Nella serie precedente, dedicata alla “cultura della corda”, si è mostrato come l’invenzione della corda sia stata decisiva per l’evoluzione umana, al pari degli utensili in pietra, e come la sua produzione e gli intrecci annodati siano stati tradizionalmente attività femminili. Si è anche evidenziato che giochi e intrecci con la corda, come la matassa, hanno avuto un ruolo importante nello sviluppo del pensiero matematico.
La nuova serie di articoli analizzerà la fase successiva: il passaggio dalla corda al filo e, con l’ago, la nascita della tessitura e della produzione di abiti. Questo percorso sarà affrontato da una prospettiva femminile, perché ogni ambito della vita umana appartiene alla sfera femminile e deve essere interpretato attraverso un pensiero femminista. Se le donne sono state storicamente il soggetto più sfruttato, allora un pensiero femminista egemone, ovvero capace di definire ogni aspetto dell’esistenza, è l’unico percorso da seguire.
Partiamo dall’inizio, ovvero dalla preistoria. Recenti scavi a Jebel Irhoud hanno riportato alla luce strumenti litici e resti umani contenuti in uno strato geologico risalente a 280.000-350.000 anni fa (Hublin 2017; Richter 2017).

Questi resti sono chiaramente distinguibili sia da quelli di Homo neanderhaliensis che da quelli delle altre specie di Homo, e trovano la massima somiglianza con quelli dei moderni Homo sapiens. Il cranio, invece, esternamente presenta caratteri intermedi tra quelli arcaici e quelli moderni, ma è abbastanza simile a quello di Homo sapiens scoperto nel sito di Laetoli in Tanzania, e al più recente cranio ritrovato a Qafzeh, in Israele. Di grande interesse la forma interna della teca cranica, la cui struttura sembra già preludere all’evoluzione verso la forma globulare del cranio di Homo sapiens delle epoche successive. Secondo Hublin e colleghi, i fossili di Jebel Irhoud rappresentano la migliore prova paleoantropologica trovata finora dell’esistenza di una fase “pre-moderna” nell’evoluzione di Homo sapiens.


Dal punto di vista anatomico, gli umani moderni appaiono in testimonianze di reperti della grotta di Apidima in Grecia risalenti a 210.000 anni fa e successivamente, 80.000 anni più tardi, in altri reperti risalenti 130.000 anni fa in Africa. Inoltre, sono stati rinvenuti in tufi vulcanici della valle del fiume Omo in Etiopia resti risalenti a 195.000 anni fa, datati con tecniche basate sui rapporti isotopici dell’argon, con un’incertezza di ±5.000 anni.
Inizialmente gli antenati degli esseri umani erano coperti di pelo esattamente come tutti i primati. Questa condizione durò fino alla comparsa dell’Homo sapiens. I peli svolgono una serie di funzioni che vanno dall’isolamento termico alla protezione dal sole, dal miglioramento della sensibilità cutanea alla comunicazione delle emozioni (attraverso la piloerezione) e alla decorazione.
Un punto chiave della sopravvivenza di tutti gli organismi viventi è il mantenimento dell’omeostasi, ovvero capacità degli organismi viventi di mantenere un equilibrio interno nonostante le variazioni dell’ambiente esterno. L’omeostasi è fondamentale per la sopravvivenza degli esseri viventi, poiché consente loro di adattarsi a cambiamenti esterni mantenendo un ambiente interno stabile. Gli organismi, dunque, utilizzano meccanismi autoregolatori per stabilizzare le loro condizioni chimico-fisiche interne, come la temperatura corporea nei mammiferi (compresa la temperatura costante del cervello) per esempio durante l’attività fisica prolungata in ambienti caldi.
Gli animali con peli utilizzano vari meccanismi di dissipazione del calore dovuti al fatto che, a differenza degli esseri umani, la maggior parte dei mammiferi con pelo non possiede ghiandole sudoripare diffuse. Questo rende il sudore un meccanismo marginale (nei cani, ad esempio, le ghiandole sudoripare sono limitate alle zampe). I meccanismi sono: 1) l’ansimare (molti animali pelosi, come cani e felini, dissipano calore aumentando la frequenza respiratoria. L’evaporazione dell’umidità dalle vie respiratorie e dalla lingua favorisce la dispersione del calore); 2) la vasodilatazione periferica (alcuni animali, ad esempio i conigli, sfruttano le orecchie, il naso o altre zone poco coperte dal pelo per aumentare la circolazione sanguigna e disperdere calore); 3) i comportamenti adattivi (la ricerca di superfici fresche, zone d’ombra o acqua per abbassare la temperatura corporea); 4) la modulazione del pelo (il mantello non serve solo a trattenere calore, in estate, la muta stagionale riduce la densità del pelo, favorendo la dispersione, inoltre attraverso la piloerezione (peli che si rizzano), gli animali possono modificare lo spessore dello strato isolante).
Quando fa freddo, un’erezione parziale aiuta ad aumentare lo spessore del pelo per trattenere il calore corporeo, mentre, in condizioni di caldo estremo, portare i peli in posizione verticale può facilitare la dispersione del calore. Anche il tipo di pelo fa la differenza: negli animali di razza angora o nelle pecore, il sottopelo lanoso presenta un canale interno vuoto che trattiene l’aria e limita la dispersione del calore. Le renne della foresta finlandese (Rangifer tarandus L) in inverno sviluppano una pelliccia composta da strati spessi di peli principali e un sottopelo lanuginoso, offrendo una protezione straordinaria contro il gelo estremo. Anche molti animali del deserto possiedono uno strato di pelo folto, specialmente sul dorso, un isolante che riduce l’assorbimento di calore dall’ambiente esterno e protegge l’animale dal surriscaldamento. Inoltre, il colore del mantello gioca un ruolo fondamentale: i corpi chiari riflettono la luce solare, mentre quelli scuri assorbono più calore. Ecco perché molte specie desertiche sono di colore chiaro, mentre gli animali delle regioni fredde possono avere una pelliccia più scura per catturare più calore del sole.

Questi meccanismi di omeostasi funzionavano anche per i primi ominidi pelosi compresi i primi Homo sapiens. Nel tempo, grazie all’aumento nella dieta di proteine e acidi grassi (pesce, carne cotta) e alla pressione sociale, cioè alla necessità di cooperare e comunicare che ha spinto la crescita delle aree legate al linguaggio e all’empatia, il cervello umano si è evoluto aumentando in volume da Homo habilis (circa 2 milioni di anni fa, con un volume di 600–700 cm³), a Homo erectus (1,9 milioni-400.000 anni fa, volume cranico 800-1000 cm³) fino a Homo sapiens (1.300–1.500 cm³), il cui cervello non è più cresciuto in volume, ma ha ottimizzato la plasticità neuronale e la capacità di adattamento culturale. Questa crescita in volume del cervello ha avuto come conseguenza la perdita del pelo negli esseri umani moderni e la formazione di una vasta gamma di colori della pelle determinati geneticamente presenti all’interno di una singola specie (Jablonski 2004).

La temperatura del cervello segue da vicino quella arteriosa, richiedendo un’attenta regolazione della temperatura del sangue circolante (Nelson & Nunneley 1998). Questo processo è diventato sempre più importante con l’aumento dei livelli di attività e delle dimensioni del cervello nel genere Homo durante il Pleistocene. I metodi della dissipazione del calore degli animali pelosi non erano sufficienti a mantenere l’omeostasi di un cervello aumentato di volume. La selezione evolutiva ha privilegiato gli individui in grado di mantenere l’omeostasi termica anche in condizioni di incremento del carico termico ambientale o durante attività fisiche intense. Tale capacità si realizza principalmente attraverso un sistema di termoregolazione globale, basato sulla sudorazione, che consente il raffreddamento dei vasi sanguigni periferici e quindi la dissipazione del calore corporeo (Desruelle & Candas 2000, Nelson & Nunneley 1998). La dissipazione del calore è la funzione che distingue in modo più evidente la pelle umana da quella di tutti gli altri animali (Montagna 1981), infatti con 5 milioni di ghiandole sudoripare e fino a 12 litri di sudore in piena attività, l’uomo è il primate che suda più di qualunque altro. L’importanza del raffreddamento corporeo attraverso la pelle negli esseri umani moderni è stata ripetutamente sottolineata sia dai fisiologi che dagli antropologi a causa della primaria importanza di prevenire l’ipertermia e i danni che ne derivano al sistema nervoso centrale (Cabanac & Caputa 1979, Falk 1990, Wheeler 1984, Zihlman & Cohn 1988).

In sintesi più il volume del cervello aumentava, più l’Homo sapiens perdeva il pelo. È vero che la pelle umana ha milioni di peli (di fatto ha lo stesso numero di follicoli di uno scimpanzé), ma la maggior parte di essi (peli vellus) è così piccola da essere quasi invisibile (Montagna 1981). La pelle degli esseri umani moderni si distingue da quella degli altri primati principalmente per il suo aspetto nudo (a eccezione del cuoio capelluto, del mento maschile, delle ascelle e dell’inguine – peli terminali), per la sua capacità notevolmente potenziata di dissipare il calore corporeo attraverso la sudorazione e per la grande varietà di colori della pelle.

Questa situazione creò una nuova sfida fisiologica per la pelle umana: la protezione di un tegumento nudo dai raggi UV. La pelle scura si è evoluta di pari passo con la perdita dei peli corporei ed era lo stato originale del genere Homo: i primi membri del ceppo ancestrale da cui si sono evoluti tutti gli esseri umani successivi, erano quindi pigmentati scuri (Jablonski & Chaplin 2000). Questa interpretazione è stata recentemente supportata da prove genetiche che dimostrano che circa 1,2 milioni di anni fa si verificò una forte selezione naturale che portò alla comparsa di una pelle scura nei primi membri del genere Homo (Rogers et al. 2004).
Un altro adattamento dovuto all’aumento della scatola cranica è quello del bacino che divenne leggermente più stretto ai lati, ma più espanso e avvolgente in avanti, aumentando in tal modo il canale del parto, una modifica richiesta dal vistoso aumento del nostro encefalo. La diversa struttura della scatola cranica e la posizione eretta causarono la discesa della laringe che ha consentito lo sviluppo di un linguaggio articolato.
Nella preistoria recente, variando le condizioni climatiche, gli esseri umani divennero abili nel proteggersi dall’ambiente attraverso l’abbigliamento e il riparo, riducendo così la portata dell’azione della selezione naturale sulla pelle umana.
In copertina: Evoluzione umana (rielaborazione da alcune immagini di John Sibbick, Science Photo Library).
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Articolo di Flavia Busatta

Laurea in Chimica. Tra le fondatrici di Lotta femminista (1971), partecipa alla Second World Conference to Combat Racism and Racial Discrimination (UN Ginevra 1983) e alla International NGO Conference for Action to Combat Racism and Racial Discrimination in the Second UN Decade, (UN Ginevra 1988). Collabora alla mostra Da Montezuma a Massimiliano. Autrice di vari saggi, edita HAKO, Antrocom J.of A.
