Ramona, addio. Tre generazioni di donne a Barcellona 

A poca distanza dalla scoperta di una scrittrice inglese, Celia Fremlin, tradotta in Italia dopo 50 anni, ci troviamo di nuovo a leggere un interessante romanzo di tanto tempo fa, uscito in Spagna nel 1972, e mai edito da noi. Si tratta di Ramona, addio (Mondadori, 2026, traduzione di Amaranta Sbardella) di Montserrat Roig, giornalista e romanziera catalana dalla breve vita e dai molti talenti. 

Di recente era anche uscito, sempre presso Mondadori, Il tempo delle ciliegie (2025), salutato con grande favore dalla critica, con cui Roig aveva vinto il premio Sant Jordi nel 1976.

È la storia di una donna che, dopo dodici anni vissuti fra Parigi e Londra, ritorna a Barcellona; siamo nel 1974, quando il Franchismo sta per finire con la morte del dittatore, avvenuta il 20 novembre 1975. In patria ritrova la famiglia, oppressa dalla monotonia e dal grigiore della situazione politica. Natalia invece non si vuole adattare né arrendere, cerca la propria strada e attende fiduciosa il “tempo delle ciliegie”, una nuova primavera che presto rinascerà. Quasi ignorato è stato tradotto pure L’opera quotidiana (Arkadia, 2024), il suo terzo romanzo edito in Spagna nel 1985, un affresco della vita di svariati personaggi che si intrecciano con umorismo e ironia nel tempo e nello spazio; siamo ancora a Barcellona e i fatti si muovono dal passato al presente, e viceversa, insieme alle semplici esistenze di anziane signore, di una giovane inquieta, di un macellaio timido.

Il tempo delle ciliegie
Montserrat Roig
Mondadori, 2025
pp. 252

Immagine utilizzata a scopo illustrativo per recensione e critica ai sensi dell’art. 70 L. 633/41.
L’opera quotidiana
Montserrat Roig
Arkadia Editore, 2024
pp. 176
Immagine utilizzata a scopo illustrativo per recensione e critica ai sensi dell’art. 70 L. 633/41.
Maria Aurèlia Capmany i Farnés

Nel 1980 aveva pubblicato L’hora violeta e nel 1987 La veu melodiosa (che fu tradotto da Jaca Book nel 1997).
Ma vediamo di conoscere meglio l’autrice. Montserrat Roig i Fransitorra era nata il 13 giugno 1946 a Barcellona dove morì il 10 novembre 1991 a causa di un tumore. Il padre era un avvocato e scrittore, la madre la introdusse alle idee femministe. Studiò in collegi cattolici e si diplomò alla Scuola catalana di Arte drammatica; qui conobbe la sua futura grande amica: Maria Aurèlia Capmany i Farnés (1918-91) che ne era fondatrice, docente, attrice e preside. Insieme condivisero l’attivismo culturale, l’antifranchismo, la difesa della lingua catalana, le battaglie femministe. Per un triste caso del destino morì pochi giorni prima di Montserrat, dopo una intensa vita spesa fra narrativa, drammaturgia, saggistica, traduzioni (anche di autori italiani del Novecento).

Roig, oltre ai cinque romanzi citati, pubblicò due volumi di racconti (premiati nel 1970), il testo teatrale Reivindicació de la senyora Clito Mestres (1990), messo in scena l’anno successivo, e testi di saggistica, fra il 1977 e il 1992, relativi alla storia e alla cultura catalana e al ruolo sociale della donna. In particolare va segnalato il suo importante studio sulle persone catalane nei campi di concentramento nazisti, premiato nel 1978. Collaborò scrivendo articoli e reportage con quotidiani e riviste, fra cui Serra d’Or, lavorò per varie reti televisive e alla realizzazione di documentari. Nel 1980 ottenne il premio Omnium Cultura per le interviste televisive nel programma Clari català (Chiaro e catalano), infine la qualità della sua produzione fu riconosciuta meritevole dalla Generalitat de Catalunya nel 1986, in relazione al volume L’agulla daurada, con il premio Letteratura Catalana. 

La guglia d’oro
Montserrat Roig
Arkadia Editore, 2023
pp. 253
Immagine utilizzata a scopo illustrativo per recensione e critica ai sensi dell’art. 70 L. 633/41.

In Italia tradotto come La guglia d’oro (Arkadia, 2023) è un affascinante racconto del viaggio effettuato a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1980, ricco di impressioni personali e interviste alle persone sopravvissute al terribile assedio.
Nella sua breve esistenza Roig mostrò grande impegno sociale e politico, manifestando a favore delle rivendicazioni operaie e studentesche, prima fra tutte e assai nota fu la Capuchinada del 1966. In quell’anno sposò l’architetto Albert Puigdomènech e nel 1968 si iscrisse al Partito socialista unificato della Catalogna, facendo amicizia con il famoso scrittore Manuel Vazquez Montalbán, ma uscendone poco tempo dopo per disaccordi sulla gestione interna. Nello stesso periodo ebbe il primo figlio, Roger, e si separò dal marito. Il 13 dicembre 1970 fu tra coloro, per lo più intellettuali e artisti/e, che occuparono il monastero di Santa Maria di Montserrat, simbolo della Catalogna e sito di pellegrinaggi, per protestare contro l’esito del celebre processo di Burgos che si era concluso con sei condanne a morte per militanti dell’Eta, commutate poi in pene carcerarie a seguito delle rivolte popolari e delle pressioni internazionali nei confronti del regime franchista. Dal 1972 iniziò una relazione con il giornalista Joaquim Sempere da cui ebbe il secondo figlio, Jordi. Nel 1990 seppe di essersi ammalata e le rimase solo un anno di vita.

Ramona, addio 
Montserrat Roig
Mondadori, 2026
pp. 187
Immagine utilizzata a scopo illustrativo per recensione e critica ai sensi dell’art. 70 L. 633/41.

Ramona, addio si articola intorno a tre figure femminili: la nonna, la madre, la figlia, che portano il medesimo nome e sono soprannominate Mundeta; in tre diverse epoche diventano specchio della situazione del loro Paese, ma in modo più specifico di Barcellona e della regione catalana. Sono anche perfetti simboli del ruolo assegnato alle donne mentre la Storia procede e la società si evolve, ruolo che si vorrebbe marginale e silenzioso, ma che le generazioni via via rendono più autonomo, attivo, determinante. 
Il romanzo si divide nettamente in tre parti, diversificate anche graficamente: la prima e la terza hanno come protagonista e voce narrante una giovane sposa, Ramona Ventura, che nel 1938 ha 29 anni, è incinta e dopo i bombardamenti va alla ricerca del marito Joan, non sapendo se è ferito, morto, scomparso. Indaga, chiede, va all’ospedale, vede cadaveri irriconoscibili, mentre alcuni quartieri di Barcellona sono devastati e gli scenari allucinanti. «Ovunque regnava l’odore di uova marce e di cavolfiore bollito. […] Mi imbattei in parecchia gente, soprattutto vecchi e bambini, intenti a rovistare nella spazzatura. Cercavano del cibo». Queste parti sono in corsivo e l’autrice utilizza un modo molto curioso di narrare, assai vicino al parlato, privo di segni grafici per indicare i dialoghi e le frasi dirette; compaiono solo delle rare virgolette per segnalare qualche pensiero della protagonista. Tutti i periodi dunque si susseguono, anche ripetitivi, brevi e frammentari, proprio come quando si parla senza far troppo caso alla forma e allo stile. Stile che tuttavia è evidentemente voluto per creare una sintonia con gli eventi e per condividere il sentimento di preoccupazione che opprime la donna, in cammino, stanca, con le vene varicose e i calli che le fanno male, smunta, pallida, spaventata. «I corpi volavano per aria come l’ovatta. I soldati ci metteranno anni a recuperare tutti i morti. […] E fiamme, e urla, e gemiti, e lamenti, e gente appesa, e braccia che si muovevano tra le macerie, e morti». 

La parte centrale, più ampia, è invece il diario della nonna Ramona Jover che annota in prima persona, con date precise, ciò che avviene nell’arco temporale dal 6 dicembre 1894 al 2 gennaio 1919. Alle sue parole si alternano, senza stacchi evidenti e in terza persona, le vicende della figlia e pure della nipote Ramona Claret negli anni Sessanta del XX secolo, completando il cerchio delle tre protagoniste. La nonna è inizialmente una ragazza che sta per sposarsi, benestante, di idee tradizionali, molto religiosa e ancora assai ingenua. Passa le giornate andando a spasso tutta elegante, va a teatro, apprezza le gentili (e banali) poesie che Francisco, il marito, le dedica e osserva la città dal suo punto di vista privilegiato e piuttosto sciocco. Significativo che abbia un aborto spontaneo senza neppure capire cosa le sia successo. Va in viaggio di nozze a Parigi, ma pensa sempre al suo quartiere, Gràcia, gli anni passano e arrivano i primi tram, le vie si popolano di gente nuova, un giovanotto le fa una corte discreta da cui è turbata e lusingata. Con una evidente ellissi annota i suoi pensieri nel 1909 quando ha partorito Mundeta, una bambina fragile, «brutta e triste», una «pallottina di carne raggrinzita e secca», e lei si sente invecchiare, mentre invecchia anche la sua città. Si passa poi al 1918 quando la guerra, pur di lontano, si avverte e la salute di Francisco è sempre più precaria; l’agiatezza sta sfumando e i gioielli vengono impegnati. Siamo alla morte dell’uomo, dopo tristi mesi di sofferenze senza rimedio che vengono descritte nei dettagli più ripugnanti.
La figlia, che cerca un minimo di autonomia da Mamà che la vorrebbe “accasare”, ci appare poco più che ventenne ai primi anni Trenta, con amicizie coinvolgenti, fra cui si distingue l’originale figura di Kati. «Kati dice che la guerra le ha messo in movimento il cervello, ha capito che le donne possono diventare utili a qualcosa, e non devono solo essere un accessorio da arredamento». Si sviluppa pure un fragile amore con Ignasi Costa che tuttavia porrà fine alla sua vita nel 1934. La gioventù dell’epoca cerca una propria strada, ma in modo confuso, fra sogni e illusioni di cambiamento, che culmineranno come sappiamo bene prima nella proclamazione della Repubblica, poi nella Guerra civile. Intanto le ragazze sono educate in scuole chiamate la Cultura de la Dona dove imparano a cucire, ricamare, diventare brave mogli e madri arrendevoli, magari con risultati modesti, e senza alcuna istruzione.
La nipote frequenta universitari come lei, fra cui Jordi, una amica dalla fama poco rispettabile, Anna, e lei stessa sperimenta avventure deludenti; è inquieta e non sa bene cosa fare della propria vita, mentre ascolta i racconti della nonna, mescolati a preghiere, e pensa a come la madre, dopo anni, si animi quando rievoca il 1938, che pure fu un momento difficilissimo per la popolazione di Barcellona. La città, con i suoi pregi e difetti, con le sue bellezze e il suo fascino ormai spento, ricorre spesso come fosse un altro personaggio della storia, amata e odiata al tempo stesso: «Guardò la città: avrebbe voluto abbracciare Barcellona con un unico sguardo. Era una città che l’attraeva con la forza di un amante crudele. […] Barcellona era una città annichilita che a malapena conservava qualche vestigia di un passato eroico».
Le ultime pagine ci riportano allo scenario iniziale, con la seconda Ramona che vaga per le strade desolate, nel pieno dello squallore, delle violenze, dei rischi, fra morti e feriti, in cerca del marito, contenta che sua madre sia al riparo nel paesino, più volte citato, di Siurana. Affamata e assetata, si ferma a chiacchierare con un vecchio e, chissà come, gli parla di sé come lo conoscesse da tanto. Le righe finali imprimono un suggello degno del momento e della situazione: vede una vecchia che rosicchia del pane, preso dalla spazzatura, e un cane rabbioso che glielo contende. «Mi misi a correre e aiutai la vecchia a vincere quella battaglia per un tozzo di pane».

Un romanzo complesso e non facile, dalla struttura articolata, come dicevamo, che adotta una forma estremamente libera, con lunghe parti in cui mancano segni di punteggiatura per separare descrizioni, dialoghi, pensieri; ciò richiede a chi legge un certo sforzo per collegare o distinguere i fatti accaduti alle tre donne, simboli di diverse situazioni storiche e dalla mentalità coerente con il periodo, le cui vite complicate intrecciano passioni, dolori, gioie, segreti, legàmi con altre donne, mentre gli uomini sono più evocati che presenti. Un’opera affascinante e moderna, che potrebbe essere stata scritta oggi, grazie alla mente acuta e alla penna pungente di Montserrat Roig.

In copertina: un particolare dalla copertina del libro “Ramona, addio”.

Montserrat Roig
Ramona, addio
Mondadori, 2026
pp. 187

In copertina: particolare dalla copertina di Ramona, addio.

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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