Agatuzza Messia

«Tutt’altro che bella, essa ha parola facile, frase efficace, maniera attraente di raccontare, che ti fa indovinare della sua straordinarie memorie e dell’ingegno che sortì da natura».
Così scrisse, nel 1874, l’etno-antropologo palermitano Giuseppe Pitrè per descrivere Agatuzza Messia. Una donna sconosciuta a tanti e tante ma fondamentale per il lavoro di recupero della memoria di usi, costumi e novelle del popolo siciliano. Grazie a lei si sono tramandate e sono giunte fino a noi tante fiabe e tanti racconti, della tradizione orale siciliana. Giuseppe Pitrè fu una figura eclettica che, nella seconda metà dell’Ottocento, aprì la strada della ricerca ad altri etnologi palermitani e fu d’ispirazione agli scrittori Luigi Capuana e Giovanni Verga.
Così è ufficialmente raccontato, ma a onor del vero, si dovrebbe evidenziare che prima di Pitrè, un’altra scrittrice ed etnologa, Laura Gonzebach, nata a Messina nel 1842, aveva catalogato questo patrimonio culturale e soprattutto aveva dato voce alle donne del popolo con particolare attenzione al territorio della sua provincia. Laura Gonzebach aveva pubblicato, nel 1870 e in tedesco, Fiabe siciliane: questa antologia, di oltre novanta fiabe, precede di ben quattro anni la prima pubblicazione di contenuto simile di Giuseppe Pitrè.

Laura Gonzenbach
Fiabe siciliane
Donzelli Editore, 2000
pp. 582

Ritornando ad Agatuzza, di lei non si conosce la data certa di nascita, presumibilmente avvenuta intorno al 1804, in un quartiere vicino al porto di Palermo denominato “Borgo Vecchio” dove nacque anche Pitrè. Fu oltre che balia anche sarta e quando con l’avanzare dell’età la sua vista diminuì diventò cucitrice (cuttuninara) di coperte pesanti da utilizzare durante l’inverno. Riuscì a varcare i confini del suo quartiere in un viaggio con il marito a Messina e tutto quello che vide o apprese lo raccontò con enfasi al suo rientro. La dovizia di dettagli suscitava ammirazione in chi la ascoltava: raccontò del Faro di Messina, della costa calabra tanto vicina che pareva si potesse toccare con le mani, della fortezza imponente e inespugnabile che anche i turchi non riuscirono a conquistare. In un tempo in cui le popolane restavano confinate nel proprio quartiere, quel viaggio di Agatuzza rappresentava un’impresa straordinaria.
Agatuzza era analfabeta, non sapeva né leggere né scrivere ma aveva una memoria formidabile e ricordava e ripeteva i racconti di amici, parenti, conoscenti e soprattutto quelli di sua nonna. Quest’ultima li aveva appresi a sua volta dal proprio nonno e questo ci permette di datare il compendio di narrazione all’inizio del Settecento.
Agatuzza era una narratrice sapiente, che alternava le parole alla mimica e i suoi racconti popolati da gente umile, donne ribelli, fanciulle scaltre e argute, costituirono uno “sguardo” alternativo a quanto fino ad allora tramandato.
Ma quale fu il legame tra Giuseppe Pitrè e Agatuzza Messia? Tra l’erudito medico, letterato, senatore d’Italia e l’analfabeta cuttuninara? Fu un legame forte e speciale poiché Agatuzza era al servizio di casa Pitrè, lo nutrì come balia, lo allevò raccontandogli favole e aneddoti, cullandolo con antiche nenie. Giuseppe Pitrè non avrebbe mai potuto scrivere se non avesse incontrato Agatuzza. La sua opera Fiabe novelle e racconti popolari siciliani e lo studioso lo testimonia per iscritto, precisando inoltre che per i suoi studi furono fondamentali le voci di altre popolane come, tra tante, Sara Barbiera.

Giuseppe Pitrè
Fiabe novelle e racconti popolari siciliani
Donzelli Editore, 2013
Cofanetto con 4 voll. rilegato
pp. 2804

Giuseppe Pitrè rimane uno dei pochi esempi, se non l’unico, che in quel periodo segnato da ampia misoginia e scarsissima considerazione per le donne, ringrazia, loda e cita le fonti femminili che gli hanno permesso di pubblicare i suoi importanti studi.
Ricordiamo che in quel periodo erano tante le narratrici siciliane che tramandavano storie e leggende: tra le altre Maria Curatolo di Erice, Angela Smirraglia di Capaci, Giuseppa Foria di Ficarazzi e altre due palermitane Francesca Amato e Rosa Leone.
Ma Agatuzza Messia era la più valente e Pitrè così scrisse: «[…] mi vide nascere e mi ebbe tra le braccia […] ella ha ripetuto al giovane le novelle che aveva raccontato al bambino di trent’anni fa, né la sua narrazione ha perduto un’ombra dell’antica schiettezza, disinvoltura e leggiadria […] la narrazione della Messia, più che nella parola, consiste nel muovere irrequieto degli occhi, nell’agitar delle braccia, negli atteggiamenti della persona tutta, che si alza, gira intorno per la stanza, s’inchina, si solleva, facendo la voce ora piana, ora concitata, ora paurosa, ora dolce, ora stridula, ritraendo la voce dei personaggi e l’atto che essi compiono».
Se Agatuzza fosse vissuta in un altro periodo e in un altro contesto sarebbe diventata una formidabile cantastorie.
Nell’antico quartiere di Palermo dove nacquero entrambi, una lapide ricorda lo studioso a cui è inoltre dedicato in città il museo etnografico. Per Agatuzza Messia non c’è nulla che la ricordi ma fortunatamente ci si sta adoperando affinché uno spazio del museo etnografico Pitrè sia a lei intitolato.
La sua figura, curata da Alessia Franco, è entrata a pieno titolo tra Le Donne di Carta, curato da Marinella Fiume e Fulvia Toscano.

In copertina: Wilhelm von Gloeden (1856-1931), Vecchia con rocca per filare e bambina su una panca. Numero di catalogo: 2689. Verdeau auctions site (unnumbered). http://commons.wikimedia.org/.

Marinella Fiume
Donne di carta in Sicilia
Il Palindromo, 2024
pp. 256

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Articolo di Ester Rizzo

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Giornalista. Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Ist. Sup. di Giornalismo di Palermo, socia Sil, collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille. I primati delle donne. Autrice dei saggi: Camicette BiancheDonne DisobbedientiIl labirinto delle perdute e i romanzi storici Le ricamatrici e Trenta giorni e 100 lire, sempre per Navarra editore.

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