Processo alle intenzioni vegane 

«Ma le proteine dove le prendi?». Ho perso il conto di quante volte questa domanda mi sia stata posta con puntualità liturgica: a dire il vero la mia parte preferita è il modo in cui il quesito viene accompagnato da uno sguardo di commiserazione tra il medico legale e il confessore, pronto ad accogliere il mio pentimento, ogni volta che macchio il mio curriculum sociale confessando di non mangiare animali o consumarne derivati. Posso garantire che, quella che potrebbe sembrare una genuina richiesta di informazione, o persino un’affettuosa premura per la mia incolumità, in realtà emette a priori una sentenza: da quando sono vegana vengo automaticamente catalogata come un corpo diafano in riserva di nutrienti, una sciagurata che ha sottratto alla propria esistenza l’unico vero piacere della vita e che ora deve spiegare in pubblica piazza come intenda sopravvivere a questo suo folle e insensato azzardo. In questi anni mi sono chiesta spesso: perché alla dieta onnivora, al contrario, non viene chiesto alcun certificato di garanzia? Nessuno si avvicina all’amico/a onnivoro/a al ristorante per domandare con sguardo afflitto quante fibre abbia assunto, quanto spazio riservi ai legumi, quale sia la qualità dei suoi grassi saturi o quanto sia abituale il suo ricorso a cibi ultraprocessati. È sorprendente come una forma di alimentazione possa coincidere con la normalità e venga assolta a prescindere, mentre un’altra è posta continuamente sotto processo.

Per fortuna il mio senso di inquietudine è stato alleggerito da una puntata del programma Considera l’armadillo a cura di Federica Giordani e Cecilia Di Lieto con ospite la biologa nutrizionista Rosa Carbone. Prima dell’intervista il podcast sfila via tra le cronache di incendi, lupi avvelenati e distruzione di ecosistemi a cui ci siamo sfortunatamente abituati/e dove gli animali vengono trasformati ancora una volta in effetti collaterali o seccature da gestire; dopotutto, in maniera sorprendentemente naturale, il discorso scivola sul cibo e il passaggio è molto meno brusco di quanto si possa pensare. Il piatto diventa così il luogo in cui il nostro rapporto con gli altri animali diventa quotidiano, ma al tempo stesso si allontana così tanto dalla realtà da diventare impermeabile a ogni critica. In tavola la violenza non si mostra mai per quello che è perché arriva edulcorata, impacchettata e privata di qualsiasi legame con il corpo da cui proviene. E quando qualcuno osa interrompere questo comodo automatismo, il sistema reagisce nell’unico modo che conosce, cioè deviando il discorso: la domanda, a quel punto, non è più cosa accada davvero agli animali negli allevamenti intensivi, ma quale spaventosa sciagura stia per abbattersi sulla salute di chi sceglie di non mangiarli.

I dati Eurispes scattano una fotografia nitida di questo cortocircuito: le persone vegetariane e vegane sono l’8,5% della popolazione, mentre il 78,7% degli italiani dichiara che la scelta vegetariana meriti rispetto e il 55,1% la ritiene persino «ammirevole». Eppure, sotto la facciata, il 31,4% la liquida come una moda passeggera, il 31,2% la addebita a fanatismo ideologico e il 22,1% è convinto che faccia male alla salute. È la parabola del rispetto condizionato: la scelta vegetale è encomiabile, lodevole e degna di complimenti… purché resti residua e non abbia la pretesa di mettere in discussione la norma consolatoria che ci fa da barriera.

La preoccupazione per lo stato di salute di chi ha cambiato la propria alimentazione gioca qui un ruolo tattico a dir poco geniale: spostando l’attenzione esclusivamente su questioni nutrizionali, il confronto etico viene facilmente eluso, pur senza ammettere di volerlo evitare. Se il veganismo viene dipinto come una pratica estrema e radicale, non occorre interrogarsi su macelli, emissioni o trasformazione di esseri senzienti in prodotti alimentari: basta concentrarsi su ferro, B12 e masse muscolari evaporate, costruendo a tavolino l’immagine di un corpo debole, condannato a nutrirsi di pillole e deprimenti surrogati. In questo modo la salute si trasforma nell’unico indice di giudizio ammissibile: spietato per giudicare chi devia, indulgentissimo verso la dieta dominante. Sia chiaro: questo non significa che ogni obiezione nutrizionale sia mossa in malafede. Una dieta vegana non è sana per diritto divino, esattamente come una dieta onnivora non è equilibrata solo perché «c’è dentro un po’ di tutto». Del resto, ci si può benissimo nutrire di patatine fritte, zuccheri e cibo iper-processato pur seguendo un’alimentazione 100% vegetale… In fondo, le etichette dicono solo cosa escludiamo, mai la qualità di ciò che mangiamo.

Non mancano conferme che le diete vegetali ben pianificate si dimostrino adeguate a ogni fase della vita. La parola chiave è proprio pianificazione, un dettaglio che, attenzione, vale per qualsiasi regime alimentare: quantità, varietà e contesto individuale contano molto di più del bollino che appiccichiamo a quello che mangiamo. Prendiamo l’angosciato interrogativo sulle proteine di cui si accennava poco sopra, il vero totem della mitologia contemporanea. Forse potrebbe sembrare controintuitivo ma le proteine non sono un brevetto registrato del regno animale: legumi, cereali, frutta secca e semi coprono l’intero fabbisogno senza problemi. Non intendo dire che sia sufficiente sgranocchiare quello che capita in tavola per stare bene, ma che l’adeguatezza proteica si raggiunge benissimo anche senza uccidere nessuno. Non è così male poi, no…? Se ci pensiamo, è lo stesso riduzionismo che si applica ai legumi, perennemente posti sotto interrogatorio: «Ma sono proteine o carboidrati?». Sono entrambe le cose, con l’aggiunta di fibre e minerali che possono essere preziosi per la nostra alimentazione. In fin dei conti il rischio è sempre quello di ridurre il cibo a una singola casella nutrizionale, che è anche l’ossessione della diet culture che ci ha addestrati a guardare la tavola come un foglio Excel in cui inserire gli alimenti.

Un altro tema caldo è quello dei sostituti vegetali che spesso rievocano i sapori di cibi o derivati animali; la domanda in questo caso è «Perché ricercare lo stesso gusto se sei vegana? Lo sai quanti ingredienti e additivi ci sono?!». In questo caso il copione è sempre lo stesso: si scrutano gli ingredienti uno a uno con aria sospetta, si sventolano come spauracchi i nomi scientifici degli additivi e si fa leva sull’analfabetismo chimico per generare paura. Eppure, la lunghezza della lista degli ingredienti non è mai stata una misura della tossicità, così come l’etichetta «100% naturale» non è sinonimo di sicurezza o salubrità. Conviene ricordarlo ogni tanto: la cicuta, per fare un esempio storico piuttosto celebre, è al 100% naturale, eppure la storia ci insegna che non è propriamente salutare, e lo stesso vale per innumerevoli altre sostanze presenti in natura che faremmo bene a evitare. Ciò dimostra inequivocabilmente che il pregiudizio verso la chimica spesso confonde ciò che è artificiale con ciò che è nocivo; credo che, in questo caso, la vera perla sia l’asimmetria di giudizio, in cui la dissonanza cognitiva guida il processo: perché il burger di soia viene analizzato nel dettaglio, mentre verso würstel, salumi zeppi di nitrati e merendine industriali mostriamo una cieca e affettuosa indulgenza? Pretendere che chi sceglie di non mangiare animali debba anche cucinare ogni singolo pasto da zero (pena l’accusa di ipocrisia) è l’ennesima prova di purezza pretesa sempre e solo da una parte.

Durante la puntata, anche il discorso sulla digestione si è reso necessario e naturale. Aumentare di colpo le fibre, ad esempio, può far protestare l’intestino, ed è ingenuo liquidare la cosa aspettando che il nostro corpo si abitui facilmente; sono la gradualità, la scelta delle fonti e la preparazione a fare la differenza: un supporto competente evita che un disturbo temporaneo venga spacciato per la prova inconfutabile che la carne sia indispensabile. Altrettanto doverosa e utile è stata la precisazione sulla B12, una vitamina prodotta da batteri, non dagli animali (che, per precisare, negli allevamenti intensivi viene assunta tramite integratori nei mangimi). Negli alimenti vegetali non fortificati semplicemente non c’è, e quindi integrarla è una semplice misura di prevenzione, e non la resa di un fallimento etico (anche perché, a onor di cronaca, le carenze di B12 abbondano pure tra gli onnivori).

In conclusione possiamo dire che la domanda «mangiare vegetale fa male?» è semplicemente mal posta. Bisogna chiedersi quale alimentazione vegetale, per quale persona e con quale consapevolezza.
Una consapevolezza che, mi auguro, non contempli solo scelte nutrizionali, ma anche impegno etico.

Copertina: foto di Daria Nepriakhina 🇺🇦 su Unsplash  

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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

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