La rete non ci salverà 

C’è chi pensa che il mondo digitale sia una dimensione separata da quella reale, neutrale per definizione, quando in realtà ne è il perfetto riflesso. È da qui che parte Lilia Giugni, mettendo in apertura del suo libro una frase di Donna Haraway che ne riassume tutto il senso: «La tecnologia non è neutrale. Siamo parte degli oggetti che costruiamo, e loro sono parte di noi». La rete non ci salverà, uscito per Longanesi nel duemilaventidue, è insieme un’analisi e una denuncia: racconta come la rivoluzione digitale, invece di renderci più liberi, abbia amplificato e reso più difficili da vedere le ingiustizie che già esistevano, soprattutto quelle di genere. 

A scrivere è una voce autorevole. Lilia Giugni è nata a Napoli e da anni vive nel Regno Unito: ha un dottorato in Politics a Cambridge, dove oggi è ricercatrice, e insegna Innovazione sociale all’Università di Bristol. È un’attivista femminista intersezionale e ha cofondato GenPol, un think tank che si occupa di ricerca e di attività di sensibilizzazione su genere e giustizia sociale. I suoi articoli sono apparsi anche su la Repubblica. Questo doppio ruolo — ricercatrice e attivista — si sente in ogni pagina: Giugni non accumula dati per il gusto di farlo, ma li usa per sostenere una tesi politica chiara, e fin dall’inizio dichiara da dove guarda il mondo, definendosi «una trentacinquenne napoletana emigrata in Gran Bretagna, che di mestiere fa la ricercatrice e per passione l’attivista».

Il libro si apre con due storie che restano impresse. Carolina Picchio, quattordicenne di Novara, si toglie la vita nel gennaio duemilatredici dopo essere stata travolta da oltre duemilaseicento messaggi di insulti su Facebook, arrivati dopo che un video che la ritraeva era stato diffuso senza il suo consenso. Tian Yu, operaia diciassettenne di una fabbrica Foxconn in Cina, si lancia da una finestra dello stabilimento nel duemiladieci e resta paralizzata, dopo mesi passati a montare per dodici ore al giorno gli stessi telefoni con cui i coetanei di Carolina la perseguitavano. Due ragazze, due continenti, due vicende che di solito pensiamo come separate. Giugni invece le mette una accanto all’altra, e in questo gesto c’è già tutta la sua idea di fondo: questi episodi così diversi, scrive, sono «uniti da un filo invisibile», cioè «la relazione distruttiva tra tecnologia, capitalismo e patriarcato». 

Da qui in poi il libro procede per fenomeni, ognuno raccontato attraverso volti e storie precise. Il primo è quello delle ingiustizie algoritmiche. Giugni spiega in modo semplice un punto che spesso ci sfugge: l’intelligenza artificiale non è obiettiva, perché impara dai dati che le diamo in pasto, e quei dati portano dentro di sé i pregiudizi del passato. Il caso più chiaro è quello di Amazon, che aveva costruito un programma per selezionare i curriculum dei candidati/e. Peccato che, essendo stato addestrato sulle assunzioni degli anni precedenti — quasi tutte di uomini — il sistema avesse imparato a scartare le donne. L’azienda l’ha chiuso nel duemiladiciassette. In queste pagine compaiono anche le ingegnere che hanno provato a denunciare tutto questo dall’interno: Timnit Gebru, etiope, a capo del team di etica di Google, allontanata dall’azienda dopo aver scritto uno studio sui rischi di discriminazione di un loro algoritmo; e Susan Fowler, che ha raccontato pubblicamente la cultura sessista dentro Uber. Il libro qui aggiunge dei numeri che fanno riflettere: secondo i dati che Giugni cita, negli Stati Uniti solo il tre per cento dei lavori in informatica è occupato da donne afroamericane, e a livello globale, su sessantacinquemila sviluppatori, appena l’otto per cento erano donne. 

Il secondo grande tema è l’economia della violenza digitale, e qui Giugni torna in Italia con la storia di Tiziana Cantone, la donna napoletana i cui video intimi, diffusi senza consenso, diventarono un tormentone nazionale fino al suicidio nel duemilasedici. La cosa più interessante è la spiegazione che ne dà l’autrice: la misoginia online non è un incidente di percorso delle piattaforme, ma in parte conviene al loro modo di funzionare, perché vivono di attenzione e non fanno differenza tra un clic di apprezzamento e uno di odio. Quando usiamo un social, scrive, non entriamo in contatto con altre persone come faremmo con un elenco del telefono, ma «prima di tutto con una macchina» che ha «scopi suoi propri», cioè tenerci collegati il più a lungo possibile per raccogliere i nostri dati. 
C’è poi una parte che colpisce molto, quella sui corpi dietro allo schermo. Giugni segue le donne che nella Repubblica Democratica del Congo estraggono il cobalto e il tantalio che servono a far funzionare le batterie dei nostri telefoni: lavorano in condizioni durissime, esposte a polveri tossiche, molestie e violenze. È il momento in cui il libro smonta l’idea che il digitale sia qualcosa di «leggero» e immateriale: dietro ogni dispositivo, ricorda l’autrice, c’è un mondo «non materiale ma materialissimo», fatto di fatica e sfruttamento che ricade soprattutto sulle donne più povere e vulnerabili. 

Lo stile è diretto, spesso arrabbiato, ma sempre appoggiato a dati e fonti. Lo sguardo è dichiaratamente intersezionale: Giugni non parla delle donne come se fossero tutte uguali, ma tiene sempre presente che razza, classe, età e provenienza geografica cambiano il modo e la misura in cui si viene escluse. E soprattutto non si limita a denunciare: nell’ultima parte, intitolata «Che fare?», raccoglie dieci proposte concrete, dalla regolamentazione degli algoritmi al sostegno dei sindacati nel mondo tecnologico, fino all’educazione digitale e di genere nelle scuole. 
La chiusura, «In difesa dell’utopia», è la parte più personale e forse la più bella. Giugni racconta di una sua studente che le chiede se il mondo possa davvero cambiare, e ammette che anche lei, a volte, sente «paralizzato» quel «muscolo mentale» che serve a immaginare qualcosa di diverso. Però rivendica con orgoglio l’accusa di essere «utopista», la stessa che per secoli è stata rivolta alle donne che lottavano per il diritto di studiare, di votare, di decidere del proprio corpo: perché quelle donne, scrive, «possedevano l’invidiabile abilità di immaginare qualcosa che non c’era». 

La rete non ci salverà non è un libro che consola. È un libro che ti obbliga a guardare, a collegare le cose e a farti domande scomode su oggetti che usi tutti i giorni senza pensarci. E proprio per questo è un libro necessario. 

Lilia Giugni
La rete non ci salverà
Longanesi, 2022
pp. 248

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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.

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