Film d’amore e d’anarchia 

La retrospettiva Film d’amore e d’anarchia. Sguardi femminili nel cinema italiano, svoltasi fra maggio e giugno 2026 al Nuovo Teatro Ateneo, prende il nome dall’omonima opera di Lina Wertmüller e racchiude già nel titolo lo spirito che ha attraversato l’intero ciclo di proiezioni. Amore e anarchia sono infatti due elementi che ritornano continuamente nei film selezionati, assumendo forme e significati differenti: l’amore romantico, quello familiare, il desiderio, l’affetto filiale, ma anche l’amore per la libertà e per la propria identità; l’anarchia emerge, invece, nella rottura delle convenzioni, nella ribellione alle aspettative sociali e nel tentativo dei personaggi di trovare il proprio posto all’interno di realtà spesso ostili. La rassegna ha attraversato quasi quarant’anni di cinema italiano, mettendo in dialogo opere molto diverse tra loro per epoca, genere e linguaggio. Alcune pellicole sono state inoltre presentate in versione restaurata, permettendo di riscoprire sul grande schermo opere del passato e di apprezzarne nuovamente la componente visiva. A rendere l’esperienza ancora più interessante è stata la formula scelta per accompagnare le proiezioni: gli appuntamenti sono stati introdotti da un momento di confronto tra Damiano Garofalo, coordinatore scientifico della rassegna, e un’ospite legata al film, spesso la stessa regista o una delle interpreti. La visione è stata così preceduta dalla possibilità di conoscere il contesto nel quale ciascuna opera era nata, ascoltando direttamente la voce di chi aveva partecipato alla sua realizzazione. 

Il primo film a cui ho assistito è stato The Mask (1988) di Fiorella Infascelli, introdotto dalla stessa regista. Una giovane Helena Bonham Carter interpreta Iris, attrice di una piccola compagnia teatrale itinerante, che riceve le attenzioni di Leonardo, un nobiluomo che utilizza elaborate maschere d’artista per celare la propria identità e riuscire ad avvicinarsi a lei. Il travestimento diventa così parte di un gioco di seduzione in cui identità e rappresentazione finiscono continuamente per confondersi. Non è un caso, probabilmente, che la protagonista sia proprio un’attrice: il teatro, la maschera e l’innamoramento sembrano appartenere alla stessa dimensione, quella della messa in scena e della trasformazione. Leonardo cerca di avvicinarsi alla ragazza attraverso identità diverse, nascondendo il proprio volto, ma alla fine è proprio Iris a conquistarlo, suggellando il loro amore con un bacio. A rendere particolarmente affascinante il film contribuiscono le atmosfere sospese e i luoghi ameni nei quali si muovono i personaggi, che rafforzano la componente estetica e quasi fiabesca dell’opera. 

Con Arrivederci Saigon (2018), introdotto e diretto da Wilma Labate, il ciclo cambia registro. Il film-documentario racconta la storia delle Stars, cinque giovanissime musiciste toscane che alla fine degli anni Sessanta sognavano di entrare nell’industria musicale. Dopo essere state notate, le ragazze di Piombino avevano costituito un gruppo e si erano preparate a quella che, almeno sulla carta, sarebbe dovuta essere un’occasione per esibirsi all’estero. Il viaggio prende però una direzione del tutto inaspettata: nel 1968 le giovani si ritrovano in Vietnam, nel pieno della guerra, a suonare per i soldati americani. È proprio la distanza tra le loro aspettative e ciò che accade realmente a rendere la vicenda così sorprendente: ragazze giovanissime, provenienti dalla provincia italiana e animate dal desiderio di fare musica, vengono catapultate in uno dei conflitti che maggiormente hanno segnato il Novecento. Nemmeno il ritorno in Italia rappresenta una vera conclusione della loro esperienza: sulle ragazze pesa il giudizio di chi guarda con sospetto alla loro permanenza in Vietnam, e la carriera delle Stars si interrompe molto presto. A quasi cinquant’anni di distanza sono loro stesse a ricostruire quella storia davanti alla macchina da presa, attraverso ricordi, fotografie e testimonianze, mentre le loro voci a tratti si rompono e la malinconia accompagna il racconto di un’esperienza che ha segnato profondamente le loro vite. Arrivederci Saigon diventa così anche una riflessione sulla memoria e sulla possibilità di riappropriarsi, attraverso il racconto, di una vicenda a lungo interpretata e giudicata attraverso lo sguardo degli altri. 

Il terzo appuntamento ha visto la presenza di Sara Fgaier, che ha introdotto il suo film Sulla terra leggeri (2024). Una storia personale che vaga fra un presente confuso e un passato sfuggente, mettendo al centro la memoria e la perdita. Gian, professore di etnomusicologia di sessantacinque anni, è colpito da un’improvvisa amnesia. La figlia Miriam gli consegna un diario scritto da lui quando era giovane, nel tentativo di aiutarlo a ricostruire ciò che sembra essere scomparso. Tra quelle pagine emerge soprattutto Leila, una donna franco-tunisina con cui Gian aveva vissuto un amore destinato a lasciare un segno nella sua vita. La memoria, nel film, non funziona come un archivio ordinato al quale sia possibile accedere liberamente. Affiora attraverso immagini, sensazioni e frammenti, seguendo percorsi imprevedibili. Passato e presente finiscono così per contaminarsi e la ricerca di Leila diventa progressivamente anche una ricerca di se stesso. Il grande merito dell’opera, a mio parere, sta nella capacità di far trasparire l’affetto fra i protagonisti senza doverlo continuamente dichiarare. La narrazione sembra quasi sospendersi e procedere per sottrazione, ma forse proprio per questo non cessa di rivelare la sua meraviglia. 

L’ospite del quarto appuntamento è stata Roberta Torre con Sud Side Stori (2000), un film inesauribilmente ricco che rilegge la vicenda dei due amanti più famosi di Shakespeare e, allo stesso tempo, West Side Story, trasformandoli in un musical irriverente, pop e volutamente eccessivo. La coppia protagonista vede Giulietto, aspirante cantante palermitano, innamorarsi di Romea, una giovane prostituta nigeriana. L’attrazione fatale dei due si anima nei vicoli più stretti e rumorosi di una Palermo multietnica e non teme di sfidare pregiudizi sociali e razziali. Il riferimento shakespeariano è evidente, ma Torre non si limita a trasportare la tragedia in un contesto contemporaneo: la reinventa attraverso la musica, il grottesco, il melodramma e una comicità che riesce a strappare un sorriso anche nei momenti più amari. L’umorismo è spesso tagliente e il black humor non manca. Per apprezzare il film è necessario accettarne il gioco e abbandonarsi alla sua energia, un po’ come accade nell’amore, che può essere irrazionale, scomodo e incomprensibile agli occhi degli altri ma che, nonostante tutto, può anche finire… 

Il ciclo di proiezioni è proseguito con Il resto di niente (2004), diretto da Antonietta De Lillo e tratto dall’omonimo romanzo di Enzo Striano. Al centro del film troviamo Eleonora de Fonseca Pimentel, poeta, intellettuale e protagonista della breve esperienza della Repubblica Napoletana del 1799. In attesa della condanna che la porterà all’impiccagione, Eleonora ripercorre la propria esistenza e, insieme a lei, il pubblico attraversa una Napoli segnata dal fermento politico e culturale di fine Settecento. Dall’Accademia dell’Arcadia alla rivoluzione, dalla vita culturale alla prigionia, il film ricostruisce il percorso di una donna che fa della conoscenza e della partecipazione politica gli strumenti attraverso i quali affermare la propria libertà. La dimensione privata e quella pubblica finiscono inevitabilmente per intrecciarsi: la storia individuale di Eleonora non può essere separata dalla Storia che la circonda e dalle trasformazioni politiche alle quali sceglie di prendere parte. È forse uno dei momenti in cui l’anarchia evocata dal titolo della retrospettiva emerge in maniera più esplicita: Eleonora rifiuta di accettare passivamente l’ordine esistente e sceglie di partecipare alla costruzione di un’alternativa, pur conoscendo il prezzo che quella scelta potrebbe comportare. La sua vicenda rende evidente come l’idea di libertà attraversata dalla rassegna non sia mai astratta: passa sempre attraverso i corpi e le vite di chi decide di perseguirla. 

È seguita la proiezione della versione restaurata de L’albero delle pere (1998) di Francesca Archibugi, presentato dalla stessa regista. Una pellicola che affronta temi complessi come la responsabilità, il rapporto fra generazioni e la dipendenza da sostanze. Il protagonista, Siddharta, è un ragazzo giovanissimo costretto ad assumersi responsabilità che normalmente apparterrebbero al mondo adulto. Deve confrontarsi con una madre tossicodipendente e spesso assente e occuparsi della piccola sorellastra Domitilla. La situazione precipita quando la bambina si punge accidentalmente con una siringa della madre, costringendo Siddharta ad affrontare una situazione decisamente troppo complessa per la sua età. È proprio questa inversione dei ruoli a costituire uno degli elementi più dolorosi del film: il figlio si trova a prendersi cura della madre, costringendo un adolescente a comportarsi da adulto. Siddharta prova a mantenere insieme una famiglia fragile con gli strumenti limitati che possiede. È quando emergono gli inevitabili limiti della sua età che il potenziale eroico del giovane protagonista viene liberato. Non perché riesca improvvisamente a risolvere ogni problema, ma perché continua a tentare di proteggere le persone che ama. Il film non assume mai un tono pietistico o consolatorio. Anche nei momenti più drammatici rimane spazio per una comicità insolita e per quella naturalezza dolceamara che rende credibili i personaggi e le loro relazioni. Forse è proprio questa assenza di retorica a rendere alcune scene ancora più emotive: di fronte alla vulnerabilità dei protagonisti e alla loro ostinazione nel continuare ad amarsi è inevitabile versare una lacrima, o forse due. 

Il penultimo appuntamento è stato dedicato a In una notte di chiaro di luna (1989) di Lina Wertmüller, presentato da Massimo Wertmüller, nipote della regista. Nato attorno al tema dell’Aids, il film affronta una delle grandi paure che attraversavano la società occidentale alla fine degli anni Ottanta, quando alla diffusione della malattia si accompagnavano una forte disinformazione e numerosi pregiudizi. Il protagonista, John Knott, è un giornalista americano che decide di condurre un’inchiesta sull’Aids arrivando inizialmente a fingersi sieropositivo per osservare e documentare le reazioni delle persone. La sua indagine assume però improvvisamente tutt’altro significato quando la possibilità di aver contratto realmente il virus entra nella sua vita. Ciò che fino a quel momento era stato oggetto di osservazione giornalistica diventa così un’esperienza personale, capace di investire inevitabilmente i suoi rapporti professionali e affettivi. La paura della malattia si intreccia allora a quella di poter coinvolgere le persone amate. Allo stesso tempo, il protagonista cerca di trasformare la propria esperienza in uno strumento di informazione, in un momento storico in cui la conoscenza dell’Aids era ancora accompagnata da stigma e disinformazione. Visto oggi, il film acquista ulteriore interesse proprio perché permette di tornare al clima sociale nel quale è stato realizzato e alla difficoltà di raccontare una malattia intorno alla quale circolavano ancora moltissime paure. 

A chiudere il ciclo di proiezioni è stato Il tempo che ci vuole (2024) di Francesca Comencini, presentato da Romana Maggiora Vergano, giovane interprete che veste i panni della regista da adulta. Il film, fortemente autobiografico, porta sullo schermo il rapporto tra Francesca e suo padre Luigi, interrogandone l’eredità emotiva e professionale. Il cinema diventa contemporaneamente il luogo in cui padre e figlia si incontrano e il linguaggio attraverso cui, a distanza di tempo, la regista torna a dialogare con lui. Dall’infanzia raccontata attraverso momenti vicini al realismo magico si passa progressivamente alla realtà più dura dell’adolescenza e della dipendenza. Comencini non sembra avere riserve nel mostrare i passaggi più intimi e fragili della propria storia, evitando di costruire un ritratto idealizzato tanto di se stessa quanto del padre.  

È proprio in quest’ultimo film che molti dei temi incontrati durante la retrospettiva sembrano ricongiungersi. Ci sono la memoria e lo smarrimento di Sulla terra leggeri, il rapporto complesso tra genitori e figli de L’albero delle pere, il bisogno di raccontare la propria storia di Arrivederci Saigon. Soprattutto, torna il cinema come spazio nel quale la vita può essere rielaborata e, almeno per la durata di una proiezione, nuovamente abitata. 

Guardando nel complesso i film a cui ho assistito, ciò che rimane della retrospettiva è proprio la varietà degli sguardi attraverso cui amore e anarchia possono essere raccontati. Non esiste un’unica esperienza femminile e queste opere, profondamente diverse tra loro, lo dimostrano. Il cinema delle registe coinvolte attraversa il melodramma, il documentario, il musical, il film storico, la commedia e il racconto autobiografico e familiare. Cambiano le epoche, i linguaggi e i personaggi, ma ritorna continuamente una domanda: come si può trovare il proprio posto nel mondo senza rinunciare a ciò che si ama? Forse è proprio questo interrogativo a tenere insieme una musicista catapultata nel Vietnam del 1968, un’intellettuale rivoluzionaria nella Napoli del Settecento, un adolescente costretto a prendersi cura della propria madre, due amanti che sfidano i pregiudizi di una città e una figlia che prova a raccontare il rapporto con suo padre attraverso lo stesso linguaggio artistico che lui le ha trasmesso. 

E forse non poteva esserci conclusione più adatta che con Il tempo che ci vuole. Dopo aver attraversato storie d’amore, rivoluzioni, dipendenze, guerre, malattie, ricordi e famiglie, il ciclo termina con un film che torna alle origini stesse dell’amore per il cinema. Nel momento conclusivo realtà, memoria e immaginazione sembrano finalmente confondersi. E, come solo il cinema sa fare, salutiamo per sempre, librandoci in volo, l’immensa persona che è stata Luigi Comencini

In copertina: la locandina del Nuovo Cinema Ateneo. 

***

Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

Rispondi