Asse Locorotondo-New York. La storia di Elvira Catello 

La mattina del 20 gennaio 1888 un piccolo scialle bianco arrotolato fu adagiato in Largo della Rotella, oggi Piazza Mazzini, a Locorotondo, cittadina in provincia di Bari, nel cuore della Valle d’Itria. Si muove leggermente, silenziosamente. Una piccola manina fuoriesce dall’indumento, che, come tanti altri, è stato abbandonato nei pressi della Ruota degli esposti, come uno straccio qualsiasi. La piccola faceva parte dei tanti bambini e bambine nate da unioni irregolari, delle trovatelle e dei trovatelli, insomma. Secondo i documenti dell’epoca, la ruota era stata progettata per accogliere un «bambino di fresco nato», che sarebbe stato depositato da un/a familiare o dalla stessa levatrice e, a seguito del tintinnare della campanella, sarebbe stato accolto all’interno della Casa della Ruota, orfanotrofio religioso.  
La piccola ritrovata quella mattina gelida è Elvira Catello, cognome deciso successivamente dall’assessore anziano. Fu allevata inizialmente dalla balia Maria Chiafele di Pietro, per poi essere nuovamente ripresa da sua madre naturale, Antonietta Consoli. I primi anni visse in Contrada Serralta, in una collinetta in campagna, insieme alla sua famiglia. Nonostante non si abbiano notizie sul suo livello di istruzione, Elvira raccontò di possedere, in una prefazione autobiografica, una discreta conoscenza delle lettere. È lei stessa a ricordare un evento che segnò il suo incontro con gli ambienti socialisti: poco più che adolescente, infatti, si imbatté nei canti e nei discorsi di alcuni operai nella zona, intenti a costruire, come lei dice, un «edificio» (il Socialismo). 

Durante i primi anni del Novecento, la protesta operaia in Puglia si diffuse a macchia d’olio. A Locorotondo, nel 1903, si costituì la “Lega di miglioramento tra muratori ed affini”, presieduta da Luigi Giacovelli. In quell’anno venne organizzato il primo sciopero tra operai e artigiani, che denunciava turni di lavoro massacranti, paghe misere e assenza di riposo settimanale. Elvira Catello non rimase estranea a queste dinamiche e, anzi, si prodigò attivamente a difesa delle classi subalterne, condividendo tematiche rilevanti portate avanti da diversi esponenti del Psi, tra cui l’anticlericalismo, l’antimilitarismo e, soprattutto, l’emancipazione femminile. In particolare, le suscitò profonda ispirazione il discorso tenuto durante una conferenza a Locorotondo, nel 1903, da Francesco De Luca (siciliano inviato dalla Direzione nazionale del Psi in Puglia) contro il militarismo e gli atteggiamenti guerrafondai del Governo.  
Fu l’amicizia e, in seguito, il matrimonio nel 1906 con uno scrivano anarchico, Paolo Perrini, a segnare un cambiamento radicale nella vita di Elvira Catello. Pochi mesi dopo, però, successivamente alla morte del notaio per cui Paolo lavorava, i due vissero una disgrazia economica profonda. Così come la coppia, tanti altri e altre giovani loro coetanei, a causa degli effetti della crisi agraria, decisero di partire cercando altrove delle condizioni di lavoro e di vita dignitose, scappando dall’ambiente occlusivo della realtà locale. Il 1906 fu l’anno dell’emigrazione a Locorotondo: circa trecento persone lasciarono il paese in direzione Stati Uniti, ammaliati dal “sogno americano”. Il 19 luglio Paolo Perrini si imbarcò sul piroscafo Louisiana e arrivò in Ellis Island il 2 agosto, accolto dal suo compaesano, Fedele Annese.  
Elvira Catello, poco più che diciottenne, lo raggiunse l’anno successivo, con poche lire in tasca: il viaggio durò un interminabile mese, sulla nave Moltke, tra condizioni igieniche indescrivibili e attacchi di fame. La partenza fu mossa, oltre che dall’esigenza economica, anche dalla necessità di lasciarsi alle spalle il bigottismo politico-religioso dilagante in Puglia nei confronti di tutte quelle donne che desideravano essere autonome, anche dal punto di vista lavorativo. Finalmente il suo sogno divenne realtà il 25 maggio del 1907: si stabilì a New York, insieme a Paolo Perrini, e avviarono una piccola libreria con rivendita di giornali, chiamata “Lux”, a Manhattan, al n. 1946 di First Avenue. Diede alla luce Francesco, a cui seguirono altri sei figli, tra i quali due morirono prematuramente: sopravvissero Diana, Iride, Germe ed Elio. 
L’anno successivo all’emigrazione, la famiglia fu testimone di un evento storico. Più di 20 mila camiciaie newyorkesi protestarono per quattro mesi. A ciò, seguì il 27 febbraio una seconda manifestazione chiamata “Woman’s Day”, che unì le rivendicazioni sindacali a quelle femministe sul riconoscimento di voto alle donne. La libreria e la loro casa divennero un vero e proprio covo per anarchici/he e sovversivi/e, ma anche personaggi/e rilevanti di passaggio. Dalla testimonianza a noi giunta del figlio, Elio Perrini, si può evincere il coinvolgimento anche del padre nel movimento, attraverso collaborazioni per il giornale «L’Adunata dei Refrattari» e nel Circolo Gaetano Bresci di New York. A destare i sospetti del Consolato italiano è però Elvira Catello: lo si deduce dal dispaccio inviato al Ministero dell’Interno il 25 marzo 1914, in cui venivano chieste alcune informazioni sui due coniugi. Sotto i riflettori finì il dramma in quattro atti da lei composto con il concorso di Paolo, Il Trionfo della verità (sulla religione): in tale lavoro, emerse la sua indole ribelle e un contenuto violentemente anticlericale, antiborghese e dissacrante che pone l’anarchica in una posizione scomoda in una società arretrata come quella della Locorotondo di inizio Novecento.  

Ben presto la libreria “Lux” si trasformò anche in casa editrice, editando diverse opere socialmente impegnate, come La SfidaLo Zingaro giustiziereTenebre e Luce di autori o autrici sconosciute, e alcuni drammi dello stesso Perrini, come Le Pietre miliari del Progresso – Attraverso il Periodo Quaternario e Giordano Bruno.  
I due coniugi restarono in contatto con socialisti/e e anarchici/he pugliesi, che li aggiornavano pedissequamente della situazione politica di Locorotondo, teatro di una lotta tra fazioni locali. Difatti, in quel periodo, era nata una agguerrita minoranza di idee demo-radicali, i beduini guidati da Francesco Aprile, in contrapposizione al sindaco Antonio Mitrano, giolittiano a capo dei senussi. Tuttavia, la guerra contro l’impero austro-ungarico e l’intervento della Magistratura misero in pausa questi attriti. Nella cittadina pugliese, tra il 1914 e il 1915, il giornale socialista «Il Seme» condusse una campagna antimilitarista contro quella che lo stesso pontefice Benedetto XV definì una «inutile strage». Paolo Perrini diede il suo contributo, con lo pseudonimo “L’Italo-Americano”, denunciando il massacro. In uno dei suoi interventi più interessanti emergono i suoi ideali antinazionalisti e di denuncia contro l’odio razziale: «Chi è dunque che infiltra l’odio tra le nazioni e le razze? Se i governi sono abili a svegliare quest’odio; se sono abili a provvedere a tutto ciò che è necessario per far scannare i popoli, per quale motivo non devono incoraggiare invece tutto ciò che è nobile e produttivo?». Presso il medesimo giornale, scrisse anche Elvira Catello, firmandosi come “Una madre”: «Quante donne aspetteranno invano il ritorno dell’amante, del fratello, del marito! E mentr’esse ripenseranno ai giorni lieti quando i loro cari, pieni di vita, portavano nella casa il pane e la gioia, i corpi abbandonati sulle sabbie serviranno il pasto delle formiche. Perché? Nell’ora del dolore io mi sento sorella non solo delle madri italiane, ma anche delle arabe che, come me tremano per la vita dei figli. Il dolore ci accomuna, senza odio, in una infinita desolazione». 

Quando nel 1916, Elvira fece richiesta per alcuni opuscoli socialisti all’Amministratore del periodico genovese «La Pace», alcune lettere con il materiale inviato passarono sotto il vaglio della censura militare, inasprendo ulteriormente la sorveglianza nei confronti della scrittrice, nota come «attiva propagandista socialista». Con l’avvento della guerra, anche la libreria “Lux” fu messa sotto stretta sorveglianza, luogo di incontro per sovversivi e sovversive. Come se non bastasse, nel corso della Grande guerra, gli Stati Uniti imposero delle restrizioni nei confronti dell’immigrazione, alimentando con il passare del tempo forti avversioni nei confronti degli stranieri/e, soprattutto italiane. È in questo contesto che nasce l’interesse della coppia nei confronti anche della produzione drammaturgico-teatrale. Infatti, il teatro era divenuto strumento di denuncia della guerra e delle politiche autoritarie tra i circoli anarchici. Emerge in tale contesto una forte partecipazione femminile, da cui non è esclusa Elvira Catello, la quale fondò una compagnia che prese il suo nome e nella quale lei stessa partecipò come attrice. Aggiornò, inoltre, testi teatrali della tradizione anarchica sulla emancipazione femminile. 

Con la conclusione della guerra, l’avvento del fascismo in Italia, “Lux” è sottoposta al controllo costante delle autorità del regime (Consolato) e americane. Dopo il caso di Sacco e Vanzetti, si intensificarono ulteriormente gli episodi di aperto razzismo nei confronti degli immigrati italiani. La famiglia Perrini ospitò presso la loro casa esponenti dell’anarchismo, impegnati per i diritti civili, come Carlo Tresca e Bruno Rossi, intrattenendo contemporaneamente rapporti con l’antifascismo in Italia. Decisero di trasferirsi nel Bronx, per evitare i controlli soffocanti della polizia, dove Paolo trovò impiego in una fabbrica, relegando il lavoro editoriale solo alle ultime ore serali. Le terribili condizioni di lavoro e di vita resero l’uomo debole e particolarmente esposto a infezioni respiratorie: morì, a soli 48 anni. Dopo questo tragico evento, Elvira Catello non smise di lottare per la libertà, nonostante il grande carico familiare: trovò lavoro in una fabbrica di materassi, forte del sostegno della comunità italiana. 
A causa della crisi del 1929, la “Lux” fu costretta a chiudere, ma questo non cessò la stretta vigilanza del Consolato italiano. Il nome di Catello emerge infatti tra alcune circolari inviate dalla direzione Generale della Pubblica Sicurezza, che la segnalò come una dei punti di riferimento di un Comitato anarchico ginevrino. Elvira continuò imperterrita a sostenere i suoi ideali antifascisti, ma le pesanti pressioni la portano a far perdere le sue tracce epistolari e, dunque, anche i rapporti con la sua famiglia. Da una informativa del Consolato Generale di New York risalente al 2 giugno 1934 si evince il trasferimento di Elvira nello Stato della Pennsylvania. Da quel momento fu irrintracciabile. Si spense nel 1979, in Florida, all’età di ben 91 anni. Il suo necrologio documenta che i suoi ultimi anni trascorsero presso l’isola di Portorico e nella Florida meridionale in compagnia del figlio minore Elio.  
La combattente per la libertà, per i diritti civili e per l’emancipazione femminile, Elvira Catello, fu sepolta nel cimitero di Woodlawn, nel Bronx. 

Le citazioni sono tratte da: AA.VV, Elvira Catello e la “Lux” tra utopia e libertà, Edizioni del Sud, 2011. 

In copertina: ritratto di Elvira Catello (1888-1967). Fotografia d’epoca, prima metà del XX secolo. Tratta da raccolte biografiche sul movimento anarchico e femminista italoamericano.

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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