Louise Hamilton era nata a Nizza nel 1861. Sua madre, Pilatte Zulmà, era marsigliese e il padre, Federico, era un discendente irlandese del prestigioso casato degli Hamilton. Proprio a causa di aspri contrasti tra il ramo inglese e scozzese del suo casato, Federico decise di abbandonare la patria e stabilirsi in Francia.
Louise, ultima di sei tra figli e figlie, all’età di appena due anni approdò a Firenze con tutta la famiglia per il desiderio del padre di fornire alla prole un’elevata cultura umanistica e artistica. Crebbe così in un ambiente colto e cosmopolita, amante dell’arte e della letteratura, intrecciò rapporti con intellettuali dell’epoca. A causa di un altro trasferimento familiare andò a vivere a Bordighera, dove incontrò Eugenio Caico, ricco proprietario terriero siciliano. Fu un colpo di fulmine che superò la forte avversione della famiglia di lui per quell’unione con una “straniera” e che sfociò nel matrimonio.
Per un lungo periodo fu negata ai due coniugi la residenza nella casa di famiglia a Montedoro. Dopo circa vent’anni dalle nozze, la coppia si trasferì a Palermo.
A causa di affari di famiglia legati alla grande proprietà terriera dei Caico, Louise dovette trasferirsi a Montedoro, un piccolo paesino della provincia di Caltanissetta, nel cuore della Sicilia. Fu un drastico cambio di vita e lei si sentì come catapultata in un altro pianeta.
Louise Hamilton era però dotata di grande intelligenza, di vasta cultura e di una buona dose di ironia. Durante il suo soggiorno palermitano aveva fatto tradurre dall’inglese Come essere felici pur essendo maritate, un libro di E. J. Hardy che difendeva i diritti delle donne, anche se in toni blandi. Aveva scritto anche un opuscolo, Per un nuovo costume della donna in Sicilia, pubblicato nel 1906 sempre a Palermo, dove Hamilton analizzava il ruolo della donna lamentando il fatto che in Sicilia il genere femminile era costretto a «sopprimere l’individualità e a rimpicciolire il cuore e l’anima» e di conseguenza doveva rinunciare alle proprie aspirazioni.
Tra le pagine si legge anche la denuncia di una «stretta sorveglianza» esercitata dalle famiglie, che costringeva le donne quasi a una vita di clausura, simile alla monacazione che impediva loro di seguire aspirazioni artistiche, sportive e di qualunque altro genere. Hamilton condanna la rigida divisione dei sessi sia in famiglia che nella società e definisce esilarante lo spettacolo delle donne sedute da una parte e gli uomini dall’altra nei salotti, con la conseguenza assurda che i discorsi degli uomini agli altri uomini sono triviali e quelli delle donne alle donne del tutto insipidi.
Dei suoi soggiorni a Montedoro restano invece preziosi documenti: più di seicento fotografie e il libro Vicende e costumi siciliani, che scrive in lingua inglese. Sicilian Ways and Days, a nostro parere, dopo attenta lettura, avrebbe dovuto intitolarsi “Vicende e costumi di Montedoro e dintorni”. Le sue descrizioni e le annotazioni, infatti, sono relative a quel territorio specifico, gretto e arretrato che non rappresentava di certo l’intera realtà siciliana e raccontava di usanze che, in altre parti dell’isola, non erano così largamente diffuse e radicate.
Il suo rapporto con la Sicilia non fu certo simile a quello di altre viaggiatrici che si spinsero fino all’isola, spinte dalla moda del Grand tour europeo e che poi decisero di sceglierla come dimora definitiva. Se consideriamo le altre straniere più o meno coeve, notiamo che Louise Hamilton non mise al servizio della comunità di Montedoro, che l’accoglieva, né il suo sapere né il suo patrimonio per migliorare il contesto in cui risiedeva. Così invece fecero, ad esempio, Maria Theresa Laudien o Florence Trevelyan o Miss Mabel Hill, solo per citarne alcune. Louise restò sempre una straniera che non riuscì a creare rapporti empatici con la gente del luogo. Fu comunque una pioniera per quei tempi, per essere riuscita a mantenere la sua libertà e il suo prezioso “occhio fotografico”.
Per gli abitanti di Montedoro Louise fu una donna “strana”. Era invece solo una donna colta, emancipata che si ritrovava immersa in usi, costumi e tradizioni ancestrali. Era naturale che considerasse sia la famiglia del marito sia gli abitanti del luogo con una ovvia superiorità di intelletto e li descrivesse con un forte sarcasmo, che comunque non sconfinò mai nella cattiveria.
Le sue usanze nordiche cozzavano anche con quelle della semplice quotidianità. Era impressionata dai letti a trespolo, dalla mancanza di servizi igienici, dall’accozzaglia di ornamenti che lei definisce “dozzinali e vistosi” come i fiori di carta sotto una campana di vetro esposti in bella vista e invece i preziosi libri rinchiusi in cassapanche sistemate sotto il letto. Riuscì comunque a imporre il suo stile e a ritagliarsi in quella casa una stanza tutta per sé, dove avere un angolo per la toeletta, una tinozza per fare il bagno ogni giorno, dei libri da collocare su alcune mensole e una scrivania.
Iniziò poi a girare a cavallo, per le campagne di Montedoro, ovviamente sempre scortata da un uomo armato. In queste sue escursioni portava sempre con sé una piccola Kodak a soffietto con cui scattava fotografie.
Grande fu il suo stupore nel constatare che le ragazze del paese vivevano segregate nelle case “come in serraglio” dalle quali uscivano solo dopo aver contratto matrimonio e che comunque dopo le nozze vivevano segregate nella casa del marito. Il suo girovagare la portò a osservare le feste di fidanzamento, i matrimoni e i funerali con tutti i rituali del lutto. Dalla lettura del suo libro apprendiamo che, pochi anni prima, i defunti attaccati a una poltrona, venivano portati in giro per il paese. Sempre in Vicende e costumi siciliani descrisse le urla e i lamenti delle donne, il loro battersi il petto e strapparsi i capelli commentando che più che donne addolorate le erano parse «[…] pazze scatenate […] in un parossismo di eccitazione isterica da rasentare la follia […]».
Osservava divertita le processioni con i Cristi di cartone o di legno, i santi festeggiati con le rumorose bande e i terribili scoppi di mortaretti. Feste che lei definì «selvagge sarabande» e che le procuravano la sensazione di trovarsi «fra una tribù di selvaggi nel pieno della loro celebrazione pagana». Evidenziò infatti come le radici storiche e antropologiche di quegli usi affondavano nei riti pagani prima esistenti: «Le cerimonie religiose celebrate nelle comunità agricole sono sostanzialmente le stesse di quelle celebrate venticinque secoli fa, colla sola innovazione dei santi cristiani che hanno preso il posto delle divinità pagane […] come il culto del fuoco nelle vampe di san Giuseppe o l’incontro di Gesù e Maria, durante i riti pasquali, che ricorda Demetra errante in cerca di Persefone».
Restò molto colpita dal senso di morte e violenza che aleggiava su Montedoro e dintorni, in quella società dove tradire l’onore equivaleva a morire e la violenza della morte quasi si respirava nell’aria.
Le immagini da lei scattate ci restituiscono un prezioso documento della vita di quei borghi rurali siciliani di quel periodo. Oltre alle tradizioni per lei grette e sconvolgenti, Louise riesce comunque a cogliere la sacralità di certe cerimonie come quelle della spartizione del grano.
Nelle sue descrizioni, lettori e lettrici percepiscono nettamente la sua siderale distanza dalle donne con cui convive, siano donne del popolo, che componenti della sua famiglia. Non si intravede mai il senso della solidarietà femminile nei loro confronti, per lei restano aliene con cui non poter condividere nulla, figure avvolte negli scialli neri e avvolte in una miseria che non la imbarazza. Spesso nei resoconti si percepisce l’altezzosità nei loro confronti, soprattutto nei confronti delle serve e delle cuoche della famiglia: Louise pretendeva un minimo di agio, pretendeva la puntualità, il decoro ornamentale di una tavola ben apparecchiata, ma quelle donne non la comprendevano, si limitavano ad accettare la sua “stravaganza di straniera”, seguendo seraficamente i loro tempi e le loro usanze.
Louise osservava e fotografava «le povere case e la chiesa sbrecciata», le donne avvolte negli scialli che si recano con le brocche alle fontane, le ragazzine a cui si “combinano” matrimoni con giovani che non hanno mai conosciuto o già emigrati in America, le case con un’unica stanza in cui dormono insieme tutti i componenti della famiglia, i ricevimenti di nozze con «biscotti vecchi, caramelle che sanno di polvere e da bere quell’inevitabile liquore disgustoso che è il rosolio». Descrive con percepibile disgusto i voti di fede come quello a San Calogero nella città di Girgenti che prevede: «[…] che il fedele, arrivato alla chiesa, giunga all’altare strisciando sullo stomaco e spazzando il pavimento con la sua lingua […] lo spettacolo stomachevole per un normale spettatore, è, invece, oggetto di compiacimento e ammirazione da parte degli abitanti della città».
Ed ancora osserva allibita la pioggia di tozzi di pane duro che vengono lanciati dalle finestre per bersagliare la testa del santo e che spesso colpiscono duramente le teste dei fedeli accalcati in quella processione che definisce «bellicosa».
In un’occasione Louise dimostra sdegno per la giovanissima età di una sposa: «[…] una ragazzina quindicenne pallida e sottile, ancora una bambina. Fui presa da un moto di rabbia e mi girai, indignata, verso il mio amico Alessandro, recriminando contro un tale barbaro costume […] la risposta che mi arrivò: ma certo che questa è l’età giusta per sposarsi; a vent’anni le donne sono vecchie!».
Ci racconta anche di usanze bizzarre: avendo chiesto alla cameriera Caluzza perché le donne sotto un diluvio non si riparavano con l’ombrello come facevano gli uomini, Caluzza sgranando gli occhi le rispose: «Ma, come, Vossia non sa che non è corretto per una donna portare un ombrello?», lasciandola perplessa e sbigottita.
Tra le pagine che ci hanno più colpito quelle del suo incontro con “i carusi” delle miniere: «[…] i corpi seminudi, macilenti e denutriti, i volti pallidi e sofferenti […] il disfacimento della dignità umana». Descrive i cunicoli, i gradini per scendere in quell’inferno, i ruoli dei minatori e le competenze specifiche ma, a nostro parere, non traspare anche qui né empatia né desiderio di modificare uno status quo. Scrive soltanto: «Che altro dire se non che sono abbandonati da Dio e dagli uomini?». Certo, sono considerazioni amare che le riportano alla memoria i gironi infernali descritti da Dante, ma che pare non scalfiscano la sua algida figura di antropologa e di cronista.
In quell’arido e remoto lembo di terra colmo di tante brutture, lei, per sopravvivere, cerca di trarre una sorta di benessere personale: gode delle sue passeggiate, soddisfa la curiosità del suo intelletto, apprezza i paesaggi, il silenzio che cala sulla campagna al tramonto e che la fa dormire bene. Sappiamo che Louise si recò in altri luoghi della Sicilia, ma il libro non li descrive mentre alcune foto li ritraggono.
Morì a Palermo il 7 marzo del 1927.
Oggi, a Montedoro, la casa in cui visse è diventata un centro culturale nelle cui stanze oltre alla storia della famiglia Caico si raccontano le vite e le opere di alcuni degli scrittori e delle scrittrici siciliane.




Una delle due figlie di Louise Hamilton, Lina Caico, nel 1908 fu l’inventrice della rivista per sole donne Lucciola. Una rivista scritta a mano, in un’unica copia, che viaggiava per tutto il territorio nazionale e si riempiva man mano degli articoli delle iniziali ventiquattro redattrici.
Ma questa è un’altra storia da raccontare in seguito.
Tutte le foto degli interni di Casa Caico sono di Ester Rizzo.

Louise Hamilton Caico
Vicende e costumi siciliani
Lussografica, 2016
pp. 224
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Articolo di Ester Rizzo

Giornalista. Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Ist. Sup. di Giornalismo di Palermo, socia Sil, collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille. I primati delle donne. Autrice dei saggi: Camicette Bianche, Donne Disobbedienti, Il labirinto delle perdute e i romanzi storici Le ricamatrici e Trenta giorni e 100 lire, sempre per Navarra editore.
