Prospettive vittimologiche 

Nata nel cuore del XIX secolo con l’obiettivo di studiare la criminalità e le condotte devianti, la criminologia ha sofferto per decenni di una profonda e sistematica asimmetria scientifica. Agli esordi, infatti, l’attenzione di accademici e investigatori si è focalizzata esclusivamente sui reati e sui loro autori, ignorando del tutto la figura della vittima.  
Tale lacuna verrà colmata solo negli anni Quaranta del Novecento quando nascerà la vittimologia, quella branca della scienza del crimine atta a restituire voce e centralità a chi subisce il reato, analizzandone le variabili psicosociali e fisiche, i rapporti con il reo e le dinamiche traumatiche al fine di elaborare modelli efficaci di prevenzione, assistenza e tutela giuridica e terapeutica. 

Il momento preciso in cui la criminologia ha smesso di guardare esclusivamente al colpevole e ha iniziato a concentrarsi su chi il crimine lo subisce risale al 1948, con la pubblicazione negli Stati Uniti di una pietra miliare della saggistica forense: The Criminal and His Victim del criminologo tedesco Hans von Hentig. Raccogliendo e perfezionando intuizioni pionieristiche del passato, l’autore catalogò in modo sistematico l’identikit delle vittime, analizzandone le caratteristiche e — per la prima volta in assoluto — il ruolo attivo o passivo nella genesi e nella dinamica del delitto. Nel modello classificatorio da lui proposto, la vittima, non più considerata come semplice oggetto dell’azione altrui ma come fattore causale della dinamica criminale, viene riconfigurata attraverso tre concetti fondamentali: Täter-OpferDas latente OpferTäter-Opfer-Beziehung. Si tratta, rispettivamente, delle categorizzazioni criminale-vittima, secondo cui i ruoli di autore del reato e di vittima sono interscambiabili o coesistono — è il caso, per esempio, dell’omicidio seguito dal suicidio del reo —; vittima latente, per definire quei soggetti che presentano una vulnerabilità maggiore o una “predisposizione” sociale e/o individuale a diventare vittime di reati e, in un certo senso, ad attrarre il proprio aggressore; rapporto che lega la vittima al delinquente, nel caso in cui tra i due soggetti viga una relazione in cui è possibile un’inversione dei ruoli tale che la vittima stessa finisce per assumere il ruolo di elemento scatenante e determinante dell’evento criminoso. 

Il termine atto a definire questa nuova materia scientifica sarà coniato l’anno successivo da Fredric Wertham, comparendo per la prima volta nel 1949 in The Show of Violence, il saggio in cui lo psichiatra e criminologo analizza la natura della violenza omicida, auspicando la nascita di “una sociologia della vittima” (victimology). Nei suoi primi sviluppi, la disciplina si dividerà in due grandi filoni: la vittimologia etiologica, focalizzata sulle interazioni tra autore e vittima — allora intesa esclusivamente come “testimone chiave” della sua stessa sventura e come fonte di informazioni fondamentale per ricostruire la dinamica del crimine — e quella applicativa orientata prioritariamente ai bisogni concreti della parte lesa e allo studio delle strategie più efficaci per rispondere alle sue necessità. Tale approccio muterà radicalmente a partire dagli anni Settanta quando la criminologia ha smesso di concentrarsi solo sul comportamento del singolo per aprirsi allo studio delle variabili ambientali e del contesto sociale.
Nel 1971 la mappatura proposta da Von Hentig verrà recuperata e perfezionata da Ezzat Fattah cui si deve la strutturazione delle categorie di predisposizioni della vittima in tre macro-aree distinte: bio-fisiologiche (età, sesso e caratteristiche fisiche del soggetto), sociali (professione, reddito e ambiente di vita) e psicologiche (negligenza, eccesso di fiducia e tratti specifici della personalità). I modelli relativi alla relazione intercorrente tra vittima e reo verranno arricchiti, invece, dalle intuizioni dello studioso Richard Sparks che, nel 1982, completerà il quadro teorico di riferimento delineando cinque categorie fondamentali. All’interno della sua tassonomia il concetto di precipitazione o provocazione attiva viene utilizzato in riferimento a quella specifica dinamica in cui il comportamento della vittima innesca direttamente l’evento criminoso, incoraggiando fortemente la condotta del delinquente. I concetti di facilitazione e di vulnerabilità descrivono invece lo scenario in cui il soggetto si espone al rischio deliberatamente per imprudenza o negligenza, e la posizione di debolezza in cui lo stesso può ritrovarsi a causa del suo comportamento, dei suoi attributi o della sua posizione. Completano la sistematizzazione l’opportunità, in cui la vittima diventa tale perché rappresenta un bersaglio facile e immediatamente accessibile, e l’attrattività, legata all’attenzione che la vittima suscita nel reo per via del valore che possiede ed esibisce — come, per esempio, se indossa gioielli di lusso.

In questo quadro teorico — in cui il focus si sposta dalla semplice analisi della vulnerabilità individuale allo studio delle dinamiche situazionali e dei contesti di rischio — si collocano quattro teorie fondamentali della vittimologia classica. La prima di queste prospettive è la Victim Precipitation Theory (Teoria della vittima che precipita il reato), formulata originariamente da Wolfgang in relazione agli omicidi (1957) e successivamente estesa da Amir ai reati sessuali, la quale sostiene che l’azione o l’imprudenza della vittima possano innescare, accelerare o facilitare la condotta delittuosa. Nonostante sia stata fortemente criticata sul piano storico per il rischio di sfociare nel fenomeno del victim blaming, ossia nella colpevolizzazione della vittima scaricandone la responsabilità sulle sue azioni o sulle sue scelte, in chiave moderna questa teoria trova utilità applicativa nell’ambito della prevenzione e nello studio della percezione cognitiva del reo prima dell’azione. Nel caso della Deviant Place Theory (Teoria dei luoghi devianti) di Sampson e Castellano (1982), invece, l’attenzione viene focalizzata sul contesto spaziale: il fattore di rischio determinante non viene più individuato nell’identità della vittima quanto piuttosto nella geografia del crimine e nella frequentazione o residenza all’interno di aree urbane disorganizzate e degradate. In questo approccio, il degrado estetico e la disorganizzazione sociale funzionano come indicatori di un’assenza di controllo informale, incentivando le condotte devianti. 
Un approccio maggiormente incentrato sulle dinamiche comportamentali del singolo è rappresentato dalla Lifestyle Theory (Teoria degli stili di vita) elaborata da Hindelang, Gottfredson e Garofalo (1978), la quale correla la vulnerabilità alle scelte quotidiane, alle abitudini di vita, agli orari e all’ostentazione di beni di valore, elementi che possono incrementare la probabilità statistica di entrare in contatto con un aggressore in contesti poco protetti. 
Infine, la Routine Activity Theory (Teoria basata sull’attività routinaria) di Cohen e Felson (1979) riprende ed estende i concetti legati allo stile di vita, teorizzando che l’evento criminoso si realizza laddove si verifica la convergenza nello stesso spazio e nel medesimo tempo di un aggressore motivato, un bersaglio idoneo e l’assenza di un guardiano capace che possa esercitare un’azione di tutela. 
Tutte queste impostazioni condividono il limite storico di essersi focalizzate primariamente sulle opportunità materiali e sulle condizioni che rendono agevole la commissione di un illecito, trascurando il supporto emotivo, sociale e giuridico spettante alla vittima. Ciononostante, nel panorama odierno esse costituiscono uno strumento fondamentale per la criminologia ambientale e per la progettazione di architetture di prevenzione volte a rendere gli spazi urbani e i comportamenti collettivi più sicuri. 

In epoca più recente, integrando le intuizioni pionieristiche di Hans von Hentig con le rielaborazioni di Ezzat Fattah, il sociologo Stefano Scarcella Prandstraller (2012) ha sintetizzato una tassonomia dei principali profili di vulnerabilità della vittima. La sua classificazione permette di superare le vecchie forme di colpevolizzazione, distinguendo figure del tutto passive — come la innocent victim, trovatasi casualmente nel posto sbagliato, o la depressive victim, che per uno stato di prostrazione o fragilità appare disattenta e incapace di adottare adeguate misure di protezione — da categorie caratterizzate da specifiche motivazioni o contesti di vita, tra cui la greedy victim (esposta a truffe per avidità) e la unmotivated victim (resa vulnerabile da particolari eventi critici o fasi delicate del proprio ciclo di vita). Completano la classificazione le figure in cui il rapporto con il reo è diretto e conflittuale: la harassing victim, bersaglio del soggetto che essa stessa molesta, e la assailant victim, che viene aggredita dopo aver sferrato il primo attacco, con una conseguente e netta inversione dei ruoli. 

Questo lungo percorso teorico dimostra come la criminologia moderna abbia finalmente compreso che l’analisi scientifica della vittima costituisce uno strumento imprescindibile per mappare i fattori di rischio e anticipare, prevenendola, la genesi del reato. Superare gli stereotipi, la vittimizzazione secondaria e le banalizzazioni culturali è la premessa fondamentale per abbandonare la sola logica emergenziale: solo in questo modo si possono edificare reti di tutela concrete, orientate tanto alla sicurezza integrata quanto al pieno riconoscimento dei diritti e della dignità di chi ha subito l’offesa criminale. 

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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