Anna Stepanova Politkovskaja è stata una grandissima giornalista investigativa, le cui inchieste e reportage dovrebbero entrare di diritto in un corso di giornalismo. Chi avrà l’occasione di leggere alcuni dei suoi articoli non potrà fare a meno di notarne da un lato la grande competenza, dall’altro il coinvolgimento e l’impegno etico e politico nel senso più alto del termine. Secondo Story-Based Inquiry, un manuale di giornalismo investigativo pubblicato dall’Unesco, «il giornalismo investigativo implica esporre al pubblico questioni che sono nascoste, deliberatamente da qualcuno in una posizione di potere, o accidentalmente, dietro una massa caotica di fatti e circostanze che ne oscurano la comprensione. Richiede l’utilizzo di fonti e documenti sia segreti che pubblici».
Politkovskaja era nata con il nome di Anna Mazepa il 30 agosto del 1958 a New York, da due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina impegnati nel Palazzo di vetro dell’Onu. Aveva ottenuto la laurea in giornalismo a 22 anni presso l’Università di Mosca, con una tesi su Marina Čvetaeva, poeta invisa al potere staliniano e ancora poco nota all’interno dell’allora Urss.
Cominciò a scrivere due anni dopo la laurea per il quotidiano moscovita Izvestija (Notizie) e dal 1994 al 1999 ne fu cronista, responsabile della sezione Emergenze/Incidenti e assistente del direttore Egor Jakovlev alla Obščaja Gazeta. Dal 1999 in poi lavorò per la Novaja Gazeta, nella cui redazione divenne una delle penne più brillanti riuscendo pienamente a esercitare il ruolo di giornalista investigativa. La testata — tra i cui sostenitori più attivi figurava Michael Gorbaĉev — era guidata dal caporedattore Dmitrij Muratov, recentemente insignito insieme a Maria Ressa del Premio Nobel per la Pace. Un giornale onesto, indipendente, con un ricco budget, autorevole, pan-russo e paladino della libertà di stampa: la Novaja Gazeta.
Della coraggiosa giornalista russa si è già occupata Eleonora Camilli per Vitamine vaganti nel bell’articolo reperibile qui, in cui si parla del suo grande impegno per la Cecenia, della forte critica al regime di Putin e del ruolo di mediatrice nella triste vicenda del Teatro Dubrovka, quando alcuni militanti ceceni presero in ostaggio 850 persone chiedendo la fine della guerra con la Russia. Il governo russo reagì utilizzando una sostanza chimica che neutralizzò tutti i ceceni, ma uccise anche circa 130 ostaggi. La copertura di Politkovskaja sulla strage di Beslan in Ossezia fu particolarmente accurata e infastidì non poco il governo russo per le sue critiche.
Lo stile degli editoriali e delle inchieste della giornalista russa è preciso, attento alle vicende e alle persone che descrive, con uno sguardo acuto e femminile pieno di umanità, che scava nel profondo. Per ogni episodio denunciato, Politkovskaja intervista protagonisti, parenti, amici e amiche e persino potenziali autori e autrici, segue i processi, spesso truccati, che accompagnano le sue denunce e racconta ogni dettaglio perché è proprio nei dettagli che, come lei stessa afferma, spesso si nasconde la verità. Ecco alcune delle parole e delle riflessioni che ritroviamo nei suoi articoli, in merito alla sua funzione di giornalista investigativa: «Ma, alla fine, che cosa avrei combinato? Ho scritto ciò di cui sono stata testimone. E basta. Sorvolo espressamente sulle altre “gioie” della strada che mi sono scelta. Il veleno nel tè. Le lettere minatorie. Le minacce via internet e le telefonate in cui mi avvertono che mi faranno fuori. Quisquilie. L’importante è avere l’opportunità di fare qualcosa di necessario. Descrivere la vita, parlare con chi ogni giorno viene a cercarmi in redazione e non saprebbe a chi altri rivolgersi. Dalle autorità ricevono solo porte in faccia: per l’ideologia al potere le loro disgrazie non esistono, di conseguenza neanche la storia delle loro sventure può trovare spazio sulle pagine dei giornali. Solo sul nostro. Sulla nostra Novaja Gazeta» (testo pubblicato dal giornale Sojuz žurnalistov (L’Unione dei giornalisti), il 26 ottobre 2006).
Sui comportamenti violenti dei soldati russi in Cecenia è commovente il racconto che Politkovskaja fa della vicenda di una giovane recluta, Andrej Syĉev, massacrata come molte altre dai “nonni” russi, durante un Capodanno in una caserma inondata dai fumi dell’alcol. Andrej si era arruolato e dopo l’addestramento era finito a Bikil. Qui, «gli ubriachi con le mostrine se la prendono con la recluta e chi ci rimette è “il piccolo”. Lo lasciano ore e ore legato stretto a una sedia. E Andrej ha le vene varicose. Che non bastano per non farti arruolare, ma bastano e avanzano per non reggere alle torture. Si comincia con una necrosi, che poi diventa cancrena e poi sepsi…». Ad Andrej sono state amputate le gambe, anche perché inizialmente i medici hanno provato a risolvere la patologia senza ricorrere all’aiuto ospedaliero, aggravando la situazione, e poi in ospedale l’intervento è stato procrastinato senza seri motivi. Syĉev è diventato un invalido. La madre ha chiesto giustizia, ma i vari gradi del processo non sono riusciti a trovare la catena delle responsabilità e il governo russo ha parlato di una montatura del caso a mezzo stampa. Così, il 30 gennaio 2006, Politkovskaja scrive: «La procura raccoglie le prove e i generali decidono in quattro e quattr’otto. Su questo sfondo i carnefici affilano i denti e, c’è da scommetterci, riusciranno a storpiare l’ennesimo soldato. E mentre il sipario si chiude, vi auguro di avere solo femmine. È l’unico modo di salvare la vita per chi mettete al mondo».
Anna Politkovskaja morì di una morte violenta e simbolica: assassinata nell’ascensore del palazzo in cui viveva proprio il giorno del compleanno di Putin. Sugli autori dell’omicidio non si è ancora fatta piena luce e quasi sicuramente manca la volontà politica di individuare i responsabili. Vicino al suo corpo vennero rinvenuti una pistola e quattro bossoli. Si pensò che il colpevole fosse un killer a contratto, per conto di sconosciuti. Furono arrestate più di dieci persone, fra cui alcuni ex funzionari dei servizi di sicurezza e del leader ceceno di un’organizzazione criminale di Mosca. Secondo il procuratore generale il mandante dell’omicidio potrebbe essere all’estero. Il giorno dopo la sua morte, il computer di Politkovskaja era già stato sequestrato dalla polizia russa insieme al materiale dell’inchiesta sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al primo ministro Ramsan Kadyrov. Ai suoi funerali non partecipò nessun rappresentante del governo.
L’impegno di Politkovskaja è stato riconosciuto da numerosi premi fra cui nel 2001 il Premio dell’Unione dei giornalisti russi Global Award for Human Rights Journalism; nel 2002 il Freedom to Write Award Courage in Journalism Award, nel 2003 Lettre Ulysses Award, Medaglia Hermann Kesten, nel 2004 il Premio “Olof Palme”, nel 2005 il Premio per la libertà e il futuro dei media, nel 2006 l’International Journalism Award e nel 2007 il Premio Internazionale “Tiziano Terzani” e il Premio “Fratelli Scholl”.
L’organizzazione per i diritti umani Reach All Women in War (Raw in War), che si occupa della protezione dei diritti delle donne durante i conflitti bellici, ha istituito dal 2007 il premio annuale in onore di Anna Politkovskaja, denominato Anna Politkovskaya Award.
Alla giornalista investigativa russa sono stati dedicati giardini a Civita Castellana, Cologno Monzese, Duino, Fiumicino, Milano (oltre a un giardino anche Monte Stella), Noceto, Perugia, Spiazzo Rendena, Tavazzano e Varsavia.
Largo Anna Politkovskaja si trova a Roma all’interno di Villa Pamphili e nel parco Stromovka di Praga le è stata intitolata una passeggiata.
Chiudiamo con una frase della giornalista investigativa russa che si trova alla fine di un suo articolo del 20 settembre 2004 sui rapporti tra il Cremlino e la Georgia e che potremmo condividere anche oggi, mutatis mutandis: «Un ultimo appunto. Sull’amore. Nel ventunesimo secolo le persone intelligenti non costringono i propri concittadini in un bagno di sangue. È quando non si vuole bene alla propria gente che cominciano le disgrazie. Peccato che, come sempre, il potere sia in mano ai mediocri, mediocri cronici».
Qui link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.
In copertina: illustrazione di Valeria Cáceres.
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
