Intervista a una delle prime Segretarie comunali 

Si chiama Adele Sorrentino e ha fatto per tutta la sua attività lavorativa la Segretaria comunale: ora è in pensione. La conosco da più di cinquant’anni (è mia cognata) e non le ho mai chiesto se avesse trovato ostacoli durante il suo lavoro. Ora glielo chiedo. 

Adele, dopo la laurea in giurisprudenza hai fatto un corso per Segretaria Comunale. Quante donne erano con te a quel corso? 
Mi sono laureata in legge nel 1969 e quando sulla G.U. lessi della possibilità di frequentare un corso di perfezionamento amministrativo per Segretariato Comunale presso l’Università di Torino di otto mesi retribuito con lire 80.000 mensili (cifra non indifferente per quegli anni), presi la palla al balzo e mi iscrissi pur non avendo la più pallida idea delle mansioni di questo ruolo.
Una legge del 1865 rende obbligatoria la presenza di una persona responsabile dell’Ufficio di Segretariato in ogni paese, nominata dal Consiglio Comunale. La statatizzazione della carriera è un fenomeno del periodo fascista, sancita nel 1928: da allora questa figura è reclutata mediante concorso statale e nominata dal prefetto. Rappresenta lo Stato presso il comune ed è garante della legalità, deve essere in possesso di diploma di laurea e di un successivo corso selettivo. Solo nel 1963 è stata sancita l’ammissione delle donne a questa funzione. L’articolo 51 della Costituzione stabilisce il principio di eguaglianza per l’accesso ai pubblici uffici, ma ci sono voluti anni di battaglie per applicarlo ai singoli ruoli professionali. 
La decisione di frequentare quel corso a Torino fu presa all’improvviso, senza pensarci su due volte, ma è stata quanto mai proficua sia nel campo lavorativo che sentimentale: è al corso infatti, in un percorso di studio goliardico, spensierato e retribuito, che ho conosciuto il mio futuro marito. Al corso ci chiamavano le “pioniere” della nuova professione, non eravamo più di una decina su un centinaio di iscritti; so per certo che altre tre, come me, hanno intrapreso la carriera finalizzata al corso, di un’altra so che aveva poi preferito l’insegnamento ma, come spesso accade, dopo i primi contatti non ci siamo più sentite.
Superato l’esame di Stato, scelsi la Provincia di Brescia. Prima donna Segretaria, fui convocata dal Prefetto, manco a dirlo siciliano. Dopo le congratulazioni e le frasi d’obbligo mi disse: «Dottoressa, vedo che viene da Napoli, ma non lo dica, avendo la fortuna di risultare nata a Mantova e non avere il minimo accento meridionale». Ancora prima del pregiudizio di essere donna, avevo un altro pregiudizio da abbattere: in quegli anni chi veniva dal Sud era per il Nord una persona scansafatiche, che a fine ferie avrebbe mandato, per allungarle, il certificato di malattia, parlava un dialetto incomprensibile e, se era donna, aveva sempre la sottoveste che usciva dal vestito.

Nella tua lunga attività hai incontrato persone che non hanno avuto fiducia in te in quanto donna? Hai dovuto superare ostacoli legati a pregiudizi di genere? 
Essendo una figura amministrativa istituita per legge la denominazione resta al maschile. Nel mio caso, contrariamente a quanto si cerca oggi in molte professioni, ho dovuto insistere per farmi chiamare al maschile perché si poteva pensare a una segretaria del Comune o peggio alla segretaria del Sindaco. 
Non ho mai seguito il consiglio del Prefetto e poco tempo dopo ecco arrivare quello che doveva essere un altro complimento: «Dottoressa, non sembra proprio una meridionale!». Il primo incarico lo ebbi al Comune di Monte Isola, al centro del lago di Iseo. Amo il mare e per me era il massimo. Sono stata retribuita per una settimana, perché a Monte Isola non sono mai arrivata. Il Sindaco aveva comunicato al Prefetto con un telegramma che la moglie era contraria a un Segretario donna, «perché sa, i Consigli finiscono tardi e poi…». Seconda sede, il Consorzio Casto-Mura in collina. Il Sindaco mi avvisa che non avrei capito niente della discussione, perché lì si parlava un dialetto tutto aspirato, comprensibile a pochi. Altro che dialetto meridionale! Fortunatamente la mia carriera procedeva con soddisfazione e riconoscimenti che mi hanno permesso di conciliare molto bene il lavoro con la famiglia. Non dovevo timbrare il cartellino ma proprio per questo spesso ero la prima ad arrivare e l’ultima a uscire senza parlare dei rientri per le Giunte e i Consigli. I rapporti di stima e fiducia che ho creato nel lavoro e nel privato mi hanno molto agevolata nel rapporto lavoro/famiglia. 

In cosa consisteva il tuo lavoro? Con chi ti rapportavi? Come eri chiamata? 
Questa carica comporta funzioni notarili, garantisce la conformità degli atti alla legge con facoltà di esprimere per iscritto il proprio parere negativo. Sovrintende e coordina l’attività dei dipendenti del Comune. Tutto vero, ma io all’inizio mi sono anche seduta davanti alla macchina Olivetti battendo con forza i tasti con un solo dito per poter redigere i testi delle delibere in cinque copie con carta copiativa. Mi sono relazionata con i funzionari della Prefettura e della Regione, del Genio Civile, con il Provveditorato delle acque del Po, con gli uffici sanitari e assistenziali (ero anche a capo della Segreteria dell’Eca, sciolto negli anni Novanta). Ma ho tratto le più grandi soddisfazioni con l’anziana che mi chiedeva di aiutarla a scrivere le sue ultime volontà, con la mamma che si sfogava e chiedeva consigli per la sua situazione familiare, con il papà che raccontava i suoi problemi economici (gestivo anche il servizio cambiali con la Banca) e soprattutto con chi, pur avendo bisogno e diritto, non si presentava per vergogna. Erano proprio altri tempi!

Nella tua lunga attività hai incontrato persone che non hanno avuto fiducia in te in quanto donna? Hai dovuto superare ostacoli legati a pregiudizi di genere? 
Si, li ho avuti soprattutto da donne che preferivano relazionarsi con una figura maschile (i sindaci che ho avuto le hanno sempre rinviate a me) e da qualche rappresentante delle case fornitrici che, pensando di ottenere maggiori commissioni, mi faceva delle carinerie, ma veniva fermamente e gentilmente deluso. 

Come hai conciliato il tuo lavoro con le esigenze della famiglia? 
Senz’altro oggi le cose sono cambiate, ma posso dire di essermi realizzata anche se ho preferito non essere donna in carriera a discapito della famiglia che stavo costruendo. 
Nel comune dove abitavo c’erano industrie che occupavano per lo più mano d’opera femminile per cui fu quasi un obbligo sociale costruire un asilo nido secondo le regole e i criteri stabiliti dalla nuova legge del 1971. La mia prima figlia ha inaugurato l’asilo con la sicurezza da parte mia di un luogo costruito con materiali, criteri, e arredi studiati per la sicurezza e di un personale assistenziale e ausiliare assunto per concorso dal mio comune. La seconda è entrata a tre mesi e un giorno: era di venerdì e con le amiche assistenti ridemmo perché non avevo neanche aspettato l’inizio della settimana: volevo prepararmi al rientro al lavoro e l’affidavo in buone mani. Avevo poi la fortuna di poter contare su baby sitter reperibili anche all’ultimo momento amatissime dalle mie figlie: Maria, Annetta, Rosa. È anche capitato che scendesse il Sindaco dal Comune per andare a prendere mia figlia alla scuola materna (era quasi un nonno per lei) se io ero trattenuta da qualche impegno imprevisto. Per la gestione delle Giunte e dei Consigli serali io e mio marito li concordavamo in modo che non coincidessero le nostre assenze da casa ed era ancora lui che mi sostituiva per malattia o maternità. Per le brevi assenze per indisposizione delle bambine portavo il lavoro a casa senza certamente gli strumenti di agevolazioni del moderno smart working. Alla fine devo proprio dire che pur non avendo parenti vicino (mia madre e mia sorella mi raggiungevano solo a fine scuola per stare con le bambine) non ho mai dovuto affrontare grandi disagi e le mie figlie non hanno mai subito l’assenza della mamma. 

***

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.

Rispondi