Pubblicato nel 1975, tradotto in italiano solo nel 2025 il romanzo La lunga ombra (The Long Shadow, Sellerio) non è affatto invecchiato, anzi sembra scritto oggi. L’autrice di questo spietato quadro di una famiglia parecchio allargata è l’inglese Celia Fremlin, abbiamo così l’opportunità di conoscere una scrittrice da noi poco nota. Dotata di una penna ferocemente pungente, acuta nel delineare i caratteri, abile nelle precise descrizioni, è capace di condurci in un labirinto di incertezze e di farci smarrire con ironia. Coadiuvata dalla bella traduzione di Chiara Rizzuto, ci immerge in un’atmosfera anglosassone non di maniera e ci accompagna dentro una storia che potrebbe essere un “giallo”, ma, come vedremo, ci avrà astutamente ingannato. D’altra parte non era nuova nell’attivare certi meccanismi di attesa e di suspense, visto che fu la prima scrittrice a vincere l’Edgar Award nel 1960 con il suo capolavoro: Le ore prima dell’alba (The Hours Before Dawn), amaro ritratto della società degli anni Cinquanta che vede al centro i temi della maternità e dell’insoddisfazione femminile.

Anche questo uscito da Sellerio, diviene gradualmente un thriller psicologico con una casalinga, Louise, ossessionata dalla mancanza di sonno e di lucidità perché il figlio di sette mesi strilla sempre e non la lascia riposare; da brava moglie e madre deve poi accudire due bambine più grandi e un marito che non la aiuta minimamente. L’arrivo di una strana ospite e certi fatti inspiegabili fanno precipitare le cose, mentre la quotidianità si trasforma via via in angoscia e mistero. In La lunga ombra vedremo attivarsi un simile espediente letterario, padroneggiato con disinvoltura fino alla fine, quando ci sarà l’epilogo chiarificatore.
Celia Margaret Fremlin era nata il 20 giugno 1914 nel borgo londinese di Brent (Kingsbury) e morì il 16 giugno 2009 a Bournemouth.

Studiò Lettere classiche all’Università di Oxford, al Somerville College, intanto lavorava per mantenersi. Si sposò nel 1942 con Elia Goller; la coppia ebbe due figlie e un figlio e viveva a Hampstead, Londra. Durante la guerra Fremlin prestò servizio nella difesa antiaerea, quindi fu coinvolta nel Mass-Observation, un progetto statale per documentare la vita quotidiana in Gran Bretagna, in cui si occupò soprattutto delle lavoratrici; a seguito di ciò, nel 1943 pubblicò con Tom Harrisson, poliedrico personaggio dai mille interessi, War Factory. Nel 1968 la figlia diciannovenne si suicidò; un mese dopo il marito, in seguito a un infarto che lo aveva debilitato, oppresso dal dolore si tolse la vita. Dopo questo periodo terribile, per breve tempo la scrittrice si trasferì a Ginevra. Nel 1985, ritrovata un po’ di serenità, Celia si risposò con Leslie Minchin, morto 14 anni dopo. Dal 2000 lasciò la capitale per trasferirsi nella amena località, sulla costa meridionale dell’isola.
La sua carriera era iniziata nel 1958 con il romanzo che la portò al successo e la fece paragonare alla conterranea Barbara Pym (vedi Vv n.64) e all’americana Patricia Highsmith per il modo graffiante di descrivere la casa e la famiglia, non come angoli di pace e di serenità, ma come fonti di ansia e di timore. Proseguì con Zio Paul e una lunga serie di romanzi (16 in tutto), fino al 1994. Pubblicò poi quattro raccolte di racconti dai titoli conturbanti (Non dormite a luce spenta, By Horror Haunted, A Lovely Day to Die, Ghostly Stories) e, con il secondo marito, un volume di poesie: Duetto in versi (1996). Nel 1987 presentò in tv il documentario della Bbc2 Night and Day che descriveva la città di Londra di giorno e di notte.
Fremlin era una persona impegnata politicamente e socialmente; aderiva alla Lega progressista (attiva dal 1932 al 2005) ed era favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia; dichiarò pubblicamente in un’intervista di aver aiutato quattro persone a morire. È stata fra i membri del comitato esecutivo dell’associazione Exit che aveva pubblicato l’opuscolo A Guide to Self Deliverance, per cui nel 1983 fu avviato un procedimento civile anche nei suoi confronti, tuttavia il tribunale non ritenne illegale la pubblicazione e la cosa non ebbe seguito.

Riprendiamo ora il filo e veniamo a La lunga ombra, un’ombra incombente e sempre presente, quasi un’ossessione: alla protagonista Imogen, infatti, è venuto a mancare da poco il marito in circostanze drammatiche. Ha avuto un brutto incidente di notte, in auto, sotto la pioggia battente e ha perso la vita, mentre viaggiava a forte velocità; non si sa perché se ne era andato di fretta visto che avrebbe dovuto ripartire l’indomani dall’hotel dove alloggiava per un convegno. Era un uomo ingombrante in tutti i sensi: docente universitario, grande e grosso, dalla chioma leonina, «dall’ego smisurato, incontenibile», voleva essere al centro dell’attenzione, sempre e dovunque. Il mondo ruotava intorno a lui e alla sua inesauribile sapienza di esperto di letteratura e cultura classica. Era un seduttore, un manipolatore, un patriarca con tre matrimoni all’attivo, un figlio e una figlia, due nipotini, e poi ammiratrici, seguaci, amanti, allievi e allieve adoranti. «Quanto sarebbe piaciuto a Ivor essere morto! Era un peccato che si stesse perdendo tutto ciò. Come avrebbe amato guardare la pioggia di lettere che arrivavano, giorno dopo giorno, a decine, a dozzine a ogni giro di posta, tutte in suo onore». Questi e molti altri sono i pensieri della vedova, rimasta sola nella grande casa, a cui si affida il commento delle vicende e di cui si condivide il punto di vista. Dal senso di perdita e di vuoto, tuttavia, emerge una preghiera: «Ti prego, Dio, non lasciare che dimentichi che razza di bastardo sapeva essere».
Si sta avvicinando il Natale e il figliastro spiantato Robin con una amica poco socievole, la figliastra Dot con i due bambini e poi il marito da cui si era voluta allontanare, una delle due ex-mogli, la vicina di casa, tutte le persone più o meno amiche e solidali non vogliono, non possono lasciare sola la povera vedova, ancora incredula e frastornata, quindi le invadono ogni angolo della casa, insediandosi lì a tempo indeterminato: Imogen si ritrova a dormire in una mansarda, dando tutto lo spazio ai parenti-serpenti. Da un lato, certo, le fanno quasi dimenticare l’inattesa vedovanza, dall’altro le tolgono l’agognata libertà, quella libertà che finalmente le apparteneva, senza il pressante controllo del marito. «Oh, stai zitto, sei morto, a chi importa cosa pensi tu? non spetta a te dirmi che cosa è bizzarro e cosa no, non più. Vattene! Vattene! Vattene!». Finché un primo evento porta inquietudine nella sua nuova esistenza: una telefonata notturna la accusa di essere lei l’artefice della morte di Ivor, non era a centinaia di chilometri, come afferma, ma lo aveva seguito in quell’hotel e l’aveva messo in fuga di proposito. Praticamente sarebbe un’assassina. La faccenda è assurda, ma conturbante, visto che diviene una minaccia avallata da sedicenti prove. Mentre il tran tran quotidiano continua a riempirsi di chiacchiere, saluti, pranzi, tè corroboranti, ospiti che vanno e vengono, visite di circostanza, cominciano ad accadere fatti strani. Eccoli qua: nello studio del defunto viene visto il nonno travestito da Babbo Natale, riemerge la sua bottiglia di whisky e un vocabolario di greco rimane aperto senza che nessuno in casa ne sappia nulla, poi nella camera di Ivor, in disordine, compaiono sul letto a baldacchino vecchie riviste e documenti sconosciuti, di notte uno dei due nipotini è sconvolto da un incubo assai realistico, un lenzuolo si muove in una stanza deserta, manoscritti interessanti, risalenti al 1936, fanno bella mostra sulla scrivania del professore, ma non sembrerebbero opera sua. Insomma il clima si sta facendo pesante, anche se i fatti sono tutto sommato innocui. Non si pensi a fantasmi, spiriti, eventi soprannaturali: siamo in una bella dimora borghese, fra gente di buon senso. Ma… nelle pagine finali il mistero si chiarisce e di mistero, infatti, non si tratta: ognuno degli strani episodi, culminati con la sparizione momentanea dei due piccoli Timmie e Vernon e del gatto Minosse, ha una origine precisa, una causa, una spiegazione e una autrice con complici involontari, di cui ovviamente non sveleremo il nome. Saranno stati ancora loro a far convergere sulla neo-vedova del tutto ignara i sospetti e le minacce, perché sempre di una di famiglia si tratta. Quando talvolta si dice che certe famiglie sono nidi di vipere, non ci si discosta troppo dalla verità. E poi speriamo che ogni ospite alla fine abbia ripreso le proprie abitudini e la propria vita, lasciando in pace Imogen, libera di assaporare il gusto ritrovato della libertà. «Che bello muoversi di soppiatto in questo modo, senza scopo, e senza che nessuno te ne domandi la ragione!».
Ironia e sarcasmo sono le cifre stilistiche di questa abilissima autrice, capace di manipolare la materia a suo piacimento, di ordire trappole e inganni ai danni dei personaggi e del pubblico di lettori e lettrici, di creare un groviglio di ipocrisia e falsità, mascherate da gentilezza e altruismo, di farci immergere nel clima di un nucleo familiare molto allargato, come dicevamo, in cui ogni membro ha il proprio tornaconto: una casa accogliente, l’eredità del celebre cattedratico, l’ospitalità gratis senza limiti di tempo, una nonna disponibile. E mentre si demolisce il falso mito del Natale pacificatore, tutto viene narrato con una prosa vivace, mossa, descrittiva, animata da frasi brevi, pensieri, riflessioni, ricordi, ricca di paragoni originali ed efficaci: «come qualcosa che si cerca di ripescare da un tubo di scarico», «il volto di Piggy era pallido come un budino alla luce della luna», «i capelli chiari zuppi d’acqua che le ricadevano addosso come alghe sul volto ossessionato e lucente», «Strane, terrificanti possibilità si erano affastellate nella sua mente, accalcandosi rumorosamente come una folla di tifosi di cattivo umore a una partita di calcio». Non mancano caustiche metafore: «gli artigli da gazza ladra di Dot», «dalla bocca che si contorceva uscivano rospi, sotto forma di un insulto dopo l’altro».
La lunga ombra è dunque un romanzo raccomandabile senza riserve, che nel caldo estivo porta un po’ della fredda, nevosa atmosfera dicembrina, e Celia Fremlin è un’autrice che merita di essere letta, finalmente tradotta a beneficio del pubblico italiano.

Celia Fremlin
La lunga ombra
Sellerio editore, Palermo
pp. 320
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).
