La breve e intensa vita di Maria Grazia Cutuli è stata già ampiamente trattata sulla nostra rivista in due articoli a firma di Giovanna Nastasi e di Elisa Mariella, che si sono concentrate soprattutto sulla biografia, sulla carriera giornalistica e sui contorni alquanto indefiniti della sua precoce morte avvenuta violentemente in Afghanistan il 19 novembre 2001, a causa di un agguato sulla strada tra Jalalabad e Kabul.

Maria Grazia Cutoli
Corriere della Sera, 1970
Scriverne vuol dire non solo conservarne vivo il ricordo, ma anche raccontare cosa significasse per lei essere giornalista e come vestiva la professione in modo unico e personale rispetto a oggi, quando la tendenza al sensazionalismo ne determina spesso l’appiattimento e il livellamento. Per farlo, ripercorriamo i reportage dei diversi luoghi in cui fu inviata, raccolti nel volume Il cielo degli ultimi, edito dal Corriere della Sera e diviso in tre sezioni: Afghanistan-Pakistan, Africa e resto del mondo.
Leggere oggi gli articoli scritti da Maria Grazia Cutuli (tra marzo e novembre 2001) in Afghanistan e Pakistan, dopo il ritiro delle truppe internazionali e il ritorno al potere dei talebani, può essere di grande impatto emotivo. La giornalista, infatti, descrive la nuova strategia di Hussain Hamas Deshani, comandante militare di uno dei tanti gruppi gravitanti intorno alla galassia talebana, che è risultata vincente per il loro ritorno al potere: ritirarsi per mettere in salvo uomini e armi, consegnare le città e attendere sui monti il momento giusto per contrattaccare. A questa si aggiunge anche la certezza sul reclutamento di uomini per la creazione di un’armata non convenzionale che potesse contare su legioni straniere e capace di attendere il momento giusto per il ritorno. La narrazione è netta, precisa e chirurgica sia nel resoconto delle dichiarazioni carpite al capo talebano, sia negli altri articoli. In uno di essi descrive, insieme al giornalista spagnolo Julio Fuentes di El Mundo e vittima dello stesso attentato in cui venne uccisa anche lei, il ritrovamento del pericolosissimo gas sarin a Farm Hada, una base abbandonata di Al-Qaida. Nel caos afghano seguito all’attacco statunitense, tra i talebani e i terroristi in fuga, gli uomini dell’Alleanza del Nord sostenuta dal governo americano e i vari gruppi pashtun in lotta tra loro per il controllo del territorio, l’acuto sguardo di Maria Grazia Cutuli si sofferma anche sulla condizione delle donne. Descrive la loro assenza nelle strade, dialoga con le attiviste, molte delle quali esuli in Pakistan, registrando la sfiducia nei confronti dei nuovi padroni che parlano di abolire l’obbligo del burqa, ma nulla fanno trapelare in merito al riconoscimento dei diritti. Indaga, chiede e racconta la perplessità degli afghani di fronte all’eventuale rivoluzione del burqa, ma anche delle donne, alcune delle quali, più religiose, lo vedono come strumento di difesa nei confronti di occhi indiscreti. Altre attiviste di movimenti femministi autoctoni, invece, lo sostituirebbero con l’hijab perché fa parte della loro tradizione e soprattutto non considerano l’occidentalizzazione una reale forma di emancipazione. Tutte sono d’accordo che lo Stato impone e questo viene criticato perché deve essere una scelta personale.
Il giornalismo di Maria Grazia è costruito sui fatti e sulle persone, non rinunciando al tempo stesso alle suggestive descrizioni del territorio afghano come quello di Bamyan che aveva ospitato per secoli due mastodontici Buddha, prima della loro demolizione da parte dei talebani. Davanti alla propaganda del regime talebano che si autocelebra di aver portato pace e stabilità, la sua penna annota la devastazione della regione — da lei visitata — l’abbandono e la povertà delle comunità che l’abitano, principalmente quella hazara.
Un’ampia sezione degli articoli scritti dall’Afghanistan e dal Pakistan è dedicata al reclutamento di nuove leve per l’esercito talebano e questo la porterà a entrare nelle scuole coraniche pakistane, finanziate soprattutto dal più potente partito religioso del Paese, il cui leader è uno dei principali alleati dei talebani. Qui vengono formati adolescenti pronti per la Jihad e provenienti dai campi profughi afghani o dalle aree rurali e più povere del Pakistan, ma nel frattempo al loro interno si studiano anche discipline come economia, scienze, letteratura, storia (sempre in linea con quanto recita il Corano) in cui gli studenti ambiscono a professioni normali come il maestro, l’economista e l’ingegnere. Non ci sono solo scuole per educare alla Jihad, infatti a Peshawar in una madrasa femminile, che definisce come “gineceo del fanatismo”, si formano le future spose dei guerriglieri talebani.
Si avverte il senso di impotenza della giornalista nei confronti di insegnanti e di studenti che nulla sanno e non appaiono neppure particolarmente interessati a conoscere i diritti delle donne, considerandoli come un’intrusione rispetto a ciò che è contenuto nel Corano, al quale si adeguano. Tra le allieve a colpirla è Shifa, una ragazza di 14 anni che le stringe forte la mano, forse vedendo in lei un’alleata per uscire da quel mondo di reclusione e tenebra in cui è reclusa.
Ritornata a Kabul descrive la condizione dei bambini, dei giovani e degli uomini afghani per cui non c’è scampo: le milizie talebane fanno irruzione nelle case e li portano via arruolandoli nel loro esercito. Lo racconta attraverso le parole di Anisa, mamma afghana di nove figli in fuga dalla capitale per salvarsi dai bombardamenti, ma anche per sottrarre i suoi piccoli all’arruolamento forzato: è costretta a ore di marcia alla ricerca di un valico con il Pakistan non presidiato, è una “profuga invisibile” perché passa il confine senza che le autorità ne siano a conoscenza. Una volta dall’altra parte però non ci sono strutture ad accoglierla, insieme a più di 2000 profughi e profughe che clandestinamente arrivano in Pakistan.
I reportage africani coprono un periodo più ampio rispetto ai precedenti descritti (1996-2001) e raccontano diversi Paesi: Liberia, Ruanda, Somalia, Sudan, Zambia, Angola, Sahel, Costa d’Avorio e Sudafrica.
In Liberia per il giornale Epoca, percorre e racconta le strade della guerra civile riaccesasi nel Paese nel 1996 e che contrappone le etnie krahn e mandingo, guidate da Roosevelt Johnson e le tribù Gio e Mano, con a capo Charles Taylor. È proprio sotto il tiro dei kalashnikov dei guerriglieri di quest’ultimo che la giornalista, insieme ad altri colleghi, resta in stato di fermo presso un checkpoint a Monrovia e a Sinkor dove ha modo di conoscere i componenti di questi eserciti improvvisati, formati perlopiù da ragazzini dagli 8 ai 15 anni, molti dei quali sotto l’effetto di droga e alcool, scovando anche due ragazze di 18 e 20 anni.
In Ruanda per il mensile Elle del 1996 affronta, invece, la drammatica situazione del Paese dopo il genocidio del 1994 attraverso lo sguardo di miss Rose Carr, un’americana trapiantata in Africa dal ‘49 e impegnata in un’attività umanitaria a favore delle/degli orfani in una villa vicino al lago Kivu, una delle zone più affascinanti dell’Africa, ma anche teatro di inaudite violenze di carattere etnico. Con le sue descrizioni la giornalista riesce a trasmettere la speranza attraverso il sorriso delle bambine e dei bambini di miss Carr nonostante la drammatica situazione politica del Paese. L’attenzione per questo Paese continua agli inizi del nuovo secolo quando, per il settimanale Anna, realizza un reportage che ha al centro la visita del parco del Virunga, rifugio degli ultimi gorilla di montagna ed è l’occasione per parlare della condizione locale, ma anche per ripercorrere la storia di un’etologa Dian Fossey, amica di miss Carr. Trasferitasi lì negli anni Sessanta per studiare i gorilla, Dian risiedeva in un rifugio in mezzo alla foresta e si era diffusa la leggenda che fosse una strega, cosa che lei stessa alimentava per tenere lontani bracconieri a caccia di trofei. Nel 1985 venne uccisa, ma l’omicidio rimase senza un colpevole e dai risvolti misteriosi, alimentando la sua leggenda consacrata pure dal film Gorilla nella nebbia.
La giornalista ritorna in Ruanda ancora nel 2001, per il Corriere della Sera, per assistere alla “giustizia riparativa”, che nel Paese africano assume il carattere della Gacaca, ovvero l’istituzione di tribunali tradizionali formati da saggi in cui è la popolazione a emettere la sentenza finale. Una giustizia che viene dal basso, ma che deve fare i conti con un Paese lacerato e ancora diviso tra tutsi e hutu, da odi e paure, da promesse di riscatto e situazioni drammatiche di totale povertà. Di fronte a queste contraddizioni, la sua scrittura riesce a tracciare una mappa per orientarsi, pur lasciando aperti alcuni quesiti come quello della convivenza nelle stesse comunità di sopravvissuti e carnefici dopo il drammatico genocidio del 1994. La dimostrazione che si può vivere senza armi è l’idea centrale di un altro importante servizio per il settimanale Io Donna nel 1999, questa volta dalla Somalia, terra dilaniata dalla guerra civile e dalla fallimentare operazione Onu Restore Hope. In questo contesto si muove il Centro di smobilitazione di Merca, finanziato da un’organizzazione non governativa, il Cosv, e da un progetto dell’Ue. A guidarlo è Starlin Abdi Arush, una “principessa per la pace”, che accoglie i guerriglieri somali offrendo loro cibo, una diaria di 50 dollari e la possibilità di imparare un mestiere. Anche lei si espone a molti pericoli, ma è convinta che la stanchezza della guerra e il bisogno di sostentamento convinceranno i guerriglieri a smobilitare. Ciò che guida queste donne è il grande pragmatismo e una notevole conoscenza della «verità effettuale della cosa», citando Machiavelli, che le porta ad agire.
In un altro reportage per Elle, dal Sudan in guerra, la giornalista catanese prende parte a una “missione impossibile” insieme a un frate italiano dell’ordine dei Comboniani, padre Kizito Sesana, per raggiungere i Nuba, un milione e mezzo di persone soprattutto musulmani, con una minoranza di cristiani e una fetta di animisti che abitano tra i monti Nuba, la zona di confine tra gli schieramenti in guerra: i ribelli del Sud cristiano-animista e le élite arabo-musulmane del Nord. Deve sopportare condizioni difficili per la propria sopravvivenza e pericolosi scenari di coinvolgimento diretto nel conflitto. Oltre al coraggio, emergono la lucidità con la quale racconta l’esperienza e la capacità di cogliere la profonda umanità degli abitanti della regione che, nonostante l’estrema miseria e la disumanizzazione, accolgono le/gli attivisti organizzando feste e banchetti in loro onore.
In Africa non solo la guerra è responsabile di morte e disperazione, ma ci sono anche malattie come l’Aids che alle soglie del nostro secolo mieteva migliaia di vittime. Nel suo servizio per Io Donna del settembre 1999, si occupa dello Zambia che allora era il Paese con la più alta percentuale di orfane/i a causa dell’incidenza devastante dell’Aids, la cui diffusione era amplificata dalle condizioni di estrema indigenza e dalla mancanza di un sistema sanitario in grado di poter offrire assistenza e cure. Anche in questo caso, si è soffermata sulle donne volontarie, soprattutto inglesi, che hanno organizzato un programma Home based care, cioè un sistema di assistenza sanitaria domiciliare che si occupa delle persone residenti nelle bidonville sorte ai margini delle grandi città. Ad aggravare la diffusione del’Aids concorrono la tollerata promiscuità sessuale degli uomini, la prostituzione femminile e infantile, causata dall’estrema povertà e da pratiche sessuali.
Dall’Angola, dilaniata dalla guerra economica, dopo quella per la decolonizzazione e civile, la giornalista affronta per Io Donna un altro tema di grande attualità: le conseguenze che lo stato di conflitto perenne e l’insuperabile disuguaglianza sociale hanno sull’infanzia. Nei quartieri del mercato di Luanda si trovano infatti bambine che ad appena undici anni sono costrette a prostituirsi, spesso orfane in fuga dai teatri di guerra. Su ragazzine/i incombono anche le epidemie, come la poliomielite che li lascia invalidi nel fango e nell’indigenza delle bidonville. Anche in questo Paese operano organizzazioni umanitarie che, con i fondi dell’Unicef e dell’Onu, cercano di strappare le bambine alla prostituzione e i ragazzini al reclutamento precoce, ma non bastano e il reportage si chiude con la drammatica immagine di Emilia, di appena due anni e di soli due chili di peso che agonizza sulla stuoia di una capanna ai margini delle ville del centro, divorata dalla malnutrizione.
L’Africa è anche terra di popoli nomadi di cui Maria Grazia Cutuli descrive le caratteristiche e le difficoltà di perseguire la scelta del nomadismo in un continente costantemente soggetto alla guerra civile; questo ha conseguenze su vari popoli, tra cui i Peul che si sono in parte sedentarizzati, i Tuareg e i Bororo; a questi ultimi in particolare la giornalista dedica un articolo dal Sahel.
Del Sudafrica, definita come nazione arcobaleno, la reporter presenta le zone d’ombra raccontando le storie dei clandestini che dai Paesi africani entrano spesso illegalmente alla ricerca di condizioni di vita migliori. L’azione repressiva compiuta dalla polizia e la mancanza di una legislazione, che regolamenti in modo univoco l’immigrazione, rende precaria e soprattutto arbitraria la situazione di un numero di persone stimato alla metà degli anni Novanta nell’iperbolica cifra di otto milioni.
L’altra storia sudafricana ha per protagoniste/i “figli perduti dell’apartheid”, definiti così da lei, ovvero bambine/i nati dalla relazione di una bianca e un nero, o viceversa, quando il regime segregazionista boero, con il South Africa’s Immorality Act proibiva matrimoni, fidanzamenti e relazioni sessuali tra persone di colore differente per evitare di corrompere la purezza della cosiddetta razza boera. Per questi “figli del voodoo” l’unica speranza di sopravvivenza era l’adozione da parte dei coloured — meticci per definizione — che nel regime segregazionista godevano di alcuni benefici grazie al sangue bianco ereditato dagli antenati. La scoperta traumatica di non essere figli/e dei genitori che le/li hanno cresciuti unita all’appartenenza a un mondo negato, determina una profonda ferita che le e li costringe spesso alla necessità di un percorso terapeutico di ricostruzione di un’identità proibita, nonostante l’abolizione dell’apartheid.
Altra tappa del suo viaggio africano è la Costa D’Avorio, ex colonia francese, primo produttore di cacao, definita come un Eldorado rispetto ad altri stati della regione. Nella capitale, Abidjan, all’ombra dei centri commerciali, dei grattacieli e dei bistrot francesi, si consuma il paradosso del merché des jeunes filles, ovvero il mercato delle ragazze che, mascherato con l’usanza africana socialmente accettata del vidomegon (la pratica dell’affido), nasconde in realtà una forma di schiavitù. C’è infatti una rete di trafficanti che intercetta nei villaggi le famiglie per farsi cedere le figlie, che trasporta bambine e ragazze, che fa da intermediario per vendere sul mercato le giovani vite. Per le filles il destino — se fortunate — è quello di svolgere lavori pesanti in famiglie disposte a offrire loro vitto e alloggio (non un salario), altrimenti perdersi nei bassofondi della città. Ai ragazzi-schiavi la giornalista dedica un altro reportage dalla regione di Daloa, a 400 km da Abidjan, la terra delle piantagioni, dove essi approdano costretti a lavorare in condizioni disumane con la promessa di una retribuzione che in realtà spesso non viene corrisposta. Nel mentre si interroga se si tratti di sfruttamento o di schiavismo, segnalando come esso sia un commercio al limite della legalità camuffato con contratti in apparenza regolari, ma gestito da racket capillari e ben organizzati, responsabili della sparizione di oltre quindici mila minorenni.
L’ultima sezione del volume è dedicata alla seconda metà degli anni Novanta, dimostrando la grande versatilità di Maria Grazia Cutuli nell’affrontare realtà complesse come quella della Cambogia, dove nel 1992 ci furono le prime elezioni democratiche. Riuscì a trasmettere le grandi speranze del popolo cambogiano e al contempo a far emergere le loro più remote paure. Delinea in modo preciso il tortuoso e tragico percorso del Paese dalla decolonizzazione, al feroce e sanguinario regime di Pol Pot; all’occupazione vietnamita e infine, all’arrivo di sedicimila caschi blu con lo scopo di garantire il ritorno alla normalità.
Dell’anno successivo è il racconto dalla Bosnia che ha come protagonista don Albino Bizzotto, sacerdote padovano che da un villaggio croato Prozor, ultima retrovia prima del fronte della guerra nella ex Jugoslavia, tentò di guidare 1200 pacifisti provenienti da tutto il mondo in una marcia verso Sarajevo, ma alla fine fu costretto a desistere per l’imperversare della guerra.
Altri resoconti sono quelli da Mururoa, uno degli atolli utilizzato dalla Francia come sito per test nucleari; dalla Turchia per raccontare la rete mafiosa che organizza viaggi senza visto per chi vuole entrare in Europa e dalla Cisgiordania in cui viene descritto il dramma della popolazione palestinese nei campi profughi che ancora spera, agli inizi di questo secolo, di ritornare nella propria terra.
Ripercorrere l’intensa vita vissuta da Maria Grazia Cutuli al servizio di un giornalismo raccontato dal punto di vista delle/degli ultimi e dimenticati, coloro che restano ai margini come fantasmi, è necessario per ricordarla e per continuare a essere testimoni di un’esistenza spesa alla ricerca della verità, quella spesso nascosta nelle pieghe dimenticate dell’umanità.
Qui il link alle traduzioni in spagnolo, francese e inglese.
In copertina: illustrazione di Valeria Cáceres.
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Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.
