Maria Zambrano. La ragion poetica 

Maria Zambrano nasce il 22 aprile del 1904 a Velez Malaga in Spagna, per poi trasferirsi a Segovia nell’aprile del 1910, dove il padre aveva ottenuto un incarico come direttore scolastico. Segovia è il luogo d’infanzia dove muove i primi passi verso sé stessa, ambiente molto stimolante culturalmente che le permette, guidata da una forte curiosità, di crescere con numerose idee.

Maria Zambrano negli anni ’20.
Fonte: archivio della Fundación María Zambrano 

Zambrano si ispira a Miguel De Unamuno, scrittore e filosofo basco, a Ortega Y Grasset che sarà il suo insegnante, a Giovanni della Croce e a Spinoza. Nel 1911 nasce la sorella Araceli con la quale condividerà tutta la vita. È una domestica illetterata, che si prendeva cura di lei quando era piccola, che era solita leggere alla bambina le poesie di San Juan de la Cruz, a portarla nel luogo della sua sepoltura per avvicinarla alla poesia e alla mistica. L’amicizia del padre col poeta Antonio Machado avrà una grande importanza per la sua formazione, tanto che entrambi possono essere considerati come dei veri e propri maestri. È qui, a Segovia, che inizia a scrivere, come fosse un autentico processo generativo; la scrittura si rivela in grado di stabilire un legame tra il segreto che ha bisogno di venire alla luce e la sua manifestazione, che si realizza nell’atto stesso dello scrivere. Lo scrivere ha dunque, per la filosofa spagnola, un potere salvifico e trasformativo, in grado di rivelare quel secretum che si rivela solo nella parola scritta. 

Maria Zambrano negli anni ’30. Fonte: archivio della Fundación María Zambrano 

Nel 1921 si trasferisce a Madrid per frequentare filosofia, tra pochissime altre donne, sotto la guida di Ortega. A livello sociale Zambrano è attivissima sia come insegnante e redattrice di riviste, sia in politica con l’adesione al Frente Espanol socialista per sostenere la Repubblica nelle elezioni del 1931.

Si era sposata nel 1936 con un compagno di università nominato segretario nell’ambasciata in Cile, ma il 19 giugno 1937, quando ormai era chiaro che la guerra dei repubblicani era perduta, i due sposi faranno ritorno in Spagna. Lei collabora in difesa della Repubblica come consigliera nazionale per l’infanzia sfollata e scrive per la rivista Hora de España. Ma nel 1939 tutto naufragò, iniziò la dittatura e così non restò che varcare la frontiera francese, in fila uno a uno. Zambrano ricorda un episodio di quel giorno, il 27 di gennaio ‘39: l’uomo che la precedeva portava sulle spalle un agnello di cui riusciva a percepire il respiro e per un istante, di quelli indelebili, di quelli, come lei scrive, che valgono per sempre, per tutta un’eternità, la guardò. Pensò che non sarebbe tornata in Spagna se non dietro a quell’agnello. E poi quando tornò non c’era l’agnello ad attenderla ai piedi dell’aereo. E quando vide le immagini che le scattarono i fotografi all’aeroporto al suo arrivo a Madrid, così commoventi, così bianche, così pure, allora si accorse che… l’agnello era lei. Risiederà, poi, in Messico, a Parigi, a Cuba, a Porto Rico e poi in Italia, a Roma, città che stupì positivamente le due sorelle. Il café Rosati a Roma fu per Zambrano un luogo di incontro, specie con Cristina Campo, Elsa Morante e Elena Croce, ma fu anche un periodo di grandi ristrettezze economiche. Nel 1980 si trasferì a Ginevra e finalmente avvenne il ritorno in Spagna: era il 20 novembre 1984. Vinse il premio Cervantes nel 1988 – prima donna a vincerlo. Si spense a Madrid il 6 febbraio 1991.

Fonte: Università di Madrid

Zambrano è autrice di scritti visionari e saggi storico-politici nei quali la proposta filosofica può essere racchiusa nella dicitura di ragione poetica, la quale non va indagata come fosse un qualsiasi ente conoscibile, è più una risonanza di ciò che si vive nelle viscere che non opera come misura, bensì come fuoco, come auroracome dice in Verso un sapere dell’anima.
Studiare tale ragione impone un’etica della conoscenza; perché, se la ragione ha una solida base razionale, bisogna salvaguardare la parte poetica, non estrarre il buio per portarlo fuori con violenza. La ragione poetica ha «Terrore di perdersi nella luce più ancora che nell’oscurità». Zambrano attua una filosofia dell’oscurità; difatti, ciò che ricerca è la conoscenza dell’anima, del cuore e di tutte le parti sommerse della persona, che gridano.
La filosofia di María Zambrano è un pensiero di trasformazione, in grado di attraversare le zone più oscure dell’umano per nascere nuovamente sotto una nuova luce, che proprio da quella notte oscura trae origine. È il nascere il suo tema centrale che entrerà in molte sue opere; sosteneva, infatti, che vivere è «imparare a nascere, continuare a nascere». La pensatrice potrebbe essere definita come la “filosofa della nascita” per antonomasia.
Nell’esistenza umana ogni istante di vita replica, o dovrebbe replicare, quell’«originario momento aurorale» della nascita ed è riproposto dalla nostra filosofa attraverso l’immagine di rinnovati addormentamenti e di egualmente rinnovati risvegli. Ogni risveglio è un momento catartico, è un «bagno di purificazione», è il miracolo della luce, miracolo connesso alla nascita.
È l’esperienza politica che permette un’apertura verso le parti meno ascoltate: l’anima, il cuore, le viscere. Nel 1945 nasce, dall’ascolto del suo tempo e della politica, Agonia dell’Europa, in cui scrive della Spagna completamente isolata e dell’Europa smembrata dopo l’orrore della guerra e delle divisioni, dove la vita va avanti con un gran desiderio di cambiamento e dove solo il perdono può diventare maestro di vita. Zambrano senza l’esilio sarebbe stata un’altra persona, ma come lei diceva «yo no concibo mi vida sin el exilio que he vivido»Nel testo L’esilio come patria (1953) sviluppa l’intimo suo legame con l’esilio che è diventato la sua vera patria e la condizione esistenziale a partire dalla quale ha potuto elaborare la sua originale teoria della conoscenza: l’essere che noi siamo, non è solo «un cogito cartesiano, ma un essere che patisce». Nell’esilio affiora una ragione intuitiva prima che discorsiva e razionale, capace di rivelare parti autentiche di noi stesse/i. Nell’esilio si vive molta malinconia che diviene fonte segreta, deserto affettivo dal cui silenzio sgorga la scrittura.
Nell’opera Persona e democrazia (1957) Zambrano prova a difendere la democrazia quale luogo in cui le persone possono ascoltare e rivelare ciò che hanno dentro.

La filosofa spagnola è una pensatrice profondamente consapevole della sua dimensione femminile. La ragione poetica e materna opera una destrutturazione del razionalismo occidentale che prende origine dalla consapevolezza della differenza tra un pensiero maschile inquadrato all’interno di una razionalità astratta, e un pensiero femminile intimamente legato al sentire. Si tratta di riuscire a restare fedeli al proprio sentire, in fedeltà al proprio essere, di farsi guidare da una sapienza che non ha reciso il proprio legame con la realtà. Zambrano mostra come un sapere autenticamente femminile sia in grado di indicare non semplicemente una posizione filosofica, ma una vera e propria scelta di vita, non una condanna, né una menomazione e Zambrano ci invita ad affidarci a questa sapienza femminile.
Sono molte le figure sapienziali femminili che incontriamo nelle pagine di María Zambrano, si rivelano infatti mediatrici di un sapere in grado di orientare autenticamente la vita, come Venere, la stella del mattino che precede l’Aurora. In una intervista trasmessa a Madrid nel 1988, al rientro dal suo esilio, la filosofa confida come fin da molto giovane desiderasse poter essere trattata con lo stesso rispetto riservato ai suoi professori o compagni di studio, senza tuttavia mai rinunciare alla sua vocazione femminile e senza, per questo, essere trattata come una femminista, definizione alla quale, in quella stessa occasione, si dichiarerà del tutto estranea. Secondo Maria Zambrano si dovrebbe scrivere di filosofia solo quando si sente «l’amore per le cose»; lei scrive una filosofia non di tipo accademico, ma una filosofia “medicinale”, che serva alla vita; nei suoi libri si trova la ricchezza multiforme della sua riflessione con elementi antropologici, culturali, filosofici e mistici. Questi sono i suoi strumenti, il suo sapere dell’anima, che indica le radici del fatto religioso presente nella natura umana, così come anche le cause del moderno occultamento del sacro.

Grande è il lavoro di Zambrano con il linguaggio, la sua ricerca di codici espressivi alla ricerca della forza creativa e della conoscenza di sé attraverso la parola scritta. La luce è un elemento onnipresente nella filosofia di Maria Zambrano; i suoi pensieri non possono essere compresi se non nella costante ricerca della luce, tra le ombre più oscure che infestano l’anima. In uno dei suoi scritti su San Giovanni della Croce, Dalla notte oscura alla mistica più chiara (1939), colpisce il gioco delle tenebre e dell’illuminazione. Poiché il pensiero prende forza nella mancanza, lei scrive le cose più belle proprio nell’esilio. Nella sua autobiografia, Delirio e destino (dal 1928 al ’48) tutta la sua scrittura è poetica, aurorale, fatta di luci e ombre, dove l’essere umano è un enigma a sé stesso. È la resistenza del passato che produce il delirio nel quale si mescolano nostalgia e speranza, nel tentativo di resuscitare quel tempo anteriore da consegnare al futuro che assolve alla sua funzione salvifica, presentandosi come possibilità di rinascita e riscatto del tempo perduto. Se si abdica a questo compito, se il delirio non frantuma il passato pietrificato e non lo rianima per spingerlo verso il futuro, allora le tracce si solidificano in rovine, la vita si immobilizza e la verità non ha più ingresso nell’esistenza. Solo «delirando la verità incredibile si fa certa perché i deliri passano attraverso la verità ed entrano nella ragione».
Il significato etimologico della parola delirio è «rompere la linearità» della narrazione attraverso divagazioni fulminee e fuori dal solco. Questi elementi sono presenti nell’opera sua più famosa, La tomba di Antigone (1967), dove è presente l’aurora della nascita, un’aurora da ritrovare e da rigustare in tutte le fasi, le età e gli accadimenti della nostra esistenza pur collocandosi nello spazio delle tenebre e degli inferi, al riparo dalla luce del giorno. Antigone, in verità — scrive Zambrano — non si suicidò nella sua tomba come scritto in Sofocle, ma divenne mediatrice tra i vivi e i morti, tra le ombre e le luci, tra l’interiorità e l’esteriorità.

Scena di Antigone.
Foto di Ettore Magistrani. Vedi: Teatro filosofico: La tomba di Antigone, Comazzo, palazzo Pertusati 2023 

La fanciulla compie, così, un viaggio di iniziazione, dove ricercandosi finisce per ritrovare non solo i fili ingarbugliati della sua giovane esistenza, ma anche quelli della sua città e con essi, della sua famiglia e della sua tragica storia. Nasce una seconda volta — espressione cara alla filosofa spagnola — poiché nella tomba, in cui viene costretta per decisione di Creonte, ha la possibilità di scoprire finalmente chi sia, di guardarsi pienamente, come mai prima di allora, di scendere nelle profondità della propria coscienza arrivando a cogliere il punto di comunanza perduta tra tutte le creature umane.
Chiari del bosco (1977), che è forse l’espressione più alta e matura del suo itinerario spirituale e intellettuale, è un testo che è al tempo stesso riflessione in prosa, poesia, e testimonianza mistica. In esso Zambrano riprende l’idea heideggeriana della Lichtung: la radura che consente all’essere di mostrarsi. Tuttavia i chiari non sono semplici spazi in cui si manifesta l’essere, ma momenti di grazia, apparizioni che l’anima coglie nell’attesa e nell’abbandono. Per lei si vive pienamente solo quando si sta nel fondo della vita, là dove è possibile il manifestarsi del sacro. «Ogni verità pura e razionale, deve sedurre la vita, deve farla innamorare!» scrive Maria Zambrano.
Rosella Prezzo, Laura Boella, Wanda Tommasi, Luigina Mortari sono oggi, in Italia, con molte pubblicazioni, le sue principali esperte e profonde conoscitrici. 

Maria Grazia Borla a fianco del monumento a Maria Zambrano, a Granada. Foto di Ettore Magistrani.

Laboratorio. Con la famiglia di Antigone si amplia il concetto stesso di famiglia; discutiamone. Nell’incontro con Antigone, grazie alla sua capacità di ascolto e di attenzione, ognuno dei personaggi trova la propria identità perduta. In Antigone prevale la legge del cuore su quella dello Stato poiché lei rivede il concetto di obbedienza. L’esilio, dimensione vissuta da Zambrano, non è solo quello reale dei/delle migranti che devono lasciare la loro terra, è anche quello vissuto in noi stesse/i, quando siamo lontani dal nostro vero Sé.

Brano musicale: Ay Carmela! Canto della guerra civile spagnola. 

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne nei vari campi culturali. Realizza attività presso l’associazione Il labirinto del dragoncello, di cui è presidente, e cura il percorso filosofico Panta rei a Merlino (LO).

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