Genova 2001: Un procedimento non è un processo  

Sono passati 25 anni dall’assassinio di Carlo Giuliani, avvenuto durante gli scontri del G8 a Genova. 

Per non dimentiCarlo 

Luglio 2001  

Durante la giornata, in vari luoghi della città, le cosiddette forze dell’ordine aggrediscono senza motivo manifestazioni nonviolente (piazza Manin) e lasciano che gruppi anarchici internazionali rompano vetrine e incendino automobili con pietre e pali divelti dal manto stradale sotto lo sguardo degli agenti (piazza Paolo Da Novi, carcere di Marassi e piazza delle Americhe); dalla caserma di Forte San Giuliano escono uomini in divisa insieme a incappucciati che parlano tedesco e in varie strade del quartiere Foce (luogo degli scontri principali) i carabinieri parlano cordialmente con persone a volto coperto.  

In via Tolemaide un corteo autorizzato viene aggredito a freddo dai carabinieri: l’aria si satura in breve tempo per i numerosissimi lacrimogeni CS (urticanti e fortemente tossici il cui uso è vietato in guerra dalla Convenzione di Ginevra), i manganelli tonfa (metallici e con l’impugnatura a L) spaccano gli scudi che proteggono la testa del corteo, le camionette vengono lanciate in velocità sulla folla e vengono esplosi vari colpi di arma da fuoco. Le persone fermate sono picchiate ferocemente e deportate nella caserma di Bolzaneto, dove subiscono vere e proprie torture.  

In questo contesto, da via Caffa (stradina perpendicolare a via Tolemaide), un reparto di carabinieri attacca rapidamente il corteo con manganelli e lanci di pietre, poi scappa facendosi inseguire; i manifestanti che reagiscono alla provocazione (qualche decina) si ritrovano in piazza Gaetano Alimonda, chiusa dagli agenti su tutti i lati; osservando con attenzione le immagini si può notare che uno dei carabinieri porta in piazza un estintore; i carabinieri sono equipaggiati di due jeep Defender Land Rover, mezzi che, non essendo blindati, non potrebbero essere usati per le operazioni di ordine pubblico; uno dei due mezzi ha il vetro posteriore rotto; delle due jeep, una attraversa piazza Alimonda e prosegue su via Caffa fino a piazza Tommaseo, l’altra, quella con il vetro rotto, si ferma in piazza Alimonda davanti a un cassonetto. I manifestanti, stremati da ore di guerriglia, inveiscono contro gli agenti e tirano pietre contro il mezzo; un giovane cerca di infilare una trave nel vetro laterale aperto; un estintore viene lanciato da vicino contro il mezzo, ma lo scarpone di un militare basta per impedire che entri nel lunotto posteriore rotto.  

Dal retro della vettura compare una pistola e si vede una mano infilare due proiettili nell’arma tenuta in orizzontale (la posa di chi ha dimestichezza con le armi); un ragazzo vede la pistola, si china e scappa; Carlo Giuliani — riconoscibile dall’abbigliamento: canottiera bianca, pantaloni di una tuta, felpa grigia legata in vita e passamontagna blu scuro — è al lato del Defender, vede l’arma, si accovaccia a raccogliere l’estintore e lo solleva all’altezza del volto. È a circa 4 metri dal veicolo: è impensabile che un oggetto pesante possa essere lanciato e colpire un bersaglio a quella distanza.  

Partono due spari. Il primo colpisce lo zigomo sinistro di Carlo, che cade a terra paralizzato e rotola sul fianco sinistro. Eppure, secondo la versione ufficiale, lo sparo costituirebbe un atto di legittima difesa dall’estintore nonostante il gesto di raccogliere l’oggetto sia successivo al puntare la pistola. A questo punto la vettura (in panne secondo la versione ufficiale) mette la retromarcia, passa sopra il ragazzo agonizzante, poi ingrana la prima, lo schiaccia di nuovo e scompare, il tutto nel giro di meno di 6 secondi. Mentre un manifestante tenta di soccorrere la vittima, la polizia spara lacrimogeni e riprende il controllo della piazza accerchiando il ragazzo a terra. Il foro sotto l’occhio sinistro perde tantissimo sangue, il che significa che c’è ancora attività cardiaca e quindi che la vittima è ancora in vita. Quando l’ambulanza riesce ad arrivare in piazza, il giovane non risponde più all’elettrocardiogramma. 

L’autopsia constata che «in regione frontale mediana si osserva una ferita lacero contusa di forma irregolarmente stellata inserita in un’area escoriata di circa cm 3×2. […] La morte di Carlo Giuliani fu prodotta da lesioni cranio-encefaliche secondarie ad un colpo d’arma da fuoco»: secondo l’autopsia, è la pietra, e non lo sparo, a uccidere Carlo, ma il passamontagna non presenta lesioni. Una foto mostra una pietra pulita a circa un metro dalla testa del morente e nella foto successiva la pietra è più vicina e piena di sangue e una terza foto mostra un agente accovacciato sul volto del giovane: qualcuno deve aver alzato il passamontagna del ragazzo che ancora respira, spaccatogli la fronte con una sassata e ricalato il passamontagna. Ma la televisione non mostrerà mai questi fatti: proprio mentre un agente conclude l’omicidio, Adriano Lauro, allora vicequestore e capo del contingente militare, insegue un manifestante urlando «Bastardo, lo hai ucciso tu, lo hai ucciso col tuo sasso, pezzo di merda!», ed è da notare che durante questa recita Lauro non guarda il manifestante inseguito bensì le telecamere. Lauro sarà in seguito promosso dal successivo governo di centrosinistra (lo stesso che in campagna elettorale aveva promesso una commissione di inchiesta parlamentare sui fatti di Genova).  

A questi tragici avvenimenti seguono ricostruzioni alquanto fantasiose.  

La prima cosa da dire è che buona parte dell’archivio audiovisivo registrato in quei giorni si trovava presso il media center che aveva sede in via Cesare Battisti nel complesso scolastico Diaz-Pascoli-Pertini: distruggere i filmati che incriminerebbero tutta la catena di comando (questura, prefettura, ministero dell’interno e vicepremier, il quale in quei giorni era in visita ufficiale presso le caserme di San Giuliano e Bolzaneto) è il primo motivo dell’irruzione nella scuola-dormitorio avvenuta la notte successiva. La bugia più famosa riguarda proprio il massacro alla scuola Diaz: dopo il loro atto ingiustificabile, i capi che hanno guidato la «macelleria messicana» (compiuta mischiando agenti di reparti diversi, il che avrebbe reso più difficili le future identificazioni in tribunale) hanno tenuto una conferenza stampa mostrando delle false molotov come prova che nella scuola si trovavano membri del Black Bloc. Anche in assenza del reato di tortura, depistaggio e falsa testimonianza sono tra i reati più gravi che dei poliziotti possano compiere. 

Mark Covell, giornalista inglese, era alla Diaz la notte fra il 21 e il 22 luglio 2001: fu la più grave fra le vittime del massacro e 25 anni dopo non ha mai recuperato la salute polmonare e mentale. Con dolore e rabbia partecipa alla commemorazione. Al suo posto ci poteva essere chiunque di noi giornaliste. 
La palestra della scuola Diaz, dove 93 persone dormienti furono massacrate dalla polizia  

Quanto all’omicidio di Carlo Giuliani, la versione ufficiale attribuisce gli spari a Mario Placanica, carabiniere di leva con pochi mesi di esperienza. La sera stessa, interrogato dai pubblici ministeri, Placanica sosterrà di non aver mai sparato, per poi cambiare versione dopo un colloquio con i superiori. La versione seguente è di aver sparato in aria (smentito dalle fotografie), e quella ancora successiva di aver colpito il ragazzo. Le menzogne grottesche si contano numerose: Filippo Cavataio, autista del Defender, dichiarerà in tribunale di non aver mai sentito gli spari (eppure non aveva né casco né maschera antigas e non gli sono mai stati diagnosticati problemi di udito) e Placanica, che ammette di aver sparato, riporta ferite (escoriazioni compatibili con sassate) al collo e alla nuca, il che rende impossibile che sia lui a sparare (se fosse rivolto verso i manifestanti dovrebbe essere ferito al volto, ed è assai improbabile che le sassate gli siano state tirate dall’autista alle sue spalle). Dunque, chi è che spara? Sul Defender sono presenti (almeno) 3 agenti: l’autista Cavataio, Placanica (probabilmente quello che nella foto dà le spalle ai manifestanti, il che è compatibile con le ferite, e si copre le orecchie al momento degli spari) e un altro. Chi è costui? La versione ufficiale parla di un certo Dario Raffone, che nessuno conosce e non compare nei verbali di pronto soccorso; una giornalista afferma invece di aver visto arrivare all’ospedale Galliera la jeep in questione (riconoscibile dalla targa e dal vetro rotto) con Placanica, Cavataio e «un terzo uomo con la divisa da ufficiale». L’età e la scarsa esperienza di Placanica rendono improbabile che sappia sparare così bene (tenere l’arma in orizzontale, infilare i colpi con mano ferma e colpire un bersaglio in movimento nell’unico punto non coperto dal passamontagna sono gesti da professionista esperto). Inoltre Placanica arriva al pronto soccorso del Galliera (non lontano dal luogo dell’omicidio) quasi 3 ore dopo e con tanto “liquido rosso” che gli bagna il collo: cosa ha fatto per tutto quel tempo una jeep rotta con sopra tre uomini stremati e insanguinati in una città senza traffico? La spiegazione più plausibile è che in quell’arco di tempo abbiano fatto una tappa alla centrale operativa presso la Fiera del mare per trovare un nome di un collega da mettere sui giornali e che lì Placanica sia stato medicato in infermeria e non in pronto soccorso (quindi il liquido rosso sarebbe mercurocromo e non sangue); inoltre Placanica dichiara di aver ricevuto dei punti di sutura che non compaiono nel referto del Galliera, e non esiste ospedale in Italia che metta dei punti senza scriverlo. Mario Placanica è la copertura di un carabiniere di alto grado che è il vero assassino. 

La sera stessa del 20 luglio in televisione il vicepremier pronuncia la sentenza di un processo che non si terrà mai: scavalcando il lavoro della magistratura, Gianfranco Fini parla di «legittima difesa». Il pupillo di Almirante, che nelle ore precedenti era a Genova a solidarizzare con chi picchiava, uccideva, insanguinava le strade e violava i diritti umani, dichiarerà poi alla Camera: «le manifestazioni di piazza sono da sempre il brodo di coltura dell’eversione», un concetto chiaramente fascista. 

Ma quella sera c’è un uomo che dice la verità: «piazza Alimonda è stata un’imboscata!», urla senza mezzi termini don Andrea Gallo.  

Il ritratto di don Andrea Gallo in piazza Carlo Giuliani ragazzo: il prete degli ultimi è sempre stato un protagonista fondamentale di questa piazza  

L’indomani il manifesto esce con il titolo «Fini giustifica i mezzi».  

A oltre un anno di distanza dai fatti, la seconda versione di Placanica, ovvero lo sparo in aria, verrà coronata da un particolare surreale: lo sparo verso l’alto sarebbe stato deviato da un sasso volante e quindi reindirizzato verso il volto della vittima. Tutte le immagini disponibili smentiscono tale assurdità. Un processo per omicidio avrebbe dimostrato la falsità di quest’ultima invenzione e trovato il vero assassino.  

Invece, a dicembre 2002, citando le parole di Fini e prendendo per buona la teoria del fantomatico proiettile deviato dal sasso contro tutte le prove visive disponibili, su richiesta della procura di Genova (il Pubblico Ministero Silvio Franz) la Giudice delle Indagini Preliminari Elena D’Aloisio archivia il processo: Mario Placanica (che non è detto che abbia sparato) avrebbe sparato per legittima difesa (che legittima non è in quanto la presunta “difesa” è maggiore dell’attacco a cui dice di rispondere e avviene per prima). La procura ha preferito fidarsi delle ipotesi piuttosto che delle prove per non smentire il vicecapo del governo. 

Chi ha sparato a Carlo? Chi ha dato l’ordine? Chi c’era su quella jeep?  

Un procedimento di archiviazione dovuto a pressioni politiche ha soffocato sul nascere il processo che avrebbe potuto rispondere a questi interrogativi.  

Anche la commissione d’inchiesta parlamentare promessa dal governo di centrosinistra (2006-2008) non vedrà mai la luce: probabilmente avrebbe mostrato che le responsabilità nell’organizzazione del vertice sono bilaterali (il governo Berlusconi, con Claudio Scajola ministro dell’interno, si era insediato un mese prima del G8 e le uniche ordinanze effettivamente emanate dalla destra riguardano i limoni finti davanti al Palazzo Ducale e il divieto di stendere la biancheria fuori dalle finestre del centro storico).  

Tra il 2005 e il 2012 si terranno i processi contro 25 manifestanti accusati di «devastazione e saccheggio» e contro i vertici dell’assalto alla scuola Diaz e delle torture a Bolzaneto, accusati di «violenza privata e lesioni personali aggravate» (che, in assenza del reato di tortura, sono punite con pene irrisorie): in questi processi si parlerà lungamente dei fatti di piazza Alimonda (ad esempio, è in questa sede che Lauro ammette di aver lanciato sassi contro i manifestanti nell’imboscata che conduce in piazza Alimonda), dimostrando che, anche solo per fare chiarezza, si sarebbe dovuto aprire un procedimento penale per omicidio.  

Nel 2009 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, pur non smentendo la tesi della legittima difesa, sanzionerà l’Italia per il mancato processo per omicidio. 

Amnesty International definisce il G8 di Genova del 2001 «la più grave violazione dei diritti democratici in uno Stato occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale». Dopo il 2001, è impossibile pensare che le cosiddette forze dell’ordine ci proteggano.  

Esiste un modo peggiore di infangare la reputazione di uno Stato e di un’istituzione? 

Luglio 2026  

Il 19, 20 e 21 luglio sono stati celebrati i 25 anni da quelle tragiche giornate. 

Ricordando il corteo dei migranti che il 19 luglio 2001 aveva pacificamente sfilato per la città, il 19 luglio scorso un corteo indetto dalle reti No Kings e Genova Antifascista si è fatto largo da piazza Carlo Giuliani ragazzo (ex piazza Alimonda) fino a piazza De Ferrari (luogo degli scontri del 30 giugno 1960 simbolo dell’antifascismo genovese).  

Il corteo del 19 luglio sfila in via XX Settembre 

Le attuali crisi ecologiche ed economiche non fanno che dare ragione alle istanze del movimento che nel 2001 fu stroncato a Genova. 

Il 20 luglio è, come ogni anno, la commovente giornata di solidarietà per il ragazzo ucciso allora. Dal 2001 in poi, la famiglia Giuliani-Gaggio scrive a ogni nuovo Presidente della Repubblica per chiedere che lo Stato si scusi formalmente per i fatti di allora, ma nessuno dei tre ultimi capi di Stato ha mai risposto. Alla vigilia di questa ricorrenza, a Bologna, un altro ragazzo è stato assassinato dallo Stato.  

20 luglio, una bandiera palestinese sventola in piazza Carlo Giuliani durante la commemorazione del suo assassinio 

La sera del 21 luglio una fiaccolata ha raggiunto la scuola Diaz. Erano presenti alcune delle vittime più gravi (come il giornalista inglese Mark Covell e la militante tedesca Lena Zulke, che finirono in coma a causa dei colpi ricevuti quella notte e che non recupereranno mai la piena salute psicofisica). Per la prima volta dopo 25 anni, era ufficialmente presente il Comune di Genova con la sindaca Silvia Salis.  

Nel cortile della scuola Diaz: si possono riconoscere il giornalista inglese Mark Covell (secondo da sinistra), la manifestante tedesca Lena Zulke (la quinta da sinistra) — anche lei finita in coma quella notte, trascinata per le scale mentre aveva la testa aperta dai calci e dalle manganellate degli agenti, è la prima volta che torna a Genova dopo il trauma —  ed Enrica Bartesaghi (sesta da sinistra), madre di una delle vittime e a lungo presidente del comitato Verità e Giustizia per Genova.  

In copertina: la lapide per Carlo nei pressi del punto in cui fu ucciso: è solo per motivi anagrafici se al posto di Carlo non c’era qualcuna di noi .

Fonti sitografiche

Libri consigliati

  • Giuliano Giuliani, Non si archivia un omicidio, stampato in proprio, 2013; 
  • Francesco Barilli, Manuel De Carli, Carlo Giuliani, il ribelle di Genova, Becco Giallo editore, 2011; 
  • Marco Rovelli, Con il nome di mio figlio: dialoghi con Haidi Giuliani, Transeuropa, 2009. 

Film consigliati

  • La trappola
  • OP
  • Black Bloc
  • Quale verità per piazza Alimonda?
  • Carlo Giuliani Ragazzo

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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