Il numero 384 della rivista ha ospitato un articolo che parlava dell’urbanistica femminista a Barcellona, con un arco temporale che racconta i principali eventi che hanno trasformato Barcellona in una città femminista dal 1976 (prime giornate catalane delle donne) al 2004 (approvazione della Legge dei Quartieri, che indica l’equità di genere nell’uso dello spazio e delle attrezzature pubbliche come uno degli obiettivi della rigenerazione urbana).
In questo articolo approfondiremo questa Legge, approvata dal Parlamento della Catalogna.
Questo strumento ha come obiettivo la risoluzione di alcune problematiche come la segregazione spaziale, ovvero la diseguale distribuzione della libertà di scelta di dove vivere, dovuta all’organizzazione capitalistica della città e ai meccanismi di estrazione della rendita immobiliare (Harvey, 1973). Il risultato di questi due sistemi correlati è che alcuni gruppi sociali possono permettersi di scegliere e vivere in quartieri più serviti (con parchi, servizi pubblici, trasporti più efficienti) e con un ambiente più salutare, mentre altri (che paradossalmente sono quelli che avrebbero più bisogno di accedere ai servizi e agli spazi pubblici perché ne hanno meno a disposizione in maniera autonoma) si ritrovano a vivere in quartieri meno accessibili e con meno risorse pubbliche a disposizione, così come zone a più elevato rischio ambientale (isole di calore, inquinamento).
Lo strumento principale è stata la creazione di un fondo che la Catalogna mette a disposizione dei Comuni che vogliono intraprendere percorsi di rigenerazione urbana in alcuni quartieri, tra cui i centri storici, i grandi conglomerati edilizi degli anni Sessanta e Settanta e le aree edificate che hanno avuto un’origine “marginale”. In questi quartieri convergono fenomeni di povertà urbanistica, crescita accelerata della popolazione, carenze di infrastrutture e problematiche economiche, sociali e ambientali. I Comuni sono responsabili della realizzazione dei progetti, che devono concludersi in massimo quattro anni ed essere accompagnati da misure di controllo del mercato immobiliare e dalla realizzazione di case di edilizia pubblica, allo scopo di evitare fenomeni di gentrificazione.
I progetti possono includere interventi nei seguenti ambiti:
1) Miglioramento degli spazi pubblici e creazione di aree verdi, ad esempio la creazione di nuove piazze e spazi collettivi, la pavimentazione delle strade, la pedonalizzazione, la demineralizzazione e la piantumazione di nuovo verde;
2) Riqualificazione e arredamento di elementi e spazi comuni negli edifici, come restauro di tetti e facciate, ma anche provvisione di spazi per il ricovero di bici e passeggini, riqualificazione dei cortili, miglioramento della sicurezza degli androni, installazione di ascensori;
3) Realizzazione di strutture per uso collettivo per aumentare spazi e servizi pubblici e collettivi a disposizione e favorire la coesione sociale, come centri per anziani, centri sociali e culturali;
4) Integrazione delle tecnologie informatiche e digitali negli edifici;
5) Promozione dell’efficienza energetica, del risparmio idrico e del riciclo dei rifiuti per ridurre l’impatto ambientale della vita quotidiana;
6) Parità di genere nell’utilizzo degli spazi e delle strutture urbane con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle donne e promuovere il loro accesso al reddito, ai servizi e alla vita sociale, per esempio attraverso la costruzione di locali per ospitare servizi volti a conciliare lavoro e vita familiare, attività di formazione specifiche e rifugi per donne in fuoriuscita da situazioni di violenza o abuso;
7) Accessibilità ed eliminazione delle barriere architettoniche per assicurare l’autonomia delle persone messe in condizione di disabilità dalla presenza di ostacoli e barriere di varia natura nell’accesso ai servizi e agli spazi pubblici;
8) Sviluppo di programmi che portino a miglioramenti sociali, urbani ed economici nel quartiere, perché la rigenerazione fisica dei quartieri deve essere accompagnata da iniziative sociali, culturali ed economiche per combattere contro l’esclusione sociale. Esempi di iniziative di questo tipo sono i programmi per il sostegno al commercio di vicinato (che gioca un ruolo fondamentale anche come motore di coesione sociale, oltre ad aumentare il presidio sullo spazio pubblico e di conseguenza la camminabilità e la percezione della sicurezza).
La Legge è ancora attiva. L’ultima apertura per presentazione dei progetti è stata nel 2025. Un report del 2008 dell’assessore alla Pianificazione territoriale della Catalogna indica che sono stati realizzati nei primi 4 anni 92 progetti in tutto il territorio catalano. La maggioranza dei finanziamenti (quasi la metà tra gli otto punti) sono stati spesi sul miglioramento dello spazio pubblico e della creazione delle aree verdi (punto 1), seguiti dalla creazione di nuovi spazi collettivi (punto 3), programmi per il miglioramento sociali, urbani ed economici (punto 4) e l’accessibilità. Il punto 6, che riguarda la parità di genere, è il penultimo ambito di spesa, seguito dall’integrazione delle tecnologie informatiche e digitali negli edifici.
Tuttavia la legge riveste una grande importanza nell’ambito dell’urbanistica di genere per alcuni motivi:
– in primo luogo perché mette la parità di genere nell’accesso agli spazi e alle risorse urbane tra gli obiettivi da perseguire nei progetti di rigenerazione urbana, evidenziando la disparità e aprendo la porta ad altri interventi con lo stesso obiettivo, che magari non rientrano nella misura di finanziamento specifica (come avremo modo di raccontare nei prossimi articoli);
– in secondo luogo perché aumenta la vivibilità dei quartieri (e abbiamo visto nel primo articolo come questo abbia un influenza positiva sulla vita delle donne) e la fruibilità e intensità di uso dello spazio pubblico, aumentando la percezione della sicurezza;
– in terzo luogo per l’eliminazione delle barriere architettoniche e l’aumento dell’autonomia delle persone dipendenti.
La terza motivazione ha a che fare con il dibattito sulla cura a cui si assiste nell’ambito dell’urbanistica di genere, ovvero se le misure (programmi, progetti, politiche) che hanno a che fare con la conciliazione, con l’aumento dei servizi pubblici (in particolare per il sostegno delle persone disabili, per l’infanzia o per le persone anziane, come la creazione di nuovi posti negli asili nido o di centri diurni), con l’autonomia delle persone dipendenti, siano da considerare tra le politiche di genere oppure no. È questo il caso per esempio di molte delle politiche di Gender Mainstreaming dell’UE. Da una parte negli esiti hanno sicuramente un impatto positivo, perché è cosa nota che i carichi di cura pesino sulle donne in maniera sproporzionata, di fatto diminuendo le loro possibilità di accedere al lavoro (creando quindi dipendenza economica), alla formazione e alle opportunità urbane e di benessere sociale. Misure pubbliche che assumano parte di questi carichi vanno quindi nella direzione dell’eliminazione delle barriere e quindi della conquista delle pari opportunità.
Dall’altra parte considerare le politiche per la cura e la conciliazione come politiche di genere è un concetto che rischia di non mettere mai in discussione lo sbilanciamento nella distribuzione dei carichi, lasciando le norme sociali di fatto invariate ed evitando di includere gli uomini nel dibattito.
Una politica efficace da questo punto di vista dovrebbe riuscire a fare entrambe le cose. Delle politiche della cura e di come si misurano con questo dibattito si parlerà nei prossimi articoli.
In copertina: Barcellona vista dal Montjuic.
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Articolo di Chiara Belingardi

Ricercatrice in urbanistica, è docente e organizzatrice del Master Città di Genere. Metodi e tecniche di pianificazione e progettazione urbana e territoriale dell’Università di Firenze. È autrice con Zaida Muxì e Flavia Pesce delle Linee Guida per Progetti inclusivi dal Punto di vista di Genere (2022) e con Daniela Poli e Stefania Ragozino di Prospettive Femministe sulla Città (CNR, 2025).
