Il cuore della Costituzione  

Il cuore della Costituzione è la pace. Lo ha ribadito al festival de Il fatto quotidiano del 2025 il costituzionalista e Presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelskj, ricordando la funzione del cuore all’interno dell’organismo umano, quella che rende possibile a tutti gli organi di svolgere il compito a cui sono preposti. Noi che abbiamo vissuto il più lungo periodo di pace all’interno di una parte del territorio europeo pensavamo che la scelta della Costituzione avesse scongiurato per sempre il rischio di una guerra in questa zona del mondo, che era stata l’origine delle due guerre mondiali del Novecento. Forse il nostro sguardo era troppo eurocentrico perché altrove e anche in alcune parti del territorio propriamente europeo e non Ue, le guerre si svolgevano e qualche Stato europeo vi partecipava pure, con acrobatismi verbali che mascheravano la realtà. 

Difficile affermare oggi che la pace è il cuore della Costituzione, quando chi richiama questo valore universale viene definito “pacifinto/a”, quando, come sostiene Nico Piro, si è affermato il pensiero unico bellicista (pub), quando quell’Unione europea che si era costituita affinché non si ripetesse più una guerra in quei territori che avevano scatenato due conflitti mondiali ha dimenticato la sua natura e si sta armando fino ai denti, senza porsi il problema di consultare le popolazioni degli Stati membri e senza che queste ultime le abbiano conferito il potere di decidere in materia. Sappiamo tutte e tutti che l’Ue non è una organizzazione democratica (lo affermano i manuali di storia e relazioni internazionali) perché l’unico organo eletto dal popolo, il Parlamento europeo, pienamente in funzione dal 1979, per moltissimi anni ha avuto solo funzioni consultive e da pochi anni condivide con il Consiglio dei ministri dell’Ue il potere legislativo, con molti limiti. Di fatto l’Ue è diventata un’organizzazione intergovernativa in cui a decidere sono i Governi dei singoli Stati, insieme a una Commissione che non è stata eletta dai cittadini e dalle cittadine europee. A nulla serve ricordare che a Capo della Commissione, del Parlamento europeo e alla carica di Alto Rappresentante per la politica estera ci siano tre donne. Esistono le “operaie del patriarcato” che hanno interiorizzato meglio degli uomini il pensiero e i valori maschili più violenti e forse proprio per questo siedono in certi posti di potere.
Eppure l’articolo 11 esiste ancora, è uno dei principi fondamentali, ed è veramente il cuore della Costituzione. Senza la pace, il valore che lo ha ispirato, nessuno dei diritti umani e delle libertà della Costituzione potrebbe esistere ed essere fatto valere. Ma la pace di cui parla questo articolo va costruita e il modo in cui operare per la pace vi è indicato in modo inconfutabile. Perché questo articolo non dice che l’Italia è pacifista, infatti ammette la guerra di difesa ma che è operatrice di pace.

Sfogliando gli Atti dell’Assemblea costituente, che rappresentano “l’interpretazione autentica” della Costituzione, scopriamo che uno dei Padri del primo comma dell’articolo 11 fu Giuseppe Dossetti, tra i più intransigenti all’interno della prima Sottocommissione della Commissione dei 75. La sua proposta radicale fu condivisa con Togliatti ma anche con il grande costituzionalista Costantino Mortati, cattolico e dalle forze laiche e repubblicane. Il desiderio di pace e la ripugnanza verso la tragedia della guerra ricorra in moltissimi interventi dei e delle Costituenti, anche quando non si parla di guerra. 

Alle sole due donne nominate in questa Sottocommissione, Nilde Iotti e Angela Gotelli, erano stati riservati i temi della famiglia, considerati squisitamente “femminili”. E nelle discussioni intorno all’articolo 11 non vi è traccia di alcun loro intervento. Tuttavia, come ricorda Nilde Iotti, «benché le donne elette alla Costituente non presero parte direttamente all’elaborazione dell’articolo 11, furono fortemente coinvolte e si mobilitarono esse stesse per affermare la scelta di pace che consideravano basilare per il nuovo ordine costituzionale». Alcune di loro avevano perso padri, mariti, fratelli e per questo cercarono di intervenire contro la guerra e in favore della pace anche se questi temi all’epoca non erano considerati femminili dal pensiero dominante, che ignorava senza nemmeno rendersene conto il punto di vista e il pensiero delle donne. Nella relazione della I Sottocommissione sulla famiglia Nilde Iotti affermava: «la guerra ha scosso e sconvolto i rapporti economici e sociali così profondamente come mai era avvenuto nella storia del nostro Paese. …. Naturale è d’altra parte che nella unità familiare cerchino i singoli il primo aiuto a uscire dalla tragica situazione in cui la guerra li ha lasciati…». Significativo e potente anche l’intervento di Nadia Gallico Spano in Costituente l’8 marzo 1947, in occasione della Giornata internazionale della donna. Dopo aver ricordato il contributo femminile alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo così continuava: «Il loro nome sarà sempre luminosamente presente nel cuore delle donne d’Italia, che sperano e vogliono un avvenire di pace, di tranquillità, di lavoro e di benessere…. tutte le donne italiane… attendono da noi, in primo luogo, che gettiamo le basi di un regime solido, che voglia sinceramente la pace e la fratellanza con tutti gli altri popoli per scartare definitivamente dal nostro suolo ogni pericolo di guerra e di distruzione. Ed è per questo che esse si sentono unite a tutte le donne del mondo, le quali, nei loro rispettivi Paesi, celebrano questa stessa data. In ogni Parlamento libero e democratico, infatti, oggi una donna parla per chiedere che lo spirito di pace presieda alla ricostruzione di tutto ciò che la sanguinosa catastrofe che si è abbattuta sul mondo intero, ha calpestato e distrutto…».

Ma le parole più forti furono pronunciate, in occasione del dibattito sull’articolo 3, dalla più giovane Costituente in Assemblea, quella Teresa Mattei che sarebbe diventata in seguito, fino agli ultimi giorni della sua lunga vita, una pacifista convinta .Eccone uno stralcio: « accanto alla solenne affermazione della nostra volontà di pace e di collaborazione internazionale, accanto alla riaffermata dignità della persona umana, trova posto, nell’articolo 7, la non meno solenne e necessaria affermazione della completa eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche. Questo basterebbe, onorevoli colleghi, a dare un preminente carattere antifascista a tutta la nostra Costituzione…».
Il testo dell’attuale articolo 11 presentato da Dossetti il 3 dicembre 1946 in I Sottocommissione era il seguente: «Lo Stato rinuncia alla guerra come strumento di conquista o di offesa alla libertà degli altri popoli.
Lo Stato consente, a condizioni di reciprocità, le limitazioni di sovranità necessarie all’organizzazione e alla difesa della pace». Dopo il dibattito la parola Stato sarà sostituita da “Repubblica” e nel Progetto di Costituzione dal termine “Italia”; i “popoli” ricorreranno due volte nel testo, a significare la forte consapevolezza dei e delle Costituenti delle atroci sofferenze subite dalle persone a causa della guerra.

Nel testo coordinato dal Comitato dei 18 o Comitato di redazione e sottoposto alla votazione dell’Assemblea costituente il 20 dicembre il verbo “rinunzia” scomparirà e sarà sostituito da” ripudia”. Raccogliendo gli spunti della discussione in assemblea il Comitato aggiungerà poi la parte finale che fa dell’Italia un’operatrice di pace nell’alveo delle organizzazioni internazionali. Anche l’intuizione della parola” ripudia” è merito delle Costituenti, scrive Celeste Chiariello, in La Costituzione è donna, ricordando un passo dell’intervista a cura di Guido Dell’Aquila a Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica italiana dal 1992 al 1999. Scalfaro riferisce della difficoltà a trovare un verbo che sostituisse “rinunzia” all’interno dell’articolo 11. «Dopo 5 anni di combattimenti, con un Paese diviso, che era finito in un sanguinoso conflitto interno, con gli italiani a combattere gli uni contro gli altri, sia da una parte che dall’altra, la “rinuncia alla guerra” sarebbe stata un’umiliazione, una sconfitta per tutti. Soprattutto per i giovani che si erano arruolati per amor di patria, mentre c’era dall’altra parte chi aveva combattuto sulle montagne, cercando deliberare il Nord dai tedeschi». Durante la pausa di 10 giorni proposta e ottenuta da Togliatti, il compito di rivedere l’editing, per renderlo comprensibile a una popolazione semianalfabeta, fu assegnato al grande latinista Marchesi. A suggerire il termine “ripudia” pare sia stata proprio Teresa Mattei, allieva di Marchesi all’Università, dopo essersi consultata con le altre Costituenti, intervenendo anche sull’importanza e sul ruolo delle organizzazioni internazionali nella loro funzione di quella che oggi si chiamerebbe peacekeeping, come ricorda sempre Chiariello.
Una nota di archivio del Senato, a nome Ghia, ricordata nel bel libro Le madri della Costituzione di Eliana De Caro, riferisce anche del gesto simbolicamente molto forte con il quale, in occasione dell’approvazione dell’articolo 11, le 21 Madri Costituenti si riunirono nell’emiciclo prendendosi per mano, a testimoniare la fortissima opposizione delle donne alla guerra.

Oggi l’articolo 11 non è tenuto in grande considerazione e sono sorte molte interpretazioni tese ad allargare il concetto di difesa in un modo molto discutibile. Non ricordano l’articolo 11 le autorità né la maggior parte dei partiti politici che siedono in Parlamento grazie al voto dei cittadini e delle cittadine italiane, non lo ricorda volentieri nemmeno il Presidente della Repubblica. Al diritto internazionale si è sostituita la forza e il cambiamento degli Usa nei confronti dell’Ue ha scatenato una volontà di riarmo che l’opinione pubblica italiana ed europea non riescono a capire. 

Gherardo Colombo, nel suo testo amaro Anticostituzione riscrive questo articolo tenendo conto di come è stato disapplicato nella realtà: «L’Italia ripudia in linea di principio la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e — talora — come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni, anche attraverso le armi ; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali dirette a tale scopo». Ma il verbo “ripudia” ha un significato inequivocabile: «non volere avere nulla a che fare, non voler intessere alcuna relazione, escludere». L’Italia non risolve i conflitti con le guerre, ma con il dialogo, il confronto e le vie diplomatiche, questo dice l’articolo 11. Così scrive Gherardo Colombo in AntiCostituzione, a pagina 52. E così continua: «Se questa è l’affermazione iniziale, sarà facile dedurre che anche la guerra difensiva sarà solo “sopportata”, così come si sopporta la legittima difesa. E quando una cosa è sopportata si cerca di evitarla, si marginalizzano gli strumenti che le sono collegati, ci si adopera affinché non si verifichi … Potremmo dire che la Costituzione italiana trasforma l’antica massima latina si vis pacem para bellum, in si vis pacem para pacem.

Un articolo così intransigente potè essere approvato solo in uno “stato di grazia”, quello che seguì la più grande tragedia dell’umanità, la Seconda guerra mondiale, di cui secondo Dossetti è figlia la Carta fondamentale del popolo italiano. Un conflitto con più di 55 milioni di morti, in maggior parte civili, che comportò la deportazione di 6 milioni di persone ebree sterminate nei lager, insieme a disabili, oppositori e oppositrici politiche, rom e zingare e si concluse con le due bombe atomiche sganciate dagli Usa su Hiroshima e Nagasaki e lo smembramento della Germania in due Stati, uno sotto l’influenza americana e l’altro sotto quella sovietica.

Dal 1948 a oggi l’articolo 11 ha avuto molti nemici, in primis i mercanti di armi e di morte, che dei “popoli” di cui parla la Costituzione se ne infischiano e sono mossi solo dallo scopo del profitto. Le organizzazioni internazionali che assicurano la pace e la giustizia tra le Nazioni sono state costruite in modo da neutralizzarne il potere, grazie al diritto di veto assicurato alle cinque potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e sono state sostituite da un’organizzazione militare come la Nato, concepita in funzione antisovietica e difensiva, non contemplata dall’articolo 11. Fino a qualche anno fa la si dava per cerebralmente morta, adesso con la narrazione dell’attacco russo all’Europa, diffusa ad hoc per giustificare un riarmo senza limiti, è stata improvvisamente riabilitata.

L’unico leader che incarna lo spirito dell’articolo 11 è Papa Leone XIV, che invoca, fin dal suo insediamento, una pace disarmata e disarmante. Ma non è un leader politico. L’ Ue più il Regno Unito e i cosiddetti autolegittimatisi “volonterosi” si dichiarano quasi ogni giorno pronti a una guerra con la Russia che, se ci sarà, come ricorda Lucio Caracciolo, durerà mezz’ora, perché si useranno le armi nucleari.
Mai come oggi ancora una volta la nostra Costituzione mostra con le sue parole chiare di volerci proteggere consegnandoci la chiave per costruire la pace insieme alle altre nazioni, il lascito più grande delle nostre Madri e dei nostri Padri Costituenti. Di fronte all’incapacità dei cosiddetti decisori di interpretare la transizione egemonica in atto, sono i “popoli”, che ricorrono per ben due volte nell’articolo 11 e a cui si richiama anche la prima frase della Dichiarazione universale dei diritti umani dell’Onu, a doversi mobilitare per continuare a far battere ancora quel cuore. Non sarà facile, di fronte all’attacco al progetto di trasformazione della società contenuto nella Costituzione che arriva quasi quotidianamente e da più fronti. Lo dobbiamo a chi ha saputo scrivere le parole più preziose contro la guerra, anche se chi dovrebbe attuare la Costituzione se lo dimentica.

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, faccio parte dell’Osservatorio Pari opportunità dell’Odg della Lombardia. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, ho seguito la scuola di Limes per capire meglio il mondo. Scrivo di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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