Claudia, matrona e vestale 

Con la figura di Claudia, abbiamo la conferma di un aspetto ricorrente nel racconto della storia di Roma: nei momenti importanti, negli snodi diventati emblematici nella memoria culturale romana, accanto a figure maschili, troviamo sempre una figura femminile. Pur nella netta divisione di ruoli tra i generi, le leggende tramandate sembrano ribadire che Roma può essere salva, e forte, a patto che uomini e donne diano il loro specifico contributo: è Ersilia a risolvere la guerra con i Sabini dopo il ratto delle spose, e tocca a Lucrezia por fine a una monarchia che ha assunto i caratteri della tirannide. Quando la repubblica appena nata sarà messa a rischio dalle lotte tra patrizi e plebei, Veturia e Volumnia riusciranno a stornare dalla città il pericolo e la vergogna. Ma per consolidare la libertà sarà ancora necessario il sacrificio di Virginia. 

Ed è di nuovo una donna, di nome Claudia, che in un periodo di grande criticità nel corso della seconda guerra punica, si farà mediatrice tra il popolo romano e una grande dea di cui si cerca la protezione.
Alla fine del III sec. a.C., nei primi mesi del 204, i Romani, terrorizzati dalle vittorie di Annibale e alle prese con un’epidemia che insieme alla guerra ne falcidiava le forze, mandarono ambasciatori a consultare l’oracolo di Delfi. Ne ebbero il suggerimento di accogliere nella loro città la Grande Madre Cibele. Il popolo romano, come si sa, era stato caratterizzato, fin dalle origini, da una politica di accoglienza e di inclusione nella cittadinanza di persone di qualsiasi provenienza e, nella religione, dei cultistranieri con cui venivano in contatto man mano che si espandeva il loro dominio. Grazie all’interpretazione data dall’oracolo di antichi legami, riuscirono a farsi consegnare la grande pietra — probabilmente un meteorite — che rappresentava la divinità e che era custodita nel santuario di Pessinunte in Frigia. L’oracolo aveva comandato che la Grande Madre degli Dei fosse accolta personalmente dal cittadino romano considerato il migliore della città. La cerimonia organizzata in occasione dell’arrivo della nave salvifica nei primi giorni di aprile è raccontata da diverse fonti greche e romane. E tutte, pur con numerose varianti, ricordano il ruolo fondamentale che ebbe per la conclusione felice dell’impresa, la matrona Claudia Quinta. La dea, accolta al suo arrivo a Ostia da colui che era stato designato come optimus, doveva essere scortata lungo il Tevere fino in città da un numeroso corteo di senatori, matrone e vestali. Ma accadde che la nave s’incagliasse nelle secche del fiume e nonostante gli sforzi non si riuscì a farla procedere. Tra le matrone che facevano parte del comitato di accoglienza c’era appunto Claudia Quinta, appartenente a una delle famiglie più importanti della città. Ma su di lei giravano voci poco onorevoli: si diceva che amasse troppo truccarsi, acconciare i capelli in modo raffinato e che, soprattutto, avesse la lingua lunga.

Livio accenna rapidamente e in modo sibillino alla vicenda che la riguarda: «A Publio Cornelio Scipione, un giovane che non aveva ancora ricoperto nessuna carica e che il senato giudicò essere il migliore di tutta la città, fu ordinato di andare a Ostia incontro alla dea insieme a tutte le matrone, di accoglierla, farla scendere dalla nave e poi affidarla alle matrone perché la trasportassero a Roma. Eseguendo l’ordine, Publio Scipione ricevette dai sacerdoti la dea e la fece sbarcare a terra. La ricevettero dalle sue mani le matrone più in vista della città, delle quali resta famoso il nome di una sola, Claudia Quinta. La reputazione di questa matrona dicono che fosse dubbia fino a quel momento; in seguito, il ruolo avuto in questo compito rituale, ne rese famosissima la pudicizia presso i posteri», Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, XXIX, 14.

Molto più dettagliato il racconto che ne fa Ovidio: «Claudia Quinta faceva risalire le sue origini a un’antica famiglia. La sua bellezza era all’altezza della sua nobiltà ed era casta, ma non veniva reputata tale: era stata infangata da chiacchiere maligne e considerata falsamente colpevole di un crimine. Dava fastidio per come si vestiva, si acconciava, e rispondeva ai vecchi troppo severi. Consapevole di stare nel giusto, aveva riso delle menzogne che raccontavano su di lei, ma noi tutti, la massa, siamo facilmente portati a credere alle accuse di vizio. Questa Claudia, dunque, [quando la nave che trasportava la dea s’incagliò], si mise davanti al folto gruppo delle caste madri, attinse con le mani l’acqua pura del fiume, se ne cosparse il capo tre volte, tre volte alzò le mani al cielo — quelli che la videro pensarono fosse impazzita — s’inginocchiò guardando fissa il simulacro della dea, si sciolse i capelli e le rivolse queste parole: “Tu che hai generato e allevato tante divinità, accogli le preghiere di chi ti supplica e il patto che ti propongo: dicono di me che non sono casta. Se mi condanni tu, ammetterò di averlo meritato, e pagherò con la morte, rassegnandomi al giudizio di una dea; ma se non sono colpevole, tu sarai garante per la mia vita: tu, casta, seguirai le mie mani caste”. Dopo queste parole tirò la fune sottile con lieve sforzo e la nave che trasportava la dea si mosse e la seguì. E seguendola ne attestò la virtù», Ovidio, Fasti, IV, 305-329. 

Le diverse fonti che tramandano la leggenda contengono varianti interessanti: in alcune di esse Claudia non si serve di una corda per trainare la nave, ma lega alla prua una treccia fatta con i suoi stessi capelli, causa della maldicenza; oppure la sua cintura, un accessorio dell’abbigliamento femminile simbolicamente legato alla castità.  
Col passare del tempo, non sappiamo né come né quando, alla figura di Claudia Quinta si sovrappose quella di un’altra donna dello stesso nome, Claudia Pulcra. Costei, vissuta verso la metà del II sec. a. C., non era però una matrona, ma una vestale, ricordata per aver sottratto il padre (o il fratello) ai tribuni che volevano punirlo: aveva celebrato a sue spese il trionfo che la città gli aveva negato e che lui riteneva di aver meritato con le sue vittorie. 
La confusione o la sovrapposizione tra le due personagge, ambedue appartenenti alla stessa potente famiglia, può stupire se non si tiene conto di alcune caratteristiche che avvicinano lo status della matrona e quello della vestale, due figure i cui rispettivi ruoli nella società romana sembrano collocarsi agli antipodi. Se la matrona virtuosa è univira e cioè conosce un solo uomo, il marito cui rimane fedele anche nel caso della sua morte, la vestale è virgo, cioè votata alla castità: hanno in comune la stessa virtù, la pudicizia, divinità cui, detto per inciso, a Roma erano dedicati due culti distinti, uno gestito dalle donne patrizie e l’altro da quelle plebee. 
Inoltre le vestali sono le uniche donne titolari di diritti che appartengono di solito agli uomini: potevano disporre dei propri beni e lasciarli in eredità, testimoniare in giudizio e fare sacrifici a nome della città. Erano accompagnate da littori, come i magistrati, e si spostavano in carrozza. Anche il loro abbigliamento ricorda quello delle matrone; e soprattutto, come la matrona è la custode del focolare domestico, alla vestale è affidata la cura di quello che rappresenta la città. 
La contropartita per il godimento di questi onori, di questi privilegi, era pesante: se la città si fosse trovata in un momento di grave pericolo, poteva capitare che la causa venisse attribuita all’ira degli dei per un incestum, cioè il venir meno di una vestale al suo obbligo di castità. Ci fu infatti più di un’occasione in cui, per espiare la colpa — peraltro solo supposta — una o più vestali vennero sacrificate seppellendole vive. 
La leggenda di Claudia Quinta si trova rappresentata in diverse monete e in un altare marmoreo; non cessò di essere conosciuta nei secoli dell’impero fino a saldarsi con la tradizione cristiana. 

In copertina: Benvenuto Tisi il Garofalo, Claudia Quinta traina la nave di Cibele, 1535 ca. Galleria Nazionale Palazzo Barberini (particolare). 

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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.

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