Connettività globale: verso il redde rationem del 2030 


Il 22 settembre 2024, in occasione del Summit of the Future, tenutosi a New York nell’ambito dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, le/i leader mondiali hanno adottato all’unanimità il Pact for the Future, il Patto per il Futuro dell’Onu. 
L’accordo si articola in cinque macro-aree — sviluppo sostenibile; pace e sicurezza; scienza, tecnologia e innovazione; giovani e generazioni future; governance globale — e comprende due importanti allegati: la Dichiarazione sulle Generazioni Future, volta a integrare le esigenze delle generazioni a venire nei processi decisionali odierni, e il Global Digital Compact, il Patto digitale globale, che mira a delineare un futuro digitale inclusivo, aperto, sicuro e incentrato sull’essere umano. Per il raggiungimento dello scopo vengono individuati cinque obiettivi strategici, da perseguire attraverso una serie di impegni e azioni (commitments and actions) concreti e misurabili. 
Nello specifico, il Patto, ispirato ai principi di partecipazione inclusiva, uguaglianza di genere, sostenibilità ambientale e cooperazione, si propone di colmare il divario digitale — inteso quale esclusione di alcuni gruppi sociali dall’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione — rafforzare la governance internazionale dell’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità ed espandere l’inclusione nell’economia digitale, promuovendo al contempo uno spazio digitale sicuro e rispettoso dei diritti umani e una governance dei dati responsabile ed equa che garantisca privacy e sicurezza. A tal proposito, gli Stati membri sono chiamati a potenziare le infrastrutture digitali — sviluppando modelli di finanziamento innovativi e favorendo la mappatura e il collegamento di scuole e strutture sanitarie (Connectivity) — a definire strategie nazionali per l’alfabetizzazione digitale della popolazione (Digital literacy, skills and capacities) — ampliando le opportunità formative per l’acquisizione delle competenze specifiche — a diffondere software open source, dati aperti e modelli di intelligenza artificiale accessibili (Digital public goods and digital public infrastructure) e a stabilire garanzie adeguate per prevenire e affrontare qualsiasi impatto negativo sui diritti umani derivante dall’uso delle tecnologie digitali. In materia di governance dei dati e dell’intelligenza artificiale, il Compact prevede il rafforzamento dei quadri nazionali di governance, della tutela dei dati personali e della cooperazione internazionale, promuovendo al contempo interoperabilità, sicurezza e sviluppo delle competenze necessarie a una gestione responsabile dei dati e dell’Ia. 
In linea con l’orizzonte temporale fissato dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, gli impegni assunti dovranno tradursi in risultati concreti entro lo stesso anno. Il termine ultimo si sta avvicinando; tra poco più di tre anni arriverà il momento del redde rationem. Ma a che punto siamo? 

I tassi di crescita sembrano suggerire che il raggiungimento dell’obiettivo sia ancora lontano.  
Secondo l’analisi di approfondimento del DataReportal (Internet use in 2024) — curata dall’analista capo Simon Kemp in collaborazione con We Are Social, agenzia creativa globale di marketing e comunicazione, e la piattaforma software di media intelligence e social listening, Meltwater — nel 2024, il 66,2% della popolazione mondiale utilizzava Internet, con un incremento di utenti pari all’1,8% rispetto all’anno precedente. La mappatura globale, estesa a 236 paesi, rivelava che la diffusione di Internet era pari o superiore al 99% solo in tredici paesi al mondo, con tassi di adozione più elevati nei Paesi nordici (Finlandia, Danimarca, Norvegia e Svezia) e nei Paesi più ricchi del Medio Oriente. 

Internet Adoption: Individuals using the internet as a percentage of total population. Fonte: Digital 2024: Global Overview Reporthttps://datareportal.com/reports/digital-2024-deep-dive-the-state-of-internet-adoption

Il rischio di fallire il target fissato dall’Onu era concreto fin da allora. In quell’anno, infatti, ben dodici Paesi registravano una penetrazione di Internet al di sotto del 25%, con percentuali ancora inferiori in Corea del Nord (10%): qui l’accesso alla rete è delegato alla richiesta di un permesso governativo e soggetto, quantunque accordato, a un monitoraggio capillare.  
A livello globale, gli offline sfioravano i 2,6 miliardi, con la massima concentrazione in India che, con oltre 680 milioni di persone ancora disconnesse, rimaneva in cima alla classifica della popolazione non connessa più numerosa al mondo.

In State on Mobile Connectivity 2023, Gsma Intelligence individuava nella convenienza, ovvero nel costo non solo dei device ma anche dei dati, nella mancanza di alfabetizzazione e nell’assenza di competenze digitali i principali ostacoli all’adozione e all’utilizzo di Internet sui dispositivi mobili; impedimenti a cui si sommavano le sfide determinate dai conflitti armati — presenti in tutti i Paesi in cui l’accesso alla rete rimaneva al di sotto del 20% — e quelle infrastrutturali: mentre la copertura mobile migliorava in maniera generalizzata, quasi 400 milioni di persone rimanevano fuori dalla portata delle reti mobili a banda larga.  
La ricerca del 2025, volta a indagare non solo l’importanza della copertura a banda larga mobile, ma anche la cosiddetta “connettività significativa” (meaningful connectivity), ovvero «la possibilità per le/gli utenti di vivere un’esperienza online sicura, soddisfacente, arricchente e produttiva, a costi sostenibili nel proprio contesto di riferimento», documentava un miglioramento generalizzato per tutte le aree oggetto di indagine, sottolineando, tuttavia, la persistenza delle lacune e delle disuguaglianze già osservate precedentemente.  
Per lo stesso anno, l’Onu documentò uno dei tassi di adozione tecnologica più rapidi della storia, stimando che il 74% della popolazione mondiale utilizzasse Internet. Allo stesso tempo, veniva confermata però la permanenza di divari di connettività, riflesso di più ampie disuguaglianze socioeconomiche e regionali: mentre l’Europa e la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi) si stavano avvicinando all’obiettivo del 95% di universalità, in Africa l’utilizzo di Internet si attestava a poco più di un terzo della popolazione. 

In continuità con quanto osservato nelle ricerche svolte nel corso degli anni, le ragioni fondamentali della mancata adozione e dell’utilizzo di internet da parte degli individui venivano rinvenute nell’assenza di necessità, di competenze, nell’alto costo del servizio e nell’insufficienza delle infrastrutture. «Nel 2025, la copertura 5G raggiungeva il 55% della popolazione mondiale, ma la sua espansione era disomogenea, con un ritardo significativo (8-13% di copertura) in molte regioni al di fuori dell’Europa, dell’Asia-Pacifico e delle Americhe. […] All’inizio del 2025, la velocità media globale di download ha raggiunto i 92 Mbit/s per la banda larga mobile e i 118 Mbit/s per la banda larga fissa, ma le economie a basso reddito registravano velocità pari solo al 20-30% di quelle riscontrate nelle economie ad alto reddito». 
In tutti gli anni considerati, inoltre, rimaneva costante il divario nell’accesso a Internet e alle tecnologie legate al genere (gender digital divide), tanto da essere considerato «l’ostacolo più frustrante al raggiungimento dell’accesso universale a Internet». 

A livello mondiale, l’Itu (Unione internazionale delle telecomunicazioni) ha stimato che, nel 2024, le donne avevano il 7,7% di probabilità in meno di utilizzare Internet rispetto agli uomini (-240 milioni di utenti donne); le proiezioni per l’anno successivo indicavano 280 milioni di utenti uomini in più connessi rispetto alle donne. Sul fronte dei dispositivi utilizzati, i dati forniti da Gsma Intelligence mostravano come nei paesi meno sviluppati lo smartphone sia l’unica porta d’ingresso alla rete, soprattutto in riferimento alle donne. La maglia nera del gender digital divide spettava all’Asia meridionale e all’Africa sub-sahariana, dove le donne registravano, rispettivamente, il 41% e il 36% di probabilità in meno di accedere a Internet rispetto alla popolazione maschile. 
Le cause del divario di genere nell’era digitale venivano individuate nella consapevolezza di base, ovvero nella propensione delle donne a conoscere l’Internet mobile, nella convenienza, soprattutto per quanto riguarda i telefoni cellulari, e nella mancanza di competenze digitali e di alfabetizzazione: le difficoltà di lettura e scrittura hanno un impatto particolarmente profondo sull’adozione di Internet da parte delle donne e figurano tra le ragioni più comunemente addotte per non possedere un cellulare. Completavano l’insieme degli ostacoli individuati le questioni legate alla sicurezza e alla tutela, relative alla percezione delle tecnologie digitali come ostili e poco sicure, e alla disapprovazione. In merito, la survey rivelava che oltre una donna pakistana su 5 (22%) non possedeva un telefono cellulare a causa del dissenso familiare; uno studio dell’Ufficio di Statistica riportava che, in Bangladesh, il 9,3% della popolazione del Paese non aveva accesso a Internet perché non autorizzata a utilizzarlo. Il permesso non ottenuto e il divieto di utilizzo riguardavano anche gli uomini, ma in percentuale maggiore le donne (+50%). 
Dalla stessa ricerca emergeva che, più che da un problema culturale, il limitato uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte delle donne dipendeva da atteggiamenti maschilisti: quando ne hanno la possibilità, la maggior parte delle donne coglie al volo l’opportunità di utilizzare Internet. 
Per azzerare il divario di genere nell’accesso alla rete, venivano indicate quattro soluzioni chiave che appaiono tuttora necessarie, pertinenti e prioritarie. È fondamentale che l’attenzione sia focalizzata sulla parità di genere e sul coinvolgimento delle donne a livello organizzativo e politico, così che si riescano a comprendere le loro esigenze specifiche e gli ostacoli che le stesse incontrano nell’acquisto e nell’utilizzo dei dispositivi mobili. Non di meno, tali questioni devono essere prese in considerazione nella progettazione e nell’implementazione dei prodotti e dei servizi, con interventi mirati da parte dell’industria, dei responsabili politici e della comunità dello sviluppo. 

Il traguardo del 2030 è ormai alle porte: senza interventi tempestivi e decisi, il rischio concreto è di farsi cogliere del tutto impreparate/i, inadeguati rispetto ai traguardi che ci siamo posti. 

In copertina: Photo illustration by Newsweek Getty Canva

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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