Ulteriori riflessioni sulla proposta Ipad 

Ripensare radicalmente il modo in cui la nostra società concepisce il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo rappresenta uno degli strumenti più incisivi per affrontare le disuguaglianze di genere, oltre a contribuire alla costruzione di una società più libera e solidale. Il gruppo EquiDom ha reso questo l’obiettivo centrale dell’Indice di parità domestica (Ipad), di cui abbiamo già parlato nei precedenti articoli: Quando il privato è politico e Indice di parità domestica. Una proposta innovativa.

Nel sistema capitalistico il lavoro è considerato produttivo non perché genera valori d’uso, ma perché produce merci il cui prezzo copre sia i costi di produzione sia il surplus destinato a profitti e investimenti. Di conseguenza, la produzione per l’autoconsumo, le attività gratuite svolte nel volontariato, nelle reti di vicinato e nelle comunità, così come il vasto lavoro realizzato all’interno delle famiglie, tendono a essere considerati irrilevanti. In tal modo diventano invisibili anche le interdipendenze tra queste attività e la produzione orientata al mercato. Come ci ricorda Antonella Picchio (2011): «dentro al costo normale di riproduzione sociale c’è una massa di lavoro non pagato, ormai misurata dai principali istituti nazionali di statistica, che è generalmente un po’ più grande di tutto il lavoro pagato».
L’evoluzione del sistema produttivo capitalistico ha inoltre portato molte caratteristiche tradizionalmente associate al lavoro di riproduzione sociale a diventare parte integrante del lavoro salariato. Questo travaso dal privato al pubblico ha riguardato la relazionalità, il coinvolgimento emotivo, l’identificazione, la disponibilità a non considerare limiti di orario e di luogo di svolgimento, la capacità di auto organizzarsi e la responsabilità. Alisa Del Re (2018) parla, in proposito, del passaggio dal lavoro d’amore (tipico del lavoro domestico) all’amore per il lavoro, saltando i confini dei tempi, dei luoghi e delle pratiche che separavano il lavoro gratuito da quello salariato.
Se il lavoro di riproduzione sociale è una componente essenziale del funzionamento dell’economia e continua a essere distribuito in modo fortemente diseguale, allora diventa necessario renderlo visibile anche attraverso strumenti concreti di misurazione. L’approccio che proponiamo come gruppo EquiDom parte proprio da un elemento concreto e misurabile: il tempo. In particolare, ci concentriamo su come il tempo dedicato alle attività domestiche sia distribuito tra uomini e donne, con l’obiettivo di riequilibrarlo. L’idea è semplice: aumentare il tempo che gli uomini dedicano a queste attività per liberare tempo femminile. 

L’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) ha cercato di quantificare quanto tempo dedicano alla cura di figlie/i e parenti anziani o fragili le donne e gli uomini nei vari Paesi. In Italia, le donne svolgerebbero cinque ore e 5 minuti di lavoro non retribuito di assistenza e cura al giorno mentre gli uomini un’ora e 48 minuti. In altre parole le donne si farebbero carico del 74% del totale delle ore di lavoro non retribuito di assistenza e cura.

Per comprendere meglio tale divario è importante chiarire cosa intendiamo per lavoro domestico (anche chiamato lavoro riproduttivo, lavoro non retribuito, lavoro di cura). Questo non si limita né alle attività di gestione domestica né a quelle affettive. Include un mix di competenze complesse, per esempio sanitarie, psicologiche e pedagogiche. Richiede la capacità di organizzare la vita quotidiana, gestire problemi e relazioni sociali. Si tratta di un compito estremamente articolato.
EquiDom propone un meccanismo di advocacy che utilizza dati concreti per rendere visibile lo squilibrio e promuovere un processo di dialogo e negoziazione che porti a cambiamenti nel comportamento all’interno della sfera domestica. Si auspica che, così come è successo nei decenni precedenti, la società italiana sia globalmente più avanti di partiti e istituzioni pubbliche, e che, malgrado i tempi indichino un ritorno a un conservatorismo bieco, le speranze che le nuove generazioni siano più sensibili a queste tematiche, ci sembra un’ipotesi plausibile.
Un’adeguata quantità e qualità di cure sono determinanti perché la società garantisca la riproduzione di individui capaci, fisicamente e intellettualmente, di svolgere un’attività produttiva, in grado di rispettare regole e norme morali e di cooperare con i propri simili e con le istituzioni. Proprio per questo il lavoro di cura non può essere considerato una questione privata o marginale, ma va affrontato su più livelli. Da una parte, è necessario un intervento istituzionale, con maggiori investimenti in servizi (per esempio asili gratuiti e personale adeguatamente retribuito) e un riconoscimento concreto del suo valore sociale. Dall’altra, è fondamentale un cambiamento nei comportamenti individuali, in cui anche gli uomini si assumano in modo pieno e responsabile i compiti di cura. Infine, è importante sostenere forme collettive e condivise di gestione della cura che coinvolgano reti sociali e comunità.
In un simile quadro la proposta di EquiDom parte dalla sfera domestica, con l’obiettivo di promuovere una redistribuzione più equa del tempo e delle responsabilità all’interno della coppia. Attualmente stiamo lavorando con varie realtà, sia in Italia che all’estero. Nel primo caso stiamo iniziando la raccolta dati con il gruppo Cgil-genere a Bergamo. Parallelamente stiamo finalizzando la proposta con tre sindacati (Cgil, Cisl e Uil) a Vicenza, contando sull’appoggio dell’amministrazione comunale e della Consulta per le politiche di genere, mentre all’estero stiamo lavorando con un movimento contadino in Paraguay e con l’amministrazione comunale di Quinta Normal in Cile. Come è facile da immaginare i tempi sono lunghi, date le resistenze a livello personale e la relativa poca spinta da parte delle istituzioni con cui ci confrontiamo. La sensibilità sul tema fa ancora fatica a emergere; ci troviamo di fronte a giustificazioni datate («è sempre stato così», «è naturale che sia la donna a occuparsi della casa e della cura») che fanno come un muro di gomma, difficile da affrontare.

La notizia positiva viene però da una nuova sensibilità che inizia a emergere nel mondo delle imprese. L’origine storica riguarda il Pnrr (Missione 5) che introduce la certificazione della parità di genere per ridurre il divario salariale e favorire l’inclusione femminile. Il sistema, istituito con la Legge n. 162/2021, è stato definito con la prassi di riferimento (PdR) UNI 125:2022, rendendo l’Italia il primo Paese in Europa ad adottarla. Tra le sei aree strategiche analizzate per misurare il livello di inclusione, attraverso un sistema di indicatori chiave (Key Performance Indicators), una di queste fa riferimento alla “Tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro”. Partendo dall’indice Ipad, stiamo iniziando una riflessione congiunta con colleghe/i dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) e dell’associazione InHub per arrivare a proporre un indice misuratore del bilanciamento vita personale e vita professionale.
Sono sempre di più le responsabili aziendali coscienti che, intervenendo con misure a favore di un maggior equilibrio nella sfera privata, si ottengano maggiori e migliori risultati economici in azienda. D’altronde, che la questione della (mancata) parità di genere non sia solo una questione etica e sociale, ma anche economica è stato ribadito in una nota del Partito popolare europeo dove si indica in 370 miliardi di euro l’anno il costo per l’intera Unione Europea.
Il nostro lavoro di informazione su questa tematica e di diffusione della nostra proposta Ipad ha bisogno di alleanze tra persone giovani e meno giovani. Recentemente abbiamo avuto l’occasione di partecipare a un convegno dell’Associazione italiana di Sociologia a Palermo e, successivamente, di tenere una lezione all’Università La Sapienza nel quadro del Laboratorio su diversità e disuguaglianze di genere. Rinnoviamo la nostra disponibilità per incontri, formali e informali, allo scopo di allargare la cerchia di individui e istituzioni che si facciano a loro volta promotori/trici di questa agenda.

Per saperne di più 

Palidda, R., Lavoro gratuito e disuguaglianze di genere, SocietàMutamentoPolitica 11(22), 2020 

Picchio, A., Le vite e i corpi nell’economia, Editrice Socialmente, n.9, 2011 

Del Re, A., Dall’inchiesta operaia all’inchiesta femminista: l’emergere del lavoro riproduttivo, Euronomade, 19 settembre 2018 

Da Rold, C., “Lavoro e famiglia: quanto pesa la “conciliazione” sulle donne”, Ilsole24ore, 30 marzo 2023 

https://www.collettiva.it/copertine/italia/sondaggio-vita-domestica-cgil-bergamo-n5aqtqc2

https://www.avantionline.it/in-veneto-crescono-i-siti-produttivi-contro-il-divario-di-genere-56-3/

EPP, Parità di genere: perché ne parliamo?2025 

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Articolo di Laura Alfonsi Castelli

Appassionata di studi di genere, ha conseguito un master in Sociologia e ha lavorato come ricercatrice nell’ambito delle politiche pubbliche, occupandosi in particolare di giovani ed educazione. Attualmente è educatrice sociale e gestisce un centro giovanile. Fa parte di EquiDom, un gruppo indipendente e multidisciplinare che si occupa delle disuguaglianze di genere nella sfera domestica.

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