«Io parlo solo in dialetto, mi dovete scusare. Ma a scuola ci sono andata poco e niente… che volete a sei anni già mia mamma mi ha portato a raccogliere i gelsomini. Ci portava nei campi, a me e agli altri miei fratelli. Eravamo cinque. Mio padre non c’era, era prigioniero in Germania e questa donna, mischina, ci doveva crescere sola. E allora man mano che crescevamo ci portava a raccogliere i gelsomini. Mia mamma ci svegliava di notte perché i fiori si dovevano raccogliere quando ancora era buio. Verso l’una di notte mia mamma ci chiamava “Alziamoci, bambini, che dobbiamo andare”. Andavamo dormendo in piedi e quando arrivavamo i più picciriddi li mettevano a dormire nella cesta, noialtri grandicelli di cinque o sei anni ci mettevano vicino alle mamme per raccogliere i fiori che spuntavano di notte. Che profumo facevano! E che sonno avevamo… dormivamo in piedi, con le mani fredde e i piedi bagnati, perché gli uomini innaffiavano di notte. Con le nostre manuzze niche niche prendevamo i fiori senza rovinarli: a volte arrivavamo a raccoglierne un chilo, un chilo e mezzo. Mia mamma no: mia mamma era svelta, la più svelta di tutte, ne poteva raccogliere pure dieci chili in una nottata! Allora ci pagavano a peso, per fare un chilo ci vogliono almeno tremila fiori, ce li mettevamo nelle tasche e poi nelle ceste grandi pronte per la pesata. All’inizio non c’erano guanti né grembiuli, noi picciriddi non avevamo manco le scarpe. Ci sono volute le lotte di mia mamma e di Tindaro per avere un aumento della paga. Ma a noi carusi niente, non ci volevano dare niente. Dicevano che non dovevamo lavorare. Ma che poteva fare questa donna? Ci poteva lasciare a casa soli? Lo sai che faceva, poveretta, ci accendeva la legna per farci riscaldare perché si cominciava a raccogliere a giugno ma si finiva a novembre e già faceva fresco la notte. Ti voglio cuntare quannu mia mamma una volta si arrabbiò con delle persone che ci volevano fare scantare e li inseguì per un gran pezzo facendoli cascare nei rovi! Le altre donne si erano ammucciate e lei sola li aveva affrontati. Era coraggiosa mia mamma, la chiamavano “la bersagliera” perché col sindacato aveva organizzato il primo sciopero delle gelsominaie. Era l’anno 1946, me lo ricordo perché ancora mio padre non c’era e io avevo fatto undici anni. Poi abbiamo ottenuto un aumento della paga, da 25 lire a 50 lire al chilo. Però ancora niente avevamo visto! I campieri ci rubavano sul peso e le donne, coi piedi sempre nel fango, si ammalavano di vermi e quasi quasi non le volevano manco curare perché si scantavano di infettarsi pure i dottori e gli infermieri. Allora, con Tindaro e con Eliana, fecero un altro sciopero delle donne per avere una paga migliore, ma soprattutto per avere stivali e grembiuli e forbici e un orario di lavoro meno terribile. Mia mamma Grazia in testa, come una vera bersagliera, si fece pure qualche nottata in carcere con Eliana perché si ribellava contro i padroni e contro i campieri. L’ultima volta, me lo ricordo perché avevo quasi 17 anni, lo sciopero durò nove giorni e i gelsomini marcivano e nessuno li poteva raccogliere. Così il padrone accettò tutte le proposte e ci aumentò la paga. Era una vita dura! Le ragazze di oggi non lo sanno quanto abbiamo dovuto faticare! Io ancora porto i segni di tutta quella fatica e mi ricordo quell’odore, quell’odore bianco, che ci restava addosso sempre» dall’intervista rilasciata qualche anno fa da Sarina Pugliafito.
L’Associazione I.Dee di Lipari ha voluto, infatti, dedicare l’8 marzo alle lavoratrici siciliane, scegliendo di rappresentarle tutte — simbolicamente — attraverso le storie drammatizzate delle operaie della pomice a Lipari, delle ricamatrici di Santa Caterina di Villarmosa e delle gelsominaie di Milazzo. Nel raccogliere documenti, fotografie e ricordi abbiamo avuto la buona sorte di incontrare anche Rosaria Puliafito detta Sarina, classe 1935, che ci ha raccontato la sua storia e quella di sua madre Grazia Saporita “la bersagliera”: una donna che non aveva paura di niente e che insieme a Tindaro La Rosa, sindacalista iscritto al Pci, aveva guidato la prima “rivolta” delle gelsominaie della Piana di Milazzo nel 1946.

Non era la prima volta che in Italia le lavoratrici si mobilitavano contro lo sfruttamento e l’oppressione: il Novecento si apre con quella che i giornali dell’epoca chiamarono «lo sciopero delle monelle», una protesta spontanea delle cosiddette piscinine, bambine dai sei ai dodici anni sfruttate da sarte e modiste per poche lire; nel 1906 fu la volta delle mondine del vercellese e del novarese e delle operaie tessili di Torino; nel 1907 le bustaie di Parma si fermarono per cinquanta giorni, usando come simbolo della rivolta una delle stecche cucite nei corsetti.
È di quegli anni la prima canzone di lotta proletaria al femminile Sebben che siamo donne paura non abbiamo: le donne della Val Padana, della Lombardia, dell’Emilia, del Piemonte avevano cominciato a rivendicare diritti e dignità già agli albori del secolo scorso, quando ancora le contadine siciliane e di tutto il sud d’Italia pativano oppressione e miseria senza alcun riconoscimento politico e sindacale. La struttura economica in Sicilia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo era ancora di tipo feudale: insistevano grandi latifondi che i grossi proprietari terrieri affidavano ai campieri, con il compito di sorvegliare il lavoro dei contadini. Nel ricordo di Sarina il campiere era addetto a pesare i gelsomini raccolti e tante volte imbrogliava sul peso, per pagare meno le raccoglitrici. Per questo, nel 1952, Tindaro La Rosa ed Eliana Giorli organizzarono un altro sciopero delle gelsominaie che questa volta rivendicavano bilance automatiche di precisione per la pesa del raccolto, guanti, cesoie e aumento della paga per ogni chilo di fiori raccolti.
Era arrivata da poco a Milazzo Eliana Giorli toscana d’origine, sindacalista e funzionaria del Pci, tra le fondatrici dell’Unione donne italiane. In Sicilia l’aveva mandata la direzione del suo partito per relazionare sulle condizioni delle lavoratrici stagionali e il quadro che si delineava era disastroso: analfabetismo, arretratezza, miseria, isolamento. Eliana ripartì per la Toscana con un peso nel cuore e con una spinta forte a tornare per combattere una battaglia fino a quel momento impensabile. Per convincere le donne a scioperare sindacaliste e sindacalisti andarono a bussare a tutte le porte e trovarono l’espediente di attaccare alle piante di gelsomino volantini che incitavano le lavoratrici a ribellarsi. Così, con pazienza e fatica, si ottennero importanti risultati: la paga che era all’inizio di 25 lire a chilo arrivò prima a 50 lire poi a 75 ed infine, negli anni Settanta, a 1.050 lire.

Scrive Simona Mafai: «Le donne scalze e coi bambini alle ginocchia hanno incrociato l’organizzazione sindacale. Anche tra loro sono cominciate a circolare le magiche parole del dopoguerra che hanno fatto alzare la schiena ai lavoratori: unità operaia, rivendicazioni salariali, diritti… Le poetiche gelsominaie divennero consapevoli del valore del proprio lavoro». Così, tra i fiori che appassivano, si era consumata una “semplice” rivoluzione che aveva travolto come un vento impetuoso anche altri settori del lavoro femminile in Sicilia: le cavatrici di agrumi a Barcellona Pozzo di Gotto, le portatrici di argilla di Santo Stefano di Camastra, le salatrici di sarde di S. Agata di Militello, le raccoglitrici di olive e di nocciole dei Nebrodi e delle Madonie ed altre ancora che lavoravano nei campi di suli in suli senza garanzie né protezioni, in una situazione di sottomissione e sfruttamento che per secoli era stata considerata normale. Come afferma Livia Turco «le lotte delle Gelsominaie contribuirono a costruire una nuova coscienza femminile e a conferire dignità al lavoro della terra, dei fiori, delle olive e degli agrumi».
In copertina: la pesata dei gelsomini.
Tutte le foto appartengono all’archivio della famiglia La Rosa di Milazzo, gentilmente concesse da Santi La Rosa.
Per saperne di più:
S. La Rosa – V. Tomarchio, Gelsominaie. Storie di donne, lotte e profumi, Milazzo, Lombardo, 2024
S. Mafai, Le gelsominaie di Milazzo. La poesia e la fatica, in Le Siciliane Casablanca, settembre 2010, da S.La Rosa – V. Tomarchio, op. cit. p. 193
A. Bottari, Rosaria Puliafito, in https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/rosaria-puliafito
S. Dandini, Paura non abbiamo, Torino, Einaudi, 2026
L. Turco, Le gelsominaie in S.La Rosa – V. Tomarchio, op. cit. p.11
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Articolo di Tilde Pajno

Laureata in lettere moderne, è stata capo area del settore socio-culturale del Comune di Lipari. È socia fondatrice dell’Associazione culturale I.Dee, che opera per valorizzare la cultura femminile, ed è fondatrice dell’Associazione L’Aleph, per la promozione del libro e della lettura. Coordina il Gruppo di Lettura della Biblioteca Comunale di Lipari e cura, per il notiziario locale, una rubrica di libri.
