Pia Pera e la sua passione per il giardino inteso come spazio filosofico 

Pia Pera, di cui celebriamo un doppio anniversario, fu una scrittrice, slavista, traduttrice affermata e femminista ante litteram; tra i meriti a lei attribuiti c’è senz’altro quello di aver rivoluzionato il concetto di letteratura. Mediante le sue opere, infatti, raccontava il mondo e descriveva le trasformazioni di cui esso è oggetto con uno sguardo libero, scevro da pregiudizi, colmo di rigore e delicatezza.

Pia Pera
Diario di Lo
Ponte delle Grazie, 1995
pp.432

Nata a Lucca il 12 marzo 1956 da una famiglia colta ed eccentrica, Pia fu l’unica figlia di Elvira Genzone — insegnante di Storia e filosofia al liceo classico Machiavelli della città — e del giuslavorista Giuseppe Pera.  
Dopo aver terminato le scuole superiori, poco più che adolescente lasciò la Toscana, recandosi a Torino per studiare filosofia all’università. Ottenuta la laurea, si trasferì in Inghilterra per conseguire un PhD in Storia russa presso la University of London; allieva di Isabel de Madariaga, autrice di diversi importanti studi quali Caterina di Russia (1988) e Ivan il Terribile (2006). Una volta divenuta dottoressa, Pia si spostò a Mosca per perfezionare la conoscenza della lingua russa.  
A partire dalla tesi di dottorato, curò e tradusse per la casa editrice Adelphi la prima edizione italiana di Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso (1986). Si tratta di una delle sue prime traduzioni, dal russo e dall’inglese, tra cui spiccano anche Eugenio Onegin, Un eroe del nostro tempo e Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett.  
Fu pure docente di Letteratura russa all’Università di Trento; carriera che, suo malgrado, si trovò costretta ad abbandonare, delusa dal veder prevalere interessi personali e raccomandazioni sul merito. Qualche tempo dopo iniziò a lavorare come editrice con Livio Garzanti a Milano. Nel 1992 ritornò a occuparsi di religiose e religiosi russi perseguitati da Pietro il Grande con il saggio I vecchi credenti e l’anticristo. In quell’anno esordì nella narrativa con il libro di racconti La bellezza dell’asino; pubblicò poi, nel 1995, Il diario di Lo, una rilettura di Lolita di Vladimir Vladimirovič Nabokov. 

Pia Pera
L’arcipelago di Longo mai
Ponte delle Grazie, 2000
pp.304

Una volta lasciata Milano, tornata a Lucca, sperimentò nuove strade e redasse un volume sulla comunità di Longo, L’arcipelago di Longo maï (2000), fenomeno iniziato in Provenza nel 1972 e diffusosi successivamente in molti Paesi europei. Nello specifico, possiamo parlare di un progetto di vita comunitaria i cui partecipanti non solo cercano di instaurare rapporti tra le persone, ma desiderano anche far emergere le varie personalità. Questo reportage è stato un vero punto di svolta, in quanto le tematiche affrontate al suo interno, oltre a riprendere molte delle precedenti riflessioni, ne preannunciano di nuove.  
A ogni modo, nei primi anni del Duemila, Pia iniziò ad appassionarsi ai giardini; diceva che era proprio in quel contesto che aveva trovato il suo posto nel mondo. Decise di occuparsi del terreno di famiglia seguendo le indicazioni del metodo del botanico giapponese Masanobu Fukuoka: l’agricoltura del non fare, ovvero il ridurre al minimo l’intervento umano evitando aratura, fertilizzanti, diserbo e pesticidi. Ma non finisce qui, perché, nello stesso periodo compose anche il libretto di un’opera rock di Gianna Nannini ispirata a Pia de’ Tolomei, nota figura dantesca — presente nel V canto del Purgatorio della Divina Commedia — vittima di femminicidio per mano di alcuni sicari del marito, Nello dei Pannocchieschi. 

Sviluppatasi in lei questa grande passione per il giardinaggio, decise di teorizzarla nei suoi lavori. La sua idea era che le piante dovessero crescere seguendo le proprie inclinazioni. Nel romanzo Al giardino ancora non l’ho detto (2016) (vincitore del premio Rapallo-Carige e finalista al premio Viareggio) — il cui titolo rappresenta un tributo alla celebre poesia di Emily Dickinson I haven’t told my garden yet — scrisse che è necessario «sovraintendere al benessere di ogni essere senziente, permettendo a ogni specie di prosperare ma non al punto di compromettere le possibilità di esistenza di ogni altra». Possiamo, quindi, definirlo un testamento letterario, una dichiarazione poetica, in cui l’autrice parlava del suo rapporto con il verde: «Mi piaceva andarci quasi furtivamente, e sempre con l’idea di vedere cosa mi avrebbe riservato. Come se potessi non saperlo. Come se non fossi io quella che lo aveva, in un certo senso, generato. Un po’ come quando i bambini, giocando, stabiliscono lo scenario e i ruoli, e poi fanno finta di crederci, prima di abbandonarsi alla serietà del gioco»; un luogo intellettuale, spirituale e filosofico: uno spazio armonioso creato dalle donne e dalla natura stessa, ricco di umanità e bellezza. 
La leggiadra penna toscana, inoltre, descriveva il giardino lasciando ampio spazio all’immaginazione di lettori e lettrici; non pretendeva dunque di accompagnarli/e, bensì soltanto di indirizzarli/e.  
Al giardino ancora non l’ho detto non è l’unico testo in cui Pia descriveva il rapporto vissuto con l’ambiente naturale; lo hanno preceduto, infatti, L’orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano (2003), Il giardino che vorrei (2006), Contro il giardino. Dalla parte delle piante (2007), Giardini e orto-terapia (2010) e Le vie dell’orto (2011).  
Nel 2006 la traduttrice lucchese aprì il sito Orti di Pace, in cui si continua a parlare e a discutere di orti e giardini didattici nelle scuole e negli spazi pubblici. C’è, tuttavia, bisogno di sottolineare un’informazione importante: nonostante Pera fosse sostenitrice del modello Fukuoka, contemporaneamente riteneva che nel giardino sussistesse una componente culturale, intesa «come un muto chiamarsi delle parti tra loro» dove le «proporzioni dapprima invisibili si svolgono a poco a poco nel tempo» e dove «non a tutti è dato intuire subito quale sarà il baricentro di un giardino».  

Pia Pera
Al giardino ancora non l’ho detto
Ponte delle Grazie, 2016
pp.224
Pia Pera
L’orto di un perdigiorno
Ponte delle Grazie, 2003
pp.256

Dal 2007 fino al suo decesso, Pia tenne la sua rubrica Apprendista di felicità nella rivista Gardenia; ma non solo… Produsse articoli anche per Il Giornale, Internazionale, L’Espresso, Diario e la Domenica del Sole 24 Ore
Nel 2012 scoprì di essere malata di Sla (sclerosi laterale amiotrofica), morendo quattro anni dopo, nella città di origine, nel suo podere ubicato sui versanti del Monte Pisano. Era il 26 luglio 2016 e così si completano i due anniversari: settanta anni dalla nascita, dieci dalla scomparsa. 
Attualmente non esistono strade o giardini a lei intitolati, ma un istituto comprensivo lucchese ha preso il suo nome e il vivaista del Rhododendron a Pieve di Compito, presso Lucca, Andrea Antongiovanni, le ha dedicato una camelia, la Camelia japonica Pia Pera, presentata per la prima volta nel 2016. 
La gentile figura di Pia ha riscosso grande ammirazione tanto che, nel 2020, Emanuele Trevi le ha dedicato il romanzo biografico Due vite,  vincitore nel 2021 del premio Strega. Qui si racconta l’esistenza della nostra Pia e del grande amico scrittore e critico letterario Rocco Carbone, scomparsi entrambi prematuramente. Di recente Trevi ha scritto su di lei un bell’articolo su La Lettura (22-2-26) intitolato Pia Pera. La parola è un seme nel giardino della vita, rievocando «la sua saggezza e il suo atteggiamento verso le cose umane: l’orto e il verde sono fonti di libertà e grandi metafore. Non importa sapere il nome di ogni pianta». Nel corso del 2026, anno in cui cade il decimo anniversario dalla pubblicazione della sua ultima opera, le case editrici Ponte alle Grazie e Salani, la direttrice di Gardenia Emanuela Rosa-Clot, gli eredi della proprietà intellettuale dell’autrice e fondatori dell’Associazione Pia Pera Orti di Pace Mariagrazia Mazzitelli e Marco Vigevani, insieme a Cristina Palomba, colei che ha seguito l’opera di Pera sin dagli inizi, hanno dato origine al progetto Un anno per Pia Pera. L’iniziativa si caratterizza per una lunga serie di eventi e attività che da febbraio andranno avanti per tutto l’anno. Ci saranno giornate di studi, convegni, riedizioni dei suoi testi, distribuzione di bustine di semi per realizzare prati fioriti. Da segnalare che in suo ricordo verrà piantata una magnolia nel Parco 8 Marzo a Milano (Porta Vittoria), ma sarà celebrata pure in vari giardini, come quello del Castello di Masino, appartenente al Fai, e in manifestazioni legate al giardinaggio: Orticola a Milano, Murabilia a Lucca, Orticolario a Cernobbio.  

Concludiamo con una citazione estremamente eloquente e indice di quella positività e forza d’animo che hanno caratterizzato la scrittrice: «ci sono talmente tante cose belle al mondo, che se mi concentro continuerò a trovarne sempre di più, un’infinità, e non ci sarà più tempo di sentirsi cupi». 

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Articolo di Ludovica Pinna

Classe 1994. Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, editoria, giornalismo presso L’Università Roma Tre. Nutre e coltiva un forte interesse verso varie tematiche sociali, soprattutto quelle relative agli studi di genere. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura e l’arte in ogni sua forma. Ama anche viaggiare, in quanto fonte di crescita e apertura mentale.

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