Sono passati circa tre anni dal 7 ottobre 2023. Da allora Israele combatte su sette fronti: Gaza, Giudea e Samaria (come i coloni chiamano la Cisgiordania) Siria, Libano, Iraq, Yemen degli houti e Iran, con uno sforzo bellico immane.
I riservisti sono al limite delle forze fisiche e mentali, i coloni commettono violenze inaudite, a Gaza si continua a morire e chi sopravvive lo fa in condizioni umanamente inaccettabili. La maggior parte dell’opinione politica mondiale, compresa quella americana, è dalla parte del popolo palestinese e considera Netanyahu un criminale aggrappato alla poltrona per salvarsi dalla giustizia.
I dolori di Sion, seconda parte del volume di giugno di Limes, contribuisce a spiegare che cosa sta succedendo all’interno di Israele, approfondendo con dati e informazioni quello che difficilmente troviamo sui media generalisti. Apre questa sezione Israele volle non amare, un titolo che a chi mastica poco di geopolitica potrà suonare strano. La geopolitica è all’incrocio di tanti saperi: geografia, storia, filosofia, religione, culture dei popoli. Non è solo strategia militare e conflitti di potere.

Il sionismo realizzato nacque dopo il 1948 come un posto dove gli ebrei di tutto il mondo potessero essere sicuri e oggi per colpa di Israele è diventato il luogo meno sicuro per chi lo abita. Il 7 ottobre 2023 l’attentato di Hamas è stato definito terroristico dal governo di Netanyahu, senza collocarlo all’interno di una storia di conflitti arabo-israeliani né tenerne in considerazione le cause. La parte meno informata dell’opinione pubblica mondiale lo ha vissuto come tale. La ferita inflitta al popolo israeliano è stata talmente grande da suscitare nello Stato un desiderio di vendetta (sentimento che non si addice agli Stati ma agli individui) che lo ha portato a una guerra contro tutti. Di fatto Israele da allora si comporta come un Impero che occupa gradualmente dapprima i territori più vicini, Gaza, combattendo Hamas, e Cisgiordania, e poi via via quelli abitati da arabi, come il Libano, combattendo Hezbollah e costringendo le popolazioni alla fuga. L’idea di fondo è arrivare a mettere in sicurezza il popolo ebraico, eliminando o costringendo ad andarsene tutte le persone nemiche, con l’effetto però di far sentire le persone sempre più insicure. Ma a ben vedere è proprio Hamas ad aver vinto (anche se è del 6 luglio scorso la notizia dello scioglimento, ma non del disarmo, del Comitato di emergenza del governo di Hamas a Gaza in esecuzione di negoziati all’interno del Board of peace di Trump; nel frattempo a capo di Hamas oggi troviamo Khalil al-Hayya, successore di Sinwar ucciso dall’Idf) perché questa situazione ha portato Israele alla disgregazione mentre Hezbollah continua a combattere in Libano. Ne parla in Apocalittici e disintegrati il filosofo e saggista Simone Tropea.

Il punto però è che alcune frange all’interno dello Stato di Israele, che in passato erano definite anche dallo Shin Bet, il servizio segreto interno, terrorismo ebraico e condannate, oggi hanno aumentato la loro forza e i loro comportamenti vengono definiti nei documenti ufficiali da Zini, il nuovo capo dello Shin Bet, un messianista, con termine eufemistico, come tutta la propaganda di guerra, frizioni tra coloni e terroristi palestinesi, soprattutto in Cisgiordania.
Ma non ci sono solo i coloni a compiere azioni brutali e a cacciare dalle loro dimore la popolazione araba. Ci sono anche gli ultraortodossi che compiono atti di sabotaggio verso lo Stato ebraico. Ne scrive Aahron Rabinovich in Lo stato degli ultraortodossi, presentando i vari gruppi o tribù: da quelli che non riconoscono lo Stato di Israele ma seguono soltanto la Torah, gli haredim più radicali, a quelli ultranazionalisti che appoggiano il Governo. I primi si rifiutano di fare il servizio militare, sono esentati dall’andare in guerra e ritengono che pregare e studiare la Torah sia il loro dovere in attesa del Messia, mentre i nazionalisti come Smotrich e Ben Gvir sono attivisti messianici, cioè ritengono che la venuta del Messia debba essere facilitata dal popolo ebraico con azioni quali la graduale invasione dei territori palestinesi e la cacciata e la distruzione della popolazione araba. E si ribellano, insieme ai laici, all’esenzione dal servizio militare e dalla guerra degli haredim. Il problema di fondo di Israele è che gli haredim insieme alla popolazione araba israeliana diventeranno la forza trainante di Israele dal punto di vista demografico, poiché gli haredim hanno il tasso di fertilità più alto al mondo e probabilmente nel 2050 rappresenteranno insieme alla popolazione araba il 30% delle persone di Israele. Non è raro assistere a episodi di guerriglia urbana tra le varie componenti del pianeta ortodosso.
Intanto, come sta la società israeliana?
«I dati sono sconvolgenti: il consumo di caffè è aumentato, rispetto al 2022, del 425%, mentre il numero di pazienti con insonnia diagnosticata è passato dal 5% al 28%. Addirittura, alcuni cittadini evacuati in lussureggianti località balneari sul Mar Morto passano tre o quattro ore della notte a controllare che porte e finestre siano ben chiuse», come riporta De Ruvo.
Scrive Simone Tropea: «La radicalizzazione ideologica e l’esplosione del conflitto non hanno creato dal nulla l’ondata di vulnerabilità psichica: hanno agito come un potente fattore di slatentizzazione e amplificazione, portando in superficie fragilità psicologiche e forme diffuse di deterioramento della salute mentale che il funzionamento ordinario della società riusciva ancora, almeno in parte, a contenere. Solo negli ultimi mesi ho incontrato S., giovane riservista attraversato da ideazioni suicidarie; L., incapace di sostenere il ritorno alla vita sociale senza crisi d’ansia; A., alle prese con episodi depressivi profondi e improvvise chiusure relazionali; una bambina con manifestazioni compatibili con il mutismo selettivo; adulti che descrivono insonnia cronica, pensieri intrusivi, alterazioni percettive, fino a quadri che sfiorano la psicosi». Molte persone vogliono scappare ma sono combattute all’idea di lasciare in Israele figli/e, mariti, anziani/e. E la gran parte della popolazione di Israele condivide il progetto imperiale di Netanyahu e dei suoi alleati.
Israele è solo perché accecato dalla vendetta come Sansone, che morirà con tutti i filistei che lo hanno accecato.
Ma Israele possiede le forze necessarie per realizzare questo progetto imperial-messianico? De Ruvo analizza la situazione e arriva a una conclusione che spiega il titolo del suo scritto, in chiave squisitamente geopolitica. A tale proposito è particolarmente illuminante il podcast I confini di Israele di Lucio Caracciolo che si può leggere sulla app di Limes di giovedì 16 luglio 2026.
La terza parte del volume L’Esagono contro la Turchia esamina le mire di Israele in Medio Oriente e il suo progetto di costruire un Esagono con Grecia, Cipro e Stati arabi del Golfo contro la Turchia, l’ottavo fronte. Sono molti gli articoli che se ne occupano: Netanyahu patrono della grande Turchia di Daniele Santoro è una specie di detective story che prevede una futura guerra tra Israele e Turchia, che non potrà che vedere vincere la Turchia, altri autori si focalizzano sulla posizione dell’India, mentre Sumantra Maita spiega molto dettagliatamente perché Gli Stati Uniti non possono perdere la Turchia nemmeno per Israele.
Mi piacerebbe chiudere con le parole di un libro del 1993 di Philip Roth, Operazione Shylock, citate in esergo dell’approfondimento di De Ruvo:
«Ancora una volta il popolo ebraico si trova a un crocevia terribile. A causa di Israele. A causa d’Israele e del modo che ha Israele di mettere tutti noi in pericolo. Dimenticati la legge e ascolta, ti prego, quel che ho da dire. La maggior parte degli ebrei non sceglie Israele. La sua esistenza non fa che confondere tutti, ebrei e gentili. Ripeto: Israele non fa che mettere in pericolo tutti».
In copertina: particolare della copertina di Limes, di Laura Canali.
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
