Dentro l’eccezionalismo umano

Per secoli abbiamo costruito la nostra superiorità su una rimozione sistematica, fingendo che gli altri animali non pensassero, non scegliessero e non soffrissero come soggetti, ma reagissero soltanto come corpi. Corpi da usare, addomesticare, abbattere, mangiare. Presenze private della possibilità stessa di essere riconosciute come dotate di un mondo e di una vita propria. La questione, però, non riguarda solo il modo in cui guardiamo gli animali, ma il modo in cui una società organizza il potere. Ogni dominio, per durare, ha bisogno di una giustificazione, deve raccontarsi come ordine naturale, necessità tecnica, tradizione o gestione, per dimostrare che non sta scegliendo la violenza, ma che vi è “costretto”. Le puntate del podcast Considera l’armadillo dedicate a Etica antispecista di Gianfranco Mormino e a Intelligenze animali di David Baracchi riflettono proprio su questo, incrociando filosofia morale ed etologia cognitiva per scardinare l’immagine dell’animale-automa che tanto ci consola e rassicura. 
Se gli animali non sono macchine — e, spero, non ci sia da dubitare su questo —, se apprendono, comunicano, provano emozioni e costruiscono relazioni, come possiamo giustificarci? Quale alibi abbiamo? Il riflesso di questo impianto emerge con chiarezza nel dialogo con Di Lieto, in cui Mormino parte da un tema eminentemente politico, ovvero il disegno di legge sulla caccia, e il modo in cui la politica presenta l’uccisione degli animali come una forma di amministrazione razionale del territorio: un Ddl che purtroppo, negli scorsi giorni, ha visto un primo sì del Senato. A questo punto, la questione diventa preoccupante perché il problema non è solo ciò che viene deciso, ma il modo in cui la decisione viene resa socialmente accettabile. Dietro l’idea di gestione, quale meccanismo di controllo stiamo supportando? Quando parliamo di abbattimento, perché ci ostiniamo a non chiamarla uccisione? In nome di un presunto equilibrio ecologico — che tale è solo quando fa comodo —, stiamo descrivendo un dato scientifico o stiamo dando un nome pulito a una pratica di dominio? Dopotutto, il linguaggio pubblico è pieno di parole che anestetizzano i nostri sensi e noi, adattandoci, ci siamo abituati/e: non è morte ma contenimento; non si dice interesse venatorio, si dice tutela del territorio; non scelta politica, bensì necessità. Eppure, il velo che ci separa dalla realtà non rende meno violento un atto, lo rende solo più tollerabile alla nostra coscienza che, sottraendolo allo scandalo morale, lo sposta nel campo dell’amministrazione. La morte è diventata così una procedura legalizzata e accettata, e l’animale selvatico viene trasformato in un problema numerico e infestante — un modus operandi già noto, in cui le persone sono unità e il territorio viene difeso nel nome di un privilegio geografico. Per scardinarci da questi binari di pensiero abbiamo il dovere di interrogare il nostro modo di intendere la convivenza, il territorio e lo stesso diritto alla vita. Troppo spesso l’antispecismo viene trattato come una battaglia separata e subalterna a una gerarchia delle urgenze in cui ci sono prima gli esseri umani e poi gli animali, prima le questioni sociali e poi quelle ambientali, prima il business e l’economia, e infine quel che resta. Questa scala delle priorità è uno dei modi più efficaci con cui il sistema si difende, perché costringe le lotte a contendersi uno spazio limitato invece di riconoscere la struttura di potere che le attraversa e le neutralizza. L’antispecismo non è da intendersi come l’aggiunta sentimentale degli animali a un catalogo di cause, piuttosto una critica radicale al principio stesso della gerarchia: contesta i criteri — la forza, la parola, la produttività, la somiglianza a noi — usati per decidere quale essere sia degno di considerazione, e quale invece no. Non si può isolare la questione animale dalle altre forme di ingiustizia — e, attenzione, non perché tutte le oppressioni siano identiche — ma perché tutte interrogano la stessa struttura che divide il mondo tra vite protette e vite sacrificabili. 

Se la critica politica di Mormino smaschera l’alibi morale della violenza, la riflessione di Baracchi ne incrina l’alibi conoscitivo. Per molto tempo la paura dell’antropomorfismo ha prodotto una cautela talmente estrema che è diventata una vera e propria negazione, in cui i comportamenti animali non venivano riconosciuti come propri di un sistema e di un mondo vivente. Oggi sappiamo che le api, i corvi, i primati, i salmoni e persino organismi privi di un cervello centralizzato mostrano forme di flessibilità che superano il modello della macchina biologica. Come emerge chiaramente dall’intervista a Baracchi, non esiste una sola intelligenza modellata su quella umana, ma intelligenze plurali, situate e incarnate. Ogni volta che riconosciamo una facoltà cognitiva a un animale, lo spazio della nostra innocenza inevitabilmente si restringe, almeno auspicabilmente. Tuttavia sarebbe altrettanto pericoloso basare il riconoscimento sul fatto che gli animali ci somiglino abbastanza, e viceversa: questo sarebbe ancora un retaggio antropocentrico, solo più educato. E, infatti, perché un vivente dovrebbe somigliare a noi per non essere violato? La classificazione basata su chi sia “più intelligente” rischia di diventare una nuova gabbia perché se il criterio resta la prossimità all’umano, continuiamo a essere noi la misura e il giudice del valore altrui. Un animale non deve superare un esame di intelligenza per non essere trattato come una cosa; il diritto a non essere ucciso, sfruttato o torturato non può passare attraverso una prova di abilità cognitiva. Anche l’animale che non risolve problemi complessi resta un soggetto di esperienza: ha un corpo, una vulnerabilità, può essere spaventato e intimorito. L’obiettivo che dovremmo porci è smettere di usare l’umano come dogana della dignità. 
Prima di essere ucciso, l’animale subisce un processo di rinominazione che ha l’obiettivo di non turbare la nostra sensibilità — ammesso che ne avessimo davvero una: selvaggina, capo da bestiame, risorsa faunistica, animale da reddito (tutte parole, fateci caso, che eludono pratiche violente e sanguinose). Difatti, viene spontaneo riconoscere, fra i vari strumenti, il linguaggio come dispositivo della violenza, il quale permette di creare distanza e di trasformare un soggetto in categoria, e questa categoria in problema e questione che richiede un “intervento tecnico”. Questo meccanismo attraversa ogni sistema di dominio, rinominando incessantemente il controllo: nel caso degli animali, il corpo arriva a noi già trasformato in alimento, prodotto o minaccia, e mai come individuo. Quanta violenza smetterebbe di sembrarci normale se fossimo costretti/e a nominarla in maniera reale? Nella puntata Mormino introduce anche un concetto particolarmente utile, quello dei microclimi etici: ambienti chiusi e protetti dallo sguardo esterno — come macelli, allevamenti intensivi e laboratori — in cui pratiche intollerabili diventano operazioni di ordinaria amministrazione. L’unica regola che vige in questi spazi è che la violenza non ha bisogno di giustificazioni: basta che tutti sappiano come funziona e che nessuno rompa il silenzio. Dopotutto, è il simbolo dell’ipocrisia profonda di una società che aberra dalla violenza, ma vuole continuare a consumarne i prodotti. I soprusi sistematici vengono così delegati, professionalizzati e chiusi dietro una porta, lontano lontano in periferia, in una perfetta divisione morale del lavoro in cui alcuni fanno, molti consumano e nessuno guarda. 
Dentro questo quadro, la caccia non è mai una semplice attività del tempo libero, ma un dispositivo culturale che conserva un immaginario di possesso e controllo sulla vita selvatica: il fucile è così un’autorizzazione simbolica che legittima l’idea della natura come territorio di conquista. Ridurre tutto alla psicologia dei singoli cacciatori è inutile; il problema è la struttura politica — ora evidente più che mai — che protegge questa pratica, presentandola come equilibrio o addirittura amore per la natura, rivelando come la caccia si traduca nell’incapacità di pensare la convivenza senza dominio. Accanto a questa violenza visibile, Baracchi sposta il discorso su un altro piano, quello della violenza ambientale, meno visibile ma altrettanto devastante: si pensi a pesticidi, microplastiche e alterazioni chimiche che non colpiscono gli animali solo come organismi biologici, ma ne compromettono l’orientamento, la memoria e l’apprendimento (per esempio, un’ape disorientata dai pesticidi è un soggetto privato delle coordinate con cui abita il proprio mondo). Questa degradazione degli habitat mostra che il dominio si insinua anche sulle condizioni di vita di un animale, non solo sul corpo fisico.

Forse è il momento in cui non possiamo più fingere di non sapere, e dobbiamo smettere di chiamare istinto ciò che è cultura del dominio. Gli animali non umani non si trovano al margine della nostra etica ma sono il punto esatto in cui essa viene messa alla prova. È facile dichiararsi contrari/e alla violenza quando la vittima ci somiglia e vive in casa con noi; è più difficile riconoscere il soggetto dove siamo stati/e educati/e a vedere carne e prede. La serietà di una politica della liberazione si misura qui: nel momento in cui smetteremo di chiederci chi meriti di essere incluso nel nostro microclima etico e cominceremo finalmente a mettere sotto accusa il potere che si è arrogato il diritto di decidere sul diritto alla vita, di escludere, di uccidere.

Copertina: foto di Amara Saleh su Unsplash.

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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

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