Le ribelli del Sud. Le scelte, il capitolo che ha preceduto questo affondo pugliese, ha provato a restituire dignità alla scelta di diventare brigantessa, che fosse maturata per convinzione, per necessità o per fuga da una vita già segnata, mostrando come dietro il fucile ci fosse spesso un atto di volontà consapevole. Ma la stessa serie, fin dal principio, ha promesso di non appiattire la complessità di queste vite in un’unica chiave di lettura. Esistono, infatti, storie in cui la macchia non fu una scelta, ma un sequestro, una violenza subita nella carne, nel lutto e nella libertà negata. È quanto accadde a tre donne legate al territorio pugliese attraverso gli uomini che le hanno strappate alle loro case. Le loro storie sono state ricostruite soprattutto grazie al lavoro dello storico Michele Galante, che nel saggio Il volto femminile del brigantaggio, pubblicato nel 2012 sulla rivista Archivio storico pugliese, ha per primo restituito a queste figure minori un nome e un contesto documentario preciso.
Maria Luisa Ruscitti nacque a Cercemaggiore il 5 maggio 1844, in una famiglia poverissima, e lavorava come bracciante e domestica presso il possidente Leopoldo Chiaffarelli. Nella primavera del 1863 fu mandata dai suoi datori di lavoro in contrada Cappella per una commissione, dove si trovò davanti Michele Caruso, capobanda originario di Torremaggiore, in Capitanata, tra gli uomini più temuti dell’intero Subappennino. Caruso la caricò sul proprio cavallo e la portò via con sé. Le ricostruzioni raccolte dal sito di storia locale Alta Terra di Lavoro e dal blog Donne protagoniste del loro tempo di Barbara Bertolini raccontano che, costretta a restare nella banda, fu addestrata rapidamente all’uso delle armi, fino a ricevere presto incarichi di comando; nei verbali dell’epoca veniva descritta come donna «di sanissima morale ed illibatissimi costumi», un’annotazione che oggi lascia intuire quanto la coercizione fosse comunque riconoscibile a chi la giudicava. Il 18 agosto 1863, durante uno scontro a fuoco nel territorio di Troia in cui morirono sette membri della banda, Ruscitti non riuscì a raggiungere i cavalli e fu catturata. Il processo di Trani la condannò a venticinque anni di lavori forzati. Uscì dal carcere nel 1888, a quarantaquattro anni, sola e priva di legami, e trovò accoglienza solo grazie alla famiglia di Luigi Salerno, a Cercemaggiore, dove morì nel 1903.
Una sorte per certi versi speculare toccò a Filomena Ciccaglione, nata a Riccia nello stesso anno. Fu proprio la banda di Caruso, durante un assalto alla masseria di famiglia, a uccidere il padre Giuseppe; pochi giorni dopo lo stesso gruppo tornò e uccise anche lo zio. Colpito dal suo aspetto durante l’incursione, Caruso ne organizzò in seguito il rapimento, rendendola sua compagna contro la sua volontà. Fu lei stessa, secondo la ricostruzione di Luisa Sangiuolo nel volume dedicato al brigantaggio nel Beneventano, a concorrere alla trappola che portò all’arresto di Caruso nel comune di Molinara, ottenendo come ricompensa una pensione di quaranta ducati l’anno. Morì di tubercolosi tre anni dopo, nel 1866, a soli ventidue anni; il funerale, secondo le fonti, richiamò l’intera comunità di Riccia, che ne fece un simbolo di riscatto.
Se le vicende di Ruscitti e Ciccaglione mostrano quanto la violenza subita potesse trasformarsi, paradossalmente, in uno strumento di sopravvivenza o persino di riscatto giudiziario, la storia di Vittoria Cursio racconta l’altro esito possibile, quello del silenzio quasi totale delle fonti. Cursio, soprannominata Sempliciotti, era druda di Angelo Maria Del Sambro, detto lu Zambre, capo della banda che controllava il Gargano, l’area pugliese dove il brigantaggio assunse i tratti più duri e meno raccontati dell’intera regione. Del medico garganico Pasquale La Porta, autore dei Ricordi del brigantaggio garganico, restano parole amare sul modo in cui molte donne entravano in queste bande, offerte come merce di scambio dagli stessi familiari, genitori che vendevano figlie ancora impuberi, fratelli che cedevano sorelle, mariti che offrivano le mogli in cambio della protezione e dell’oro dei briganti.
Nel giugno 1862 la banda di Del Sambro attraversò una fase di sospetto interno verso le proprie donne, ritenute causa di rovina e di tradimenti. Il diciannove del mese furono uccise quattro drude per mano dei loro stessi compagni; il ventotto, giorno della cattura, cui seguì l’esecuzione di Del Sambro in uno scontro con le truppe piemontesi, altre sette donne furono massacrate dalla banda. Cursio fu arrestata proprio quel ventotto giugno, insieme ad Annantonia Ciavarella e Maria Michela Stoduto, mogli dei cugini Vincitorio, anch’essi componenti della banda. Sopravvisse dunque non alla violenza dello Stato, ma a quella dei propri compagni, in un episodio che meriterebbe uno spazio proprio nella storiografia del brigantaggio garganico e che invece si riduce, nelle fonti oggi reperibili, a una manciata di righe. Una lacuna che racconta, più di molte pagine, la gerarchia di attenzione con cui la memoria storica ha trattato le donne di questa parte di Puglia, meno narrata persino del Subappennino dauno.
Le storie di Ruscitti, Ciccaglione e Cursio non tracciano dunque un’unica traiettoria, ma tre modi diversi di attraversare la stessa violenza, la sottomissione forzata che diventa addestramento militare, il lutto che si trasforma in tradimento salvifico, la sopravvivenza che coincide con l’arresto mentre attorno si consuma un massacro tutto interno alla banda. Restano, accanto a loro, i nomi di altre donne della stessa Capitanata e dello stesso Gargano di cui la documentazione reperibile non permette di ricostruire altro che poche righe o una semplice iscrizione in un elenco ufficiale, Mariannina Aligieri e Angela Maria Cusmai, legate rispettivamente a Michele Caruso e al brigante garganico Luigi Palumbo, Rosa Giuliani, la druda che tradì Giuseppe Schiavone permettendone la cattura, Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito, arrestate a Lacedonia grazie alla collaborazione di Filomena Pennacchio con le truppe piemontesi, Maria Vaira, unica donna di origine garganica censita nell’elenco dei briganti stilato dalla prefettura di Foggia nel 1863, e ancora Maria Giuseppa Ciccone di Biccari, Maria Vincenza Di Chiella di Serracapriola, Michaela Montella detta Faccenda di Candela e Teresa Panivisci detta la Porcara di Bovino, comprese nello stesso censimento. Nomi che vale comunque la pena custodire, come promemoria di quante vite siano rimaste fuori da ogni racconto disteso.
Questo articolo si basa principalmente sullo studio di Michele Galante, Il volto femminile del brigantaggio. Per una lettura di genere del fenomeno, che riprende a sua volta Pasquale La Porta, Ricordi del brigantaggio garganico, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1995, e Pasquale Soccio, Unità e brigantaggio in una città della Puglia, Napoli, ESI, 1969. Le informazioni su Maria Luisa Ruscitti provengono dal sito di ricerca storica Alta Terra di Lavoro e dal blog Donne protagoniste del loro tempo di Barbara Bertolini, mentre la ricostruzione della cattura di Filomena Ciccaglione si deve a Luisa Sangiuolo, Il brigantaggio nella provincia di Benevento, Benevento, De Martini, 1995.
Si tratta di fonti parziali, quasi tutte incerte e di seconda mano, che raccontano tanto quanto tacciono. Tuttavia, spetta a chi scrive oggi continuare a interrogarle, così da non lasciar scivolare i nomi di queste donne nell’oblio.
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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.
