Diventare Persefone. Mito, rito e identità femminile

Avvolti nell’oscurità della notte, illuminati solo dal sussultare delle torce, migliaia di iniziati camminano in silenzio lungo la Via Sacra che da Atene conduce a Eleusi. Hanno digiunato, si sono purificati e ora attendono che il sommo ierofante riveli loro il segreto più profondo dell’universo. Chi partecipa ai Misteri Eleusini, il culto religioso più intimo e impenetrabile del mondo greco antico, non temerà più la morte. Ma qual è il segreto custodito nel santuario di Eleusi? Per capirlo, bisogna guardare a un tempo in cui la terra smise improvvisamente di respirare. 

Autore: Dante Gabriel Rossetti.
Data: 1874.
Tecnica: olio su tela.
Dimensioni: 125,1×61 cm.
Ubicazione: Tate BritainLondra.
Fonte: Wikipedia

Le spighe di grano erano ridotte a filamenti secchi e la carestia stringeva la Grecia in una morsa mortale. La causa di quella catastrofe non era meteorologica, ma divina: Demetra, dea dell’agricoltura e delle messi, era sprofondata in un dolore cieco e distruttivo. Sua figlia Kore, una giovane divinità legata alla primavera e alla vegetazione, era svanita nel nulla, rapita dal dio dei morti, Ade, per farne la sua sposa nelle viscere del Tartaro. Quella spaventosa siccità si sarebbe risolta solo con un compromesso mediato da Zeus: per due terzi dell’anno la fanciulla avrebbe vissuto sulla Terra con la madre, portando la fioritura e il raccolto, per il resto del tempo sarebbe tornata negli Inferi come Persefone, la temuta regina dell’oltretomba. 
I Misteri Eleusini celebravano proprio il ciclo eterno di morte e rinascita, con la speranza che, dopo il buio dell’inverno e della morte, ci fosse sempre una nuova primavera. Mentre a Eleusi il culto rimase un segreto accessibile a pochi eletti attraverso rigidi rituali di iniziazione, ci fu un luogo in cui il mito di Persefone ruppe i confini del mistero per farsi identità di un intero popolo, plasmandone l’arte, le leggi e la vita quotidiana. Questo luogo fu la straordinaria colonia magnogreca di Locri Epizefiri, di cui la Regina degli Inferi divenne la protettrice assoluta. Quando i coloni greci fondarono la città, tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., portarono con sé il culto di Persefone. Gli studi archeologici hanno individuato il suo santuario ai piedi della collina della Mannella, appena fuori dalle mura: un luogo sacro frequentato almeno dal VII fino al III secolo a.C., per oltre quattrocento anni. Già nell’antichità il Persephoneion era considerato uno dei santuari più celebri dell’Italia greca; lo storico Diodoro Siculo lo definì «il più famoso tra i santuari d’Italia», segno della sua enorme importanza religiosa. 

Non si sa con certezza perché proprio a Locri il culto di Persefone abbia assunto una tale centralità. Alcuni studi hanno ipotizzato che i Greci abbiano rielaborato pratiche religiose già presenti tra le popolazioni indigene della Calabria, mentre altri ritengono che il culto si sia sviluppato soprattutto all’interno della comunità coloniale. Su questo punto il dibattito è ancora aperto. Ciò che è certo è che, nel corso del VI e V secolo a.C., il santuario della Mannella divenne il principale centro religioso della polis e un punto di riferimento per l’intera Magna Grecia. 
Nella tradizione greca la dea è la regina dell’Oltretomba, rapita da Ade e costretta a trascorrere parte dell’anno nel regno dei morti. A Locri però, questa dimensione, che naturalmente non scompare, viene reinterpretata, e la discesa di Persefone nell’Ade diventa una metafora del destino di ogni giovane locrese: lasciare la casa della madre per entrare nella famiglia del marito, affrontando una trasformazione profonda della propria identità. In questa vivace polis affacciata sullo Ionio, le protagoniste assolute del culto erano le donne. Migliaia di ex voto rinvenuti dalle équipe archeologiche — specchi, piccoli oggetti per la cura del corpo, offerte votive e soprattutto i celebri pinakes, tavolette in terracotta decorate a rilievo — raccontano un universo quasi interamente femminile. Le immagini mostrano un repertorio ricorrente, tra cui il rapimento di Kore da parte di Ade, la partenza della giovane dalla casa materna, il matrimonio con il dio degli Inferi, ma anche scene di preparazione nuziale, offerte di tessuti, processioni di donne, oggetti legati alla cura del corpo e alla fertilità. Non erano semplici immagini decorative, ma oggetti di devozione commissionati e offerti alla dea, probabilmente in occasione dei momenti cruciali della vita di una ragazza. Dopo essere stati esposti nel santuario, molti di questi ex voto venivano intenzionalmente posti in grandi depositi sacri, sottraendoli definitivamente all’uso umano e consacrandoli alla divinità. 
Il culto doveva essere scandito da processioni, offerte e riti collettivi, anche se le fonti non consentono di ricostruirne ogni dettaglio. Le testimonianze archeologiche suggeriscono che il santuario fosse un luogo in cui le giovani si preparavano simbolicamente al matrimonio, chiedendo a Persefone protezione nel loro nuovo ruolo di mogli e future madri. Più che una dea della morte, la Persefone locrese appare quindi come la custode delle trasformazioni della vita femminile, una divinità che accompagnava il passaggio da una condizione sociale all’altra e garantiva la continuità della comunità. Nessun altro santuario della Magna Grecia ha restituito una documentazione così ricca sulla religiosità femminile. I circa cinquemila frammenti di pinakes rinvenuti alla Mannella permettono ancora oggi a studiosi e studiose di osservare non solo come venisse venerata Persefone, ma anche come una comunità costruisse, attraverso il rito, l’identità delle proprie donne. 

atto di Persefone da parte di Ade.
Fonte: https://www.arte26.it/pinakes_locri.htm
Statua di Persefone a Locri.
Fonte: https://www.hortusacri.it/persefone/

Uno degli aspetti più interessanti del culto locrese è il legame simbolico tra matrimonio e morte, un tema che attraversa tutta la religione greca ma che qui assume una particolare intensità. Nel mondo greco antico il matrimonio non era soltanto un cambiamento di stato civile, ma un vero e proprio rito di passaggio, in cui la giovane lasciava la casa paterna, abbandonava il proprio nome, interrompeva i legami quotidiani con la famiglia d’origine ed entrava in una nuova oikos. Per questo motivo il mito di Persefone si prestava così bene a essere riletto in chiave nuziale: la discesa della dea negli Inferi non è soltanto una vicenda cosmica, ma anche una narrazione del passaggio, in cui Kore, la ragazza, lascia la madre Demetra e diventa Persefone, regina di un nuovo mondo. Non è più la figlia, ma non è ancora pienamente integrata nella nuova condizione, rimanendo una figura liminale sospesa tra due stati. In questo senso, il matrimonio e la morte condividono una struttura simbolica comune, poiché entrambi segnano la fine irreversibile di una forma di esistenza e l’ingresso in un’altra. 

Il mito del rapimento di Persefone riflette anche un tema ricorrente nella mitologia greca, ovvero quello del matrimonio imposto. Il consenso della giovane non è il punto centrale della narrazione, la decisione appartiene a Zeus, garante dell’ordine cosmico e sociale, mentre Demetra rappresenta la dimensione emotiva e biologica del legame materno. In questa struttura il matrimonio appare come un atto che non nasce dall’iniziativa individuale, ma da una decisione esterna alla ragazza, che sancisce il suo passaggio di stato. Quando il popolo romano adottò il pantheon greco, Persefone divenne Proserpina, mantenendo pressoché invariata la sua storia. È con tale nome che il mito è entrato nella cultura occidentale e ha ispirato alcune delle opere d’arte più celebri, fra cui Il ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, conservato alla Galleria Borghese di Roma. Il capolavoro, realizzato tra il 1621 e il 1622, non rappresenta un matrimonio, ma l’istante della costrizione, rendendo visibile la violenza emotiva e fisica che il mito contiene. Il mito greco non si sofferma sulla dimensione della costrizione, poiché Persefone finisce per acconsentire al matrimonio, e il suo ritorno ciclico sulla terra e la fertilità che ne deriva mostrano come questa trasformazione non sia distruttiva, ma necessaria alla continuità del mondo.  
Nel sistema religioso di Locri Epizefiri, Persefone non agisce da sola. Accanto a lei compare spesso Afrodite e questa compresenza non è casuale, poiché diversi studi hanno interpretato la coppia come la rappresentazione di due dimensioni complementari della vita femminile nella polis. Afrodite è la dea del desiderio, della seduzione, della forza attrattiva che precede e accompagna il matrimonio. Persefone, invece, è la dea del passaggio compiuto, la giovane che ha attraversato la soglia della nuova condizione sociale. In tale lettura non si tratta di un’opposizione morale tra eros e morte, ma di due momenti di uno stesso percorso. Christiane Sourvinou-Inwood ha mostrato come questa polarità non sia astratta, ma radicata nella struttura sociale greca del matrimonio, in cui la ragazza non passa gradualmente all’età adulta, ma attraversa una rottura netta che richiede linguaggi simbolici forti per essere compresa e gestita dalla comunità. A Locri la struttura simbolica sembra particolarmente accentuata. Un elemento fondamentale della lettura recente è proprio questo, ovvero che Persefone non è un modello di moglie stabile e normativa. Non vive pienamente nel mondo del marito, non è definita dalla maternità, la sua esistenza è strutturalmente divisa tra due mondi. Tuttavia, questa incompletezza non è un difetto, ma la condizione che la rende efficace come figura rituale.  

Pinax raffigurante Ade, il dio degli Inferi, mentre rapisce Kore-Persefone che distende un braccio in segno di aiuto
Pinakes rappresentante Persefone e Ade

Osservando i pinakes provenienti dal santuario della Mannella, la studiosa Ellie Mackin ha notato un elemento ricorrente: in molte scene è difficile stabilire se la figura rappresentata sia Persefone o una giovane mortale. Da questa ambiguità iconografica prende forma la sua teoria secondo la quale, durante i rituali, le ragazze locresi avrebbero interpretato la dea, rivivendone simbolicamente il passaggio da Kore a Persefone per prepararsi alla trasformazione del matrimonio e ottenerne il favore. Nella religione greca, infatti, i miti non venivano soltanto raccontati, ma erano spesso rivissuti simbolicamente attraverso il rito. Ad esempio, le Tesmoforie erano uno dei principali rituali femminili del mondo greco antico, celebrate in onore di Demetra e Persefone e legate alla fertilità della terra e alla continuità della vita familiare. Vi partecipavano esclusivamente donne sposate, che per alcuni giorni si separavano dalla vita domestica e si riunivano in uno spazio rituale autonomo, creando una sorta di comunità femminile temporanea all’interno della polis. Il rito rievocava simbolicamente il mito di Demetra e Persefone, in particolare la discesa della giovane negli Inferi e il dolore della madre, con gesti, digiuni e pratiche rituali che raccontavano la perdita e il ritorno della fertilità. Non è affatto improbabile, dunque, che il culto all’interno del santuario locrese comprendesse anche una dimensione scenica, in cui le sequenze narrative del mito venivano concretamente mimate o interpretate dalle giovani iniziate. Non si trattava di imitare una vita ideale, ma di attraversare, in forma ritualizzata, un’esperienza traumatica condivisa, quella del passaggio dalla condizione di figlia a quella di moglie. Il legame tra matrimonio e morte, centrale nel mito di Persefone, acquista qui un significato antropologico preciso. Seguendo le categorie di Arnold van Gennep e Victor Turner, il matrimonio può essere letto come un rito di passaggio in tre fasi, composte da separazione, liminalità e reintegrazione. La giovane lascia la casa paterna nella separazione, attraversa una fase intermedia di instabilità identitaria nella liminalità, infine viene reintegrata nella nuova famiglia. Il mito di Persefone rende visibile questa struttura, permettendo di vivere la fase liminale con maggiore consapevolezza e minore smarrimento, mentre il rituale consente alle giovani donne di non sentirsi sole nel loro processo di trasformazione e crescita.  
Il vero fulcro emotivo del rito locrese, perciò, secondo l’interpretazione proposta da Ellie Mackin risiedeva proprio in questa messa in scena drammatica, un’esperienza immersiva in cui le ragazze, interpretando Persefone in prima persona, riuscivano a comprenderla fino in fondo. Attraverso la performance rituale, erano chiamate ad attraversare e rielaborare i suoi stessi traumi, la violenza del rapimento e la solitudine del distacco, per generare un rapporto profondo e personale con la divinità. Solo vivendo la ferita della dea potevano trovare gli strumenti per comprendere la propria. Dopotutto, nella realtà storica della polis, il matrimonio in sé era vissuto come un autentico trauma, una rottura violenta che imponeva lo sradicamento dal mondo dell’infanzia e la sottomissione a un contesto estraneo. In questo passaggio rigido, l’esistenza di un eventuale margine di volontà contraria da parte delle ragazze era qualcosa che andava inevitabilmente represso, silenziato e canalizzato dall’ordine patriarcale. Il rito offriva lo spazio sacro per esprimere quel terrore e accettarlo, sublimando la costrizione sociale nel dramma divino. 
Secondo canoni più conservatori, ancora oggi molto diffusi, una sposa che non condivide stabilmente la quotidianità con il partner, che trascorre gran parte dell’anno lontana da lui e la cui unione non è definita dalla maternità, sarebbe considerata l’antitesi della normalità coniugale. Eppure, per la sensibilità antica, era proprio questa sua natura liminale e non convenzionale a renderla una figura così potente e salvifica. Le giovani di Locri non cercavano in lei l’esempio di una moglie perfetta o di una madre premurosa, ma una guida spirituale che conosceva il peso della metamorfosi. Nella sua complessa oscurità, la Regina degli Inferi offriva una mappa per non perdersi, insegnando alle ragazze che anche dopo il trauma della rottura più profonda era possibile sopravvivere, regnare sul proprio destino e tornare a fiorire. 

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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.

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