e gli italiani che erano scesi in piazza a festeggiare la fine della dittatura, sperando di potervi associare anche quella della guerra, ma ricevettero un trattamento tutt’altro che comprensivo. Badoglio infatti operò come era solito fare, basti solo citare le nefande azioni tipiche del più duro e crudele colonialismo in Libia, e cioè ordinando la repressione di qualsiasi forma di dissenso o di qualsiasi eccesso. Tardò inoltre finché poté la liberazione dei prigionieri politici rinchiusi nelle carceri e al confino.

L’operazione di defascistizzazione messa in atto dal governo Badoglio comportò lo smantellamento delle principali istituzioni e sovrastrutture fasciste; vi prese parte anche la monarchia, con la chiusura della XXX legislatura e lo scioglimento della Camera dei fasci e delle Corporazioni e del Gran Consiglio del fascismo. Il Re inoltre annunciò l’indizione di nuove elezioni entro 4 mesi dalla fine della guerra, ma tutto servì poco a ripulire l’immagine della monarchia dalle responsabilità e connivenze con il Regime. A peggiorare ulteriormente la reputazione di Vittorio Emanuele III e di Badoglio ci fu il ritardo nell’annuncio dell’armistizio con gli Alleati, firmato il 3 settembre a Cassibile e reso pubblico l’8 su sollecitazione degli americani che non comprendevano l’attendismo, spiegatosi poi il 9 con la fuga di entrambi da Roma: il tempo era stato prezioso per organizzare la partenza per Brindisi, già liberata. Il drammatico abbandono in cui vennero lasciate/i le/gli italiani e l’esercito favorì la feroce e rabbiosa occupazione dei tedeschi, che ci consideravano traditori; la liberazione di Mussolini che, dopo l’incontro con Hitler, fondò a Salò la Repubblica sociale italiana; e la rotta dell’esercito: molti soldati furono disarmati e portati in Germania nei campi d’internamento con la sigla di Imi, internati militari italiani, coniata da Mussolini e Hitler per rendere giuridicamente possibile lo sfruttamento in condizioni disumane di quelli che avrebbero dovuto essere considerati come prigionieri; altri diedero vita alle prime forme di resistenza, come nel caso di Cefalonia e di Corfù, venendo poi annientati; ci fu, infine, chi riuscì a sfuggire ai tedeschi e intraprese il viaggio di ritorno verso casa per ripensarsi e riflettere sugli incalzanti e sorprendenti eventi degli ultimi mesi.

È in questa fase di totale confusione che, come diceva Edgar Morin, recentemente scomparso, accadde qualcosa di assolutamente inaspettato: la Resistenza. Essa fu resa possibile innanzitutto dalle donne italiane che attivarono quel codice di emergenza materno, che si fonda sulla protezione del maschio in difficoltà e che la storica Anna Bravo avrebbe chiamato maternage di massa. Esso permise di trasformare la maternità da fatto privato ad atto pubblico: le donne che accolsero e aiutarono i soldati alleati prigionieri e fuggiti dai campi di detenzione e i soldati italiani in fuga dai tedeschi, li nascosero, li sfamarono, diedero loro abiti civili e li camuffarono. La lotta di Liberazione non avrebbe potuto neanche avere inizio se non ci fosse stata la straordinaria resistenza e solidarietà femminile che, insieme a quella di molti civili, rese possibile preservare la vita di molti renitenti che sarebbero poi saliti in montagna diventando partigiani. Quello delle donne italiane fu un vero e proprio atto sovversivo che capovolgeva il diktat fascista che le voleva “angeli del focolare” e fattrici di uomini da mandare al fronte a morire nelle guerre del Duce: esse resero il codice materno un atto pubblico di opposizione e ribellione all’occupazione e al nuovo fascismo.

La Resistenza fu indubbiamente elemento essenziale della transizione democratica. Da atto di ribellione individuale, che maturò prima individualmente e poi collettivamente per riscattare la dignità di sé stessi e del proprio Paese, l’esercizio del diritto alla resistenza divenne principio giuridico: resistere significò esercitare la propria sovranità in un Paese diviso e occupato in cui italiani e italiane con l’8 settembre 1943 furono abbandonati/e dallo Stato e restarono soli/e con la propria coscienza. Le/i partigiani attraverso l’esercizio non arbitrario delle armi e le/i resistenti attraverso atti di opposizione non violenta si resero sovrani e operarono per stabilire un nuovo ordine antifascista e soprattutto per porre fine alla guerra per un mondo finalmente in pace.
Facendo ciò ogni partigiano/a e ogni resistente esercitò un potere costituente e conferì alla Resistenza quei tratti costituenti che avrebbero trovato compimento con la proclamazione della Repubblica, l’elezione dell’Assemblea Costituente e la stesura della Costituzione. A testimonianza di ciò vi sono i valori che unirono Padri e le Madri Costituenti e che furono le fondamenta del nuovo Stato che stavano faticosamente costruendo: l’antifascismo e il ripudio della guerra. C’è chi ciclicamente mette in discussione il primo di questi due valori sostenendo che la parola “antifascismo” non è esplicitamente inserita nel testo della Costituzione, non comprendendo quanto essa fosse ovvia: nessuno dei costituenti francesi del 1789 sentì l’esigenza di esplicitare l’antiassolutismo nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino perché era evidente per i Padri francesi così come per le/i nostri Padri e Madri costituenti che un processo costituente nasce per sovvertire l’ordine precedente. Se la pregiudiziale antifascista è conditio sine qua non della nostra Costituzione, essa condivide con la Resistenza un altro tratto costituente che è il suo essere inclusiva e non esclusiva: come le/i resistenti combattevano non solo per la loro, ma per la Liberazione di tutte/i; così la Costituzione è la carta di tutte/i le/gli italiani purché ci si riconosca nei suoi valori e nei suoi principi: patriota pertanto è colui/colei che manifesta il proprio attaccamento alla terra dei padri e delle madri difendendo la Costituzione che definisce i principi fondamentali e l’ordinamento repubblicano in chiave antifascista e antibellicista.
Nella trasformazione della Resistenza da moto spontaneo a movimento organizzato ebbero un ruolo fondamentale i partiti antifascisti che, a partire dalla caduta del Regime, si riorganizzarono e divennero significativi interlocutori istituzionali. Il culmine di questo processo si ebbe il 9 settembre 1943 quando il Comitato delle opposizioni, composto da Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini (Dl – Democrazia e Lavoro), Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola (Pci – Partito comunista d’Italia), Alcide De Gasperi (Dc – Democrazia cristiana), Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea (Pda – Partito d’Azione), Pietro Nenni e Giuseppe Romita (Psiup – Partito socialista italiano di unità proletaria), Alessandro Casati (Pli – Partito liberale italiano), fondò il Cln (Comitato di liberazione nazionale) che si diede tre obiettivi principali: assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato; condurre la guerra di liberazione a fianco degli Alleati; e, a liberazione avvenuta, convocare il popolo italiano per decidere la forma istituzionale dello Stato. Il Cln si divise nel Cln romano e nel Clnai (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia) con sede a Milano; si ebbe poi un’ulteriore ripartizione in Comitati regionali, provinciali e comunali in modo da organizzare al meglio la Resistenza, ma anche per promuovere quella partecipazione dal basso che sarebbe diventata il fondamento del nuovo istituto democratico italiano e di cui i Cln sarebbero diventati la massima espressione.
Un’iniziativa fondamentale della transizione democratica italiana fu l’incontro dei principali esponenti dei Cln e di personalità del calibro di Benedetto Croce, Carlo Sforza, Adolfo Omodeo, Tommaso Fiore, Giuseppe Laterza a Bari, il 28 e il 29 gennaio 1944, con l’obiettivo di discutere le sorti dell’Italia, che viveva il dramma della guerra e dell’occupazione di cui erano ritenuti responsabili il fascismo e la monarchia. Da questo congresso emerse la necessità della formazione di un governo che rappresentasse i partiti antifascisti e si delineò un percorso istituzionale condiviso che vedeva nella convocazione dell’Assemblea costituente il compimento della transizione democratica.

Nel frattempo, all’interno del Cln romano andò sempre più aumentando la distanza tra i partiti dell’ala sinistra (Pci, Psiup e Pda) e quelli dell’ala destra (Dc, Dl, Pli) in merito soprattutto alla linea da tenere nei confronti della monarchia e del governo Badoglio: se l’ala destra era disposta a stabilire una collaborazione con la monarchia e con il Capo del Governo scelto dal Re, l’ala sinistra aveva un atteggiamento più intransigente, soprattutto di azionisti e socialisti, meno dei comunisti, e auspicava la formazione di un governo provvisorio rivoluzionario, relegando alla marginalità la monarchia e Badoglio.
Con le dimissioni dalla presidenza del Cln romano di Bonomi, sembrava che la linea intransigente prevalesse, ma a ribaltare la situazione intervenne il Segretario del Pci, Palmiro Togliatti. Rientrato in Italia da Mosca nell’aprile del 1944, accettò di collaborare col governo Badoglio e con la monarchia, promuovendo un’iniziativa, che la storiografia italiana ha nominato “svolta di Salerno”, che si concluse con l’accettazione della mediazione del senatore Enrico De Nicola. Essa prevedeva il trasferimento di tutte le funzioni regie da Vittorio Emanuele III al figlio Umberto di Savoia, che sarebbe diventato Luogotenente del Regno dopo la liberazione di Roma perché considerato meno compromesso del padre con il fascismo, e l’indizione di una consultazione elettorale per l’elezione dell’Assemblea costituente e per la scelta, tramite referendum, della forma istituzionale della nuova Italia. Fu un passaggio istituzionale molto delicato, ma che è essenziale mettere in evidenza per comprendere la transizione democratica di cui il Congresso di Bari rappresentò un momento centrale di rinnovata partecipazione dopo anni di dittatura e repressione e l’inizio del cammino del Paese verso la Costituente.
Il 22 aprile 1944 si formò il Badoglio II, un governo di unità nazionale in cui i partiti antifascisti ebbero un ruolo centrale: entrarono a far parte dell’esecutivo con la carica di ministri Palmiro Togliatti, Benedetto Croce (Pli), Carlo Sforza (su indicazione del Pda), Giuliano Rodinò di Miglione (Cd) e Pietro Mancini (Psiup); anche se tutti senza portafoglio, essi fungevano da veri e propri garanti dell’esecutivo. Il Badoglio II durò fino alla liberazione di Roma e i suoi due provvedimenti più importanti furono il cambiamento della dicitura di Capo del Governo in Presidente del Consiglio (R.D. del 16 maggio 1944, n. 136) e di Ministero dell’educazione nazionale in Ministero della pubblica istruzione (R.D. del 29 maggio 1944, n. 142), non semplici atti formali, ma cambiamenti sostanziali di istituzioni che, a partire dal nome, assumevano progressivamente caratteri democratici.
A seguito delle dimissioni di Badoglio, il 18 giugno 1944 nasceva il primo esecutivo nominato dal Luogotenente Umberto di Savoia, guidato da Bonomi ed espressione diretta del Cln. Le differenze rispetto agli esecutivi precedenti erano evidenti già dal giuramento dei ministri che si impegnavano a servire gli interessi del Paese e a dare attuazione, mediante un decreto luogotenenziale ad hoc, alla decisione di convocare un’Assemblea costituente eletta a suffragio universale il cui compito sarebbe stato quello di stendere una nuova Costituzione. Inoltre, si stabiliva che, fino all’elezione di un nuovo Parlamento, la funzione legislativa sarebbe stata svolta dal Governo con la redazione di decreti legge promulgati dal Luogotenente del Regno. I partiti progressisti del Cln incalzavano il governo affinché si impegnasse in un’azione politica più coraggiosa e in grado di produrre un reale rinnovamento, ma ciò non avvenne e Bonomi rassegnò le dimissioni in novembre. I partiti del Cln proposero Carlo Sforza come successore, ma non era gradito agli inglesi e, con decisione unilaterale, il Luogotenente Umberto di Savoia restituì a Bonomi l’incarico per formare un nuovo esecutivo che perse però il sostegno del Pda e dello Psiup che non riconobbero le modalità di nomina del Presidente del Consiglio visto che erano state un atto unilaterale del Luogotenente. Durante il Bonomi II ci furono delle modifiche nella configurazione dei ministeri, l’istituzione del Ministero dell’Italia occupata e di due Commissariati: uno per l’alimentazione e l’altro per i reduci. Un momento fondamentale di questo esecutivo fu l’introduzione, con DL n. 23 del 2 febbraio 1945, del suffragio universale: per la prima volta nella storia dell’Italia veniva riconosciuto alle donne il diritto di voto, ma con un erroneo limite cioè la sola facoltà di eleggere i propri rappresentanti (elettorato attivo). Per godere pienamente del diritto di voto, esse dovettero attendere ancora più di un anno: il 10 marzo 1946 con Dl n. 74 si riconosceva alle italiane anche il diritto di voto passivo (essere elette).

Un altro provvedimento significativo del secondo esecutivo Bonomi fu l’istituzione, con Dl n. 146 del 5 aprile 1945, della Consulta, un organo centrale della transizione democratica, che divenne operativo il 22 settembre 1945 mediante la nomina di 430 consultori, di cui 13 consultrici, alcune delle quali come Adele Bei, Teresa Noce, Elettra Pollastrini (Pci); Laura Bianchini e Angela Guidi Cingolani (Dc) sarebbero poi state elette all’Assemblea costituente. La Consulta non fu un organo di rappresentanza politica in grado di approvare atti con valore di legge, in quanto non era espressione della volontà popolare, ma emanazione diretta dei partiti antifascisti che presentavano al Governo le candidature e quest’ultimo procedeva alla nomina e all’assegnazione alle varie commissioni nelle quali fu suddiviso. Era però un organo ausiliario del Governo che, come abbiamo visto, era l’unico depositario del potere legislativo, nei confronti del quale la Consulta esercitava funzioni ispettive e di controllo. Pur non avendo la facoltà di legiferare, quest’organo divenne una fucina politica in cui il dibattito, il confronto, le proposte e i compromessi ristabilirono le regole democratiche dopo vent’anni di dittatura monopartitica, indicando al popolo italiano quale fosse la direzione del cammino democratico da intraprendere. Tra le proposte legislative più significative ci fu quella per l’elezione delle e dei costituenti con sistema proporzionale a liste concorrenti con collegi plurinominali e collegio unico nazionale per l’utilizzazione dei voti residui. Il lavoro della Consulta continuò fino al 2 giugno 1946 durante i due Governi che seguirono a quello di Bonomi vale a dire Parri e De Gasperi.
La fine del conflitto e la necessità di una rappresentanza politica unitaria delle forze che, soprattutto al Centro-Nord, avevano guidato la Resistenza, portarono alla nomina di una figura di alto valore morale e politico simbolo dello spirito unitario della lotta di Liberazione: Ferruccio Parri (il “Comandante Maurizio”) leader del Pda e del Corpo Volontari della Libertà. Lo spirito con cui Parri assunse l’incarico fu la convinzione della necessità di una profonda rivoluzione democratica che portasse alla normalizzazione e alla pacificazione del Paese dopo gli anni di guerra civile, ma soprattutto all’epurazione degli apparati statali dai fascisti. Quello di Parri era un antifascismo radicale che si fondava sull’esperienza della clandestinità prima e della lotta di Resistenza dopo e sul contributo essenziale da essa dato. Parri era inoltre convinto della necessità di riforme, da quella agraria a quelle industriali, finalizzate a una maggiore giustizia sociale; della laicità dello Stato, da realizzarsi mediante una netta separazione tra lo Stato e la Chiesa, e di un profondo rigore etico-morale con cui intendeva procedere alla ricostruzione del Paese.

Tra i provvedimenti attuati da questo Governo ci fu l’istituzione del Ministero della Costituente, assegnato a Pietro Nenni, che si sarebbe dovuto occupare di preparare la convocazione dell’Assemblea costituente e la redazione della Costituzione. Per portare a termine questo compito, il dicastero, che ebbe come capo gabinetto Massimo Saverio Giannini, si dedicò all’alfabetizzazione democratica mediante la raccolta dell’esperienza resistenziale e la sua traduzione in consapevolezza democratica. Esempi furono la pubblicazione e la diffusione di testi costituzionali del passato a cura di grandi giuristi come Costantino Mortari e Santi Romano. Questi pamphlet pubblicati con la carta sottilissima utilizzata in tempo di guerra e stampati in tipografie di fortuna vennero diffusi grazie ai Cln, alle parrocchie e alle organizzazioni resistenziali ancora attive.
In quest’opera di alfabetizzazione democratica un ruolo centrale, per quanto riguarda l’elettorato femminile, ebbero l’Udi (Unione Donne Italiane) e il Cif (Centro Italiano Femminile di ispirazione cattolica). Merita di essere citata però, tra le altre, anche l’esperienza dei Cos (Centro di Orientamento Sociale) ideati da Aldo Capitini per riprendere e sviluppare l’esperienza antifascista dei Cln. Ispirato dalla predicazione francescana, dall’educazione popolare mazziniana e dall’esempio di Matteotti che univa la centralità di una buona amministrazione all’essenziale spirito di controllo democratico, Capitini voleva creare libere assemblee decentrate dove tutti potessero intervenire e parlare, creando un confronto democratico tra elettori ed elettrici e loro rappresentanti e promuovendo forme di pluralismo e partecipazione. Quello che si vuole evidenziare è che la transizione democratica non fu prerogativa esclusiva della politica di palazzo o dei partiti, ma vide un protagonismo eccezionale e fondamentale delle masse grazie alla Resistenza e alle forme di partecipazione promosse dalla lotta di Liberazione.
Nonostante ciò, l’esperienza governativa di Parri durò meno di sei mesi in quanto si scontrò con le resistenze dei partiti moderati e l’organizzazione dei grandi partiti di massa che penalizzò il Pda, portando alle dimissioni il Comandante Maurizio il 24 novembre 1945 per il ritiro dal suo esecutivo dei ministri del Pli. Con la conclusione di questa esperienza di governo tramontava la proposta unitaria azionista fondata sulla moralizzazione e sullo spirito progressista e riformatore e ci si avviava verso una polarizzazione della politica italiana in conformità con il panorama internazionale in cui i rapporti Usa-Urss si stavano irrimediabilmente incrinando.
La scelta per il nuovo esecutivo ricadde su Alcide De Gasperi (Dc) che sarebbe stato protagonista della politica italiana fino alla Legge Truffa del 1953.
Fu sotto il suo primo governo democristiano (10 dicembre 1945 – 14 luglio 1946) che il Paese affrontò il passaggio istituzionale da monarchia a repubblica e le prime libere elezioni, amministrative e poi per l’Assemblea costituente, che videro una straordinaria partecipazione popolare, soprattutto femminile: le italiane furono il vero e proprio ago della bilancia istituzionale, il loro voto contribuì in maniera esponenziale alla vittoria della Repubblica.

I risultati delle consultazioni, che si tennero nelle giornate del 2 e 3 giugno 1946, vennero resi pubblici il 10 e furono segnati dalla contestazione di Umberto II, che da Luogotenente era diventato intanto Re nel maggio 1946 con l’abdicazione del padre, in quanto non riconosceva il risultato del referendum. De Gasperi convocò d’urgenza il Consiglio dei ministri nella notte tra il 12 e il 13 giugno e venne stabilito che, sulla base della proclamazione della vittoria della Repubblica, il Presidente del Consiglio assumesse ad interim la carica di Capo dello Stato, che sarebbe stata poi ricoperta da Enrico De Nicola, votato dopo l’insediamento dell’Assemblea costituente. Umberto II denunciò pubblicamente l’operato del Governo da lui giudicato illegale, unilaterale e arbitrario; le accuse vennero rimandate al mittente da De Gasperi e, nel pomeriggio del 13 giugno, il “Re di maggio”, come venne soprannominato, partì da Ciampino per raggiungere il Portogallo, luogo scelto per il suo esilio.

Il 25 giugno 1946 si aprirono finalmente le porte del palazzo di Montecitorio per accogliere i Padri e le Madri Costituenti che si accingevano a compiere un atto storico: la stesura della Carta Costituzionale che per ciascuno/a di loro non era da intendersi come una serie di norme e principi, ma come un programma giuridico vincolante di trasformazione della realtà economica e sociale del Paese, volto a dare attuazione ai principi della Resistenza: eguaglianza, pari dignità sociale, autogoverno, libertà pluralista e solidarietà. Sarebbe un errore pensare che l’Assemblea costituente abbia operato in una sorta di bolla di isolamento, c’era un dentro in cui si proponeva, si discuteva, si dialogava, si mediava, ma c’era anche un fuori, la società civile attiva, partecipe, attenta che attendeva solerte una nuova Italia, ma c’erano anche le rivendicazioni partigiane e le forme di democrazia che, seppur brevi, avevano inciso sull’immaginario collettivo e sull’esperienza politica di alcune/i costituenti. È attraverso questo scambio continuo (dentro, fuori, esperienza e memoria partigiana) che dobbiamo inquadrare i lavori straordinari di quei 18 mesi in cui, mentre la situazione internazionale virava drammaticamente verso la Guerra fredda e quella italiana si complicava per le divergenze tra i partiti antifascisti, le e i costituenti seppero stendere un documento che per grandezza sta nella tasca di una giacca, dimensione perfetta, diceva Voltaire, dei libri che hanno la capacità di cambiare il mondo. Non è insensato chiedersi se non sia stato un miracolo, considerando la frammentazione e parcellizzazione che storicamente connotano il tessuto politico italiano. In realtà, la Costituzione fu piuttosto il risultato di un processo complesso, spesso complicato e difficile, ma anche sostenuto da un profondo e assoluto desiderio di riscatto, ma anche dal sentimento di riconoscenza nei confronti di chi aveva lottato in forme e modi diversi durante la dittatura e poi durante la guerra di liberazione. Non si può dimenticare poi che ad animare le e i rappresentanti dell’Assemblea costituente c’era il sogno dell’Italia del futuro che fu per loro una spinta in grado di dare concretezza all’immaginazione politica.
Proprio perché capace di tenere insieme il passato attraverso il riconoscimento del sacrificio delle e dei resistenti, ma anche il presente con il desiderio di riscatto di un intero Paese, e il futuro, sognandolo, la nostra Costituzione non solo non è vecchia e obsoleta, come l’accusano di essere, ma rappresenta un’eredità che si rinnova di generazione in generazione in un costante e continuo scambio, condividendo con la Resistenza il suo carattere transgenerazionale, definizione che dobbiamo alla fervida e feconda mente di uno dei più irrequieti Padri costituenti: Giuseppe Dossetti.

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Articolo di Alice Vernaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.
