Dietro ogni brigantessa che imbracciò un fucile nei boschi del Mezzogiorno c’è una decisione che la storiografia ufficiale ha per lungo tempo negato di raccontare e analizzare nella sua complessità, riducendola a un destino subito piuttosto che a una scelta compiuta. L’idea che senza le donne il brigantaggio meridionale non sarebbe esistito non apparirebbe del tutto priva di fondamento se finalmente si concedesse l’importanza che merita alla partecipazione diretta delle donne alla guerriglia postunitaria. Queste donne, vestite e armate come i compagni uomini, cadute negli stessi scontri, giustiziate sul campo o trascinate nei tribunali, hanno reso possibile l’esistenza stessa del fenomeno.
Prima di ripercorrere le ragioni che spingevano una donna verso la macchia, va chiarito che la scelta di diventare brigantessa si misurava in rapporto a un’alternativa concreta, quella di restare in paese come manutengole che tenevano con i briganti rapporti di sostegno e complicità, spesso anche sessuale, e non di rado erano le mogli o le compagne degli stessi membri delle bande. Erano temute e rispettate, proprio in virtù della loro vicinanza con i briganti, che poteva comportare tanti benefici quante ritorsioni. La brigantessa vera e propria abbandonava invece la vita normale attraverso un rito di iniziazione, la svestizione degli abiti femminili e la vestizione di quelli maschili, sia metaforicamente che materialmente, imbracciando le armi. Aveva così la possibilità di acquisire nuove competenze e svolgere mansioni tipicamente maschili, soprattutto poteva partecipare al bottino dei saccheggi a cui aveva preso parte, al pari degli uomini, mentre le manutengole molto raramente avevano anche solo voce in capitolo. All’interno della banda a volte c’erano anche delle prostitute, che appartenevano all’intera collettività ed erano pagate per le prestazioni offerte. Fu proprio la loro presenza ad alimentare uno dei fraintendimenti storici più persistenti sul fenomeno, quello che ha ridotto le brigantesse a semplici donne di piacere al servizio dei briganti.
Dal punto di vista giudiziario, le manutengole, a causa del loro appoggio considerato frutto di una scelta pienamente consapevole, subivano in tribunale condanne più severe di quelle riservate alle brigantesse, a cui i giudici riconoscevano quasi sempre l’attenuante della costrizione. Va detto però che restare in paese non equivaleva a una scelta di comodo, anzi, implicava ricoprire un ruolo vitale, poiché ogni banda aveva bisogno di un legame stretto con il territorio, garantito proprio dalle donne della famiglia. Oltretutto, se un numero consistente di uomini si dava alla macchia, le loro compagne non potevano seguirli in massa senza mandare in rovina l’economia dei villaggi. Molte avrebbero voluto raggiungere i propri uomini, ma sapevano di dover restare, e in quella permanenza forzata subivano ulteriori conseguenze, meno visibili ma decisive, della stessa scelta.
Le ragioni che spingevano una donna a lasciare la casa e gli affetti erano invece tutt’altro che uniformi. Per molte il legame con un uomo già ricercato rappresentava il filo che le trascinava nei boschi, eppure ridurre la scelta femminile a una semplice espressione d’amore cieco nei confronti del maschile significherebbe ripetere lo stesso errore di lettura che ha a lungo relegato le brigantesse al ruolo di comparse. A volte tali donne fuggivano da una condizione domestica insostenibile, come Filomena Pennacchio, che si rifugiò sui monti dopo aver ucciso il marito ossessivamente geloso. Oppure erano donne dal carattere impulsivo, come Caterina Maria Teresa Succurro, che portava con sé un’irrequietezza fatta di risse, ingiurie e persino un incendio appiccato prima di darsi al brigantaggio. Storie simili dimostrano come il rifiuto delle convenzioni e una forma di turbamento profonda attraversassero le briganti, addirittura a prescindere dal ceto sociale d’appartenenza. Cherubina Pierro, nata a Ferrandina nel 1826, incarnò la figura più politicizzata fra tutte, elemento, quello ideologico-politico, pressoché ignorato e sminuito nel racconto storiografico delle ragioni del brigantaggio femminile. La donna organizzò una propria banda, autonoma da quelle maggiori, e la si vedeva cavalcare da sola per le campagne a fare proseliti in nome di Francesco II.
Oltre ai legami affettivi, all’indole impulsiva e tormentata e alle ideologie politiche, contribuì infine la Legge Pica, che consentiva di imprigionare senza un’accusa specifica chiunque fosse sospettato di legami con i briganti, a spingere alcune donne verso la vita clandestina. Per molte innocenti la paura dell’arresto divenne la spinta decisiva a fuggire davvero. Va aggiunto poi un motivo che ricorreva più di ogni altro nelle testimonianze raccolte a processo: quello dell’allontanamento forzato da casa (il ratto o rapimento), che vedeva la giovane caricata su un cavallo e trascinata a seguire i briganti, spesso costretta a giacere con loro. La questione sessuale si impose come terreno di scontro tra verità e strategia difensiva in tribunale, poiché quasi tutte le imputate raccontarono di essere state rapite o forzate ad avere rapporti con i compagni per avere salva la vita, un copione che rispondeva a ciò che le giurie volevano sentire, dato che una donna costretta meritava clemenza mentre colei che avesse scelto liberamente meritava pena piena. La società contadina e patriarcale conosceva bene il matrimonio per ratto, un rapimento concordato in partenza per vincere la resistenza dei genitori, e molte fughe raccontate come violenze erano in realtà accordi taciuti tra due persone che si amavano, tanto che proprio le donne non soggette allo stupro ne parlavano con disinvoltura, mentre le poche che lo avevano realmente subito mostravano la ritrosia che ancora oggi conosciamo nel condividere un’esperienza così traumatica. Lo stupro, quando reale, era del resto un’arma precisa, usata talvolta contro le compagne dei nemici della banda e soprattutto dei traditori. Per colpire l’onore di un uomo si offendeva il corpo della donna che gli apparteneva, e una volta perduto quell’onore, per la donna il ritorno al paese diventava quasi impraticabile, tanto che restare nella banda non era più una scelta ma l’unico orizzonte rimasto. Esistevano delle circostanze particolari, come, per esempio, l’insorgere di una gravidanza, in cui veniva offerta loro la possibilità di tornare a casa, così da essere supportate adeguatamente dal resto della famiglia. Tuttavia, al villaggio, non c’era spazio per una brigantessa, sarebbe stata incarcerata immediatamente, condannata, oppure isolata dal resto della comunità. Non si trattava di una scelta facilmente reversibile.
Il rapporto tra le brigantesse e i loro compagni resta l’aspetto più rivelatore di questa storia, perché racconta quanto la loro presenza fosse insieme necessaria e temuta. Le donne stabilmente aggregate alla banda erano quasi sempre le compagne dei capi, mai quelle dei gregari comuni, un privilegio che rifletteva un compromesso implicito, poiché limitare le presenze femminili significava disinnescare la tensione sessuale che una promiscuità diffusa avrebbe acceso tra uomini non abituati a simili condizioni di vita. La brigantessa del capo veniva sorvegliata durante il riposo, tenuta lontana dai fornelli per il timore, tutt’altro che infondato, di un avvelenamento, e osservata nel timore che potesse persuadere il suo uomo a rinunciare alla macchia. Il capobanda Pietro Bianco, prima di raggiungere la propria compagna, chiedeva ai gregari una sorta di benedizione collettiva, e questi rispondevano ricordandogli che la donna prima o poi tradisce, lega, indebolisce. Era la stessa paura di essere delegittimati che decenni dopo avrebbe attraversato le fila di eserciti più moderni, tanto che un soldato inglese, riflettendo nel 1940 sulla presenza femminile nei ranghi combattenti, definì la vista di milioni di donne armate «la visione più terrificante per un uomo». Nei boschi meridionali come nelle trincee e nei campi di battaglia del Novecento, a essere minacciata dalla presenza femminile non era la sicurezza del gruppo, ma un’identità maschile costruita sull’esclusiva virilità della guerra, che non poteva essere condivisa con quello che chiamavano, con un ambiguo ossequio, il «gentil sesso».
Proprio per sfuggire a questa diffidenza, la brigantessa aveva bisogno del capo tanto quanto il capo aveva bisogno di lei, dal momento che legandosi a un uomo di autorità riconosciuta poteva ottenere una protezione reale dagli appetiti altrui, guadagnandosi lo spazio per agire, combattere, persino comandare. La libertà conquistata nei boschi restava spesso una libertà negoziata, sospesa tra l’emancipazione dai ruoli tradizionali e una nuova forma di dipendenza da un uomo, una contraddizione che non ne sminuisce la scelta, ma la rende, semmai, più umana.
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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.
