Editoriale. Clara Sereni, l’utopista

Ieri, 28 agosto, Clara Sereni avrebbe compiuto ottant’anni. Per le donne della mia generazione che volessero rileggerselo torna in libreria, in una nuova edizione, per La Tartaruga, il libro che nel 1987 la fece amare: Casalinghitudine già nel titolo preannunciava quell’originalità, di forma e di contenuti, che caratterizzerà tutta la narrativa della scrittrice. Il primo editore, Giulio Einaudi, non riuscì a catalogarlo tra i romanzi, visto che si presentava come un manuale di cucina, una raccolta di ricette, organizzate secondo tradizione in base alla sequenza delle portate: primi piatti, secondi piatti e così via. Fin dalle prime pagine, tuttavia, c’è qualcosa che non torna: la sezione iniziale s’intitola Per un bambino, e racconta di farine bruscate, di pianti disperati e di consultazioni angosciose di specialisti. E perché l’ultima si chiama Dolcezze e racconta della morte del padre? Di quel libro, che è stato il capostipite e il modello di una lunga serie, quasi un nuovo genere, ha raccontato le vicende Benedetta Centovalli, sulla Stampa del 22 agosto. 

A me qui piace ricordare Clara Sereni con le parole che lei stessa usa nell’introduzione al Taccuino di un’ultimista, piccolo libro che uscì per Feltrinelli nel 1998 che raccoglie alcuni articoli scritti principalmente per l’Unità e il manifesto:
«L’ordine assegnato ai diversi brani segue una logica che attiene più che altro alla ricerca di un filo interno a me. Non fingo alle quattro partizioni di questo libro un’oggettività esterna, ma le dichiaro come i quattro spicchi dei quali, con continui sconfinamenti, mi sembra di compormi: ebrea per scelta più che per destino, donna non solo per l’anagrafe, esperta di handicap e debolezze come chiunque ne faccia l’esperienza, utopista come chi, radicandosi in quanto esiste qui e oggi, senza esimersi dall’intervenire sulla realtà quotidiana coltiva il bisogno di darsi un respiro e una passione agganciati al domani. La fatica di dare coerenza a queste parti, e gli sconfinamenti dall’una all’altra, sono peraltro la rappresentazione più fedele di una fase diversa da quella di “scrittrice pura” che vantavo fino a pochi anni fa.»
L’identità frantumata che qui si esprime nella metafora dei quattro spicchi altrove diventa «un mosaico fatto di tessere mal tagliate, come quella di tutti e, più, delle donne». Ma questo riconoscersi fatta di pezzi diversi — di cui alcuni, che sembrerebbero determinati dalla sorte, vengono rivendicati invece come scelta consapevole — comporta che l’esistenza dell’autrice si risolva nella fatica incessante di dare coerenza a sé stessa, prima ancora che alle proprie scritturela costante tensione all’unitarietà, la sfida incessante per «mantenersi intera». Ne è la spia la frequenza di termini come deflagrazioneesplosionefrantumazioneframmentazionelacerazionedivaricazionedispersionesgretolamentosconfinamento.

Basterebbe questo per capire perché si faccia fatica, per ogni libro di Clara, a trovare una definizione che lo inquadri — romanzo? raccolta di racconti?  — così come non si riesce ad assegnarlo a un genere definito: era di là da venire la moda dell’autofiction, quando nel 1974 uscì per Marsilio il primo romanzo, Sigma Epsilon: un racconto di fantascienza in cui non era difficile riconoscere nelle vicende della protagonista quelle vissute dall’autrice. 

È sempre nel Taccuino che Sereni, interrogandosi sulle ragioni che la spingono «all’azzardo della scrittura», trova una prima risposta nella presunzione di utilità, nella speranza di poter incidere, scrivendo, sulla realtà. E addirittura nella sensazione di poter mettere in ordine il mondo con le parole: un’utopia, Clara ne è consapevole, ma subito chiarisce la differenza fondamentale che c’è tra sogno e utopia:
«Che i sogni servano a vivere lo afferma oramai da cent’anni la psicanalisi […] ma bisogna distinguere tra sogno e utopia. I sogni, angosciosi o rosei che siano appartengono soltanto al privato. […] L’utopia no, l’utopia non è qualcosa che si possa vivere nel chiuso della propria animuccia. L’utopia non può che essere pensata, costruita, sognata insieme ad altri: qui sta la sua forza e questa è la ragione per cui gli incubi peggiori non bastano a cancellarla. Il sogno è una fuga dalla realtà, l’utopia è la chiave per modificare il mondo standoci dentro. […] Le donne, l’ecologia, l’handicap, le diversità: le lenti per guardare all’utopia e costruirla insieme non sono invecchiate con gli anni e le esperienze, e invece la maturità che hanno acquisito è pronta a essere utilizzata al meglio. Manca un solo dettaglio, ma essenziale: che la leadership intellettuale e politica prenda in mano con convinzione e senza timidezze questi occhiali per leggere negli sforzi di tanti e di tante i segmenti di un progetto che è già in piccola misura, nelle mani isolate di chi lo pratica, vincente».

Utopia è una parola difficile che sa di greco, ma che in realtà è stata coniata da Tommaso Moro, che la usa nel titolo di un romanzo del 1516 in cui si racconta del viaggio alla volta di un’isola immaginaria retta da un sistema politico perfetto. Se Moro fu beatificato e poi fatto santo per aver rifiutato l’Atto di Supremazia con cui Enrico VIII negava il primato del papa, poco meno di un secolo dopo l’Inquisizione accusò di eresia un altro Tommaso, il filosofo domenicano Campanella, autore di un’analoga utopia, descritta nel libro La città del sole. A esso s’ispira il nome della Fondazione che, creata a Perugia proprio nel 1998, ha come obiettivo l’innovazione nel campo della salute mentale e dell’inclusione sociale. 
Ma già nel libro Il Gioco dei Regni, del 1993, Sereni cercando di ricostruire, tra documenti e immaginazione, la storia della sua famiglia d’origine, si confrontava con l’utopia, incarnata da tanti dei protagonisti di quella storia. A partire da quella meno conosciuta, la nonna materna, Xenia Silberberg, rivoluzionaria russa che nei primi anni del Novecento, incinta della mamma di Clara, viaggiava per l’Europa nascondendo ordigni sotto le gonne. In quello stesso libro la scrittrice cerca di rendere giustizia alle passioni intransigenti che portarono alla separazione tra suo padre Emilio, detto Mimmo e il fratello Enzo, animati dallo stesso desiderio di dedicare l’esistenza alla realizzazione di un mondo più giusto e solidale, in cui cadessero le barriere basate sull’origine etnica o sulle condizioni socioeconomiche. Il primo scelse il marxismo e l’antifascismo militante e sfuggì per un pelo alla fucilazione; il secondo fondò in Israele il kibbutz Givat Brenner, inaugurato al canto dell’Internazionale e morì in un lager nazista: 
«Sionismo, comunismo. Parole che hanno assunto significati e sfumature diversi e per chi ha oggi vent’anni il sionismo s’identifica nell’espansionismo dello Stato d’Israele, e il comunismo nelle bandiere ammainate sulle cupole d’oro del Cremlino. I vent’anni di Enzo e di Mimmo, i febbrili vent’anni di chi era nato con il secolo [ventesimo] trovavano in quelle e in altre parole un denominatore comune: la speranza di un mondo diverso, più giusto ed umano. Lotte feroci dilaniavano i due gruppi, e non soltanto sul piano verbale: fra i sionisti, il rapporto con le popolazioni arabe era già una discriminante; fra i comunisti, la cultura del silenzio e del sospetto già mieteva le prime vittime. Ma per chi cercava un sogno da vivere, per chi voleva essere parte attiva della forza che porta avanti il mondo, una scelta s’imponeva comunque: fra potenti e umiliati, tra vittime e carnefici, fra oppressi e oppressori. Quale che fosse il nome che si dava agli oppressi, quale che fosse l’ambito in cui si identificavano gli oppressori. […] Più o meno visibili, restano oggi gli effetti che quelle scelte produssero. E i molti errori, che tutti commisero». 
Quegli effetti sono certamente una delle cause che rendono difficile, oggi, alle nuove generazioni, coltivare l’utopia. Al contrario è la distopia a essere di moda negli ultimi decenni, sia nei romanzi e nei film per ragazzi che nel cinema e nella letteratura destinata a un pubblico adulto ed esigente. Ne è un esempio l’ultimo romanzo di un grande scrittore come Ian Mc Ewan, Quello che possiamo sapere. La vicenda è ambientata in un 2130 da incubo: per l’effetto congiunto di guerre nucleari e disastro climatico, la popolazione mondiale è ridotta alla metà, le grandi città, compresa New York, sono sparite sott’acqua, e l’Inghilterra è ridotta a un arcipelago di piccole isole. 

L’utopia cara a Clara Sereni rivive invece in un libro che racconta la storia vera di due uomini che la “realtà” vorrebbe schierati sui lati opposti del conflitto più spaventoso e apparentemente senza via d’uscita che insanguina il mondo presente: Rami Elhanan — padre di Smadar, 14 anni, uccisa nel 1997 da un attentato suicida palestinese — e Bassam Aramin — padre di Abir, 10 anni, uccisa nel 2007 da un proiettile sparato dalla guardia di frontiera israeliana — si sono conosciuti in uno degli incontri del Circolo dei Genitori delle vittime e hanno fondato l’associazione Combattenti per la pace. Da allora girano insieme per il mondo e non si stancano di mettere governanti e politici davanti alle loro responsabilità e richiamare le persone comuni alla necessità di costruire ponti. Il libro è Apeirogon di Colum Mc Cann: se ne potrebbe suggerire la lettura insieme a quella del Gioco dei Regni a studentesse e studenti di tutte le classi. Due opere più appassionanti dei Promessi Sposi e certo più educative dell’Odissea di Nolan che molte/i insegnanti porteranno classi intere a vedere. 

Mi piacerebbe che, invece di discutere tanto sul falso problema della fedeltà all’originale, ci si chiedesse se, a dispetto dell’apparente messaggio “pacifista” — addirittura femminista! — che il film conterrebbe, non risulti prevalente, soprattutto per gli spettatori più giovani, il fascino della violenza e dell’orrore veicolati da immagini e musica esaltante: della serie «la guerra è bella anche se fa male». 
Un invito (utopistico?) alla discussione, per cominciare bene l’anno scolastico. 

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Dalla Costituzione all’arte, dalla ribellione alla memoria: nuove storie di donne da conoscere, riscoprire e riportare alla luce nel nuovo numero di Vitamine vaganti. 
Una torsione di regime lancia l’allarme sui rischi per la democrazia costituzionale rappresentati dalle riforme elettorali e dai decreti sicurezza, ormai diventati legge, proposti dal governo in carica. L’articolo sottolinea la necessità di difendere il sistema proporzionale e la centralità della Costituzione, mettendo in guardia dalle possibili derive autoritarie, dall’espropriazione del voto dei cittadini e dalle alterazioni dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Costituzione letteraria. Art. 32 approfondisce la tutela del diritto alla salute sancita dalla Carta costituzionale, ripercorrendone le tappe storiche attraverso le riforme sanitarie e le loro rappresentazioni nella letteratura. Il contributo affronta anche il ruolo che la psichiatria e i manicomi hanno avuto, nel corso della storia, come strumenti di controllo e reclusione delle donne, mostrando quanto siano ancora attuali le sfide che riguardano il Servizio Sanitario Nazionale. 

Con Connettività globale: verso il redde rationem del 2030 lo sguardo si sposta sul Global Digital Compact, l’accordo approvato dall’Onu con l’obiettivo di colmare il divario digitale entro il 2030. L’articolo ne analizza obiettivi e criticità, evidenziando come l’accesso alla rete rimanga profondamente disomogeneo a causa di barriere economiche e infrastrutturali, oltre che di un marcato gender digital divide, alimentato da persistenti disuguaglianze socio-culturali. 

Ripercorriamo poi la vita e la carriera di Ida Minerva Tarbell, celebre giornalista investigativa statunitense e pioniera del movimento dei muckrakers. Attraverso un rigoroso metodo di ricerca e una documentazione capillare, Tarbell contribuì a portare alla luce i meccanismi del trust di Rockefeller e alla sua successiva disgregazione. Una figura innovativa e coraggiosa, ma non priva di contraddizioni, come dimostrano le sue controverse posizioni contrarie al suffragio femminile. 
Alla forza dello sguardo è dedicato anche Betye Saar e la genealogia sovversiva dello sguardo, che ripercorre la carriera e la potente poetica del riscatto sociale dell’artista afroamericana. Attraverso assemblaggi e opere fortemente simboliche, Saar ha costruito un linguaggio capace di mettere in discussione razzismo, stereotipi e patriarcato, trasformando la memoria e l’esperienza personale in strumenti di denuncia e resistenza. 
Le Signore dell’arte a Carrara ci porta invece nelle sale di Palazzo Cucchiari, dove una mostra restituisce visibilità alla creatività femminile tra XIX e XX secolo. Sono 42 le artiste riportate al centro della narrazione, figure a lungo marginalizzate dalla storiografia ufficiale, alle quali l’esposizione riconosce finalmente il posto che meritano nel più ampio racconto dell’arte italiana. 
È una storia di arte, memoria e territorio anche quella di Rosalie D’Hérin Seris, fotografa d’antan, protagonista della mostra a lei dedicata ad Aosta. Prima donna fotografa professionista della Valle d’Aosta, D’Hérin Seris seppe trasformare la ritrattistica fotografica tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in una preziosa testimonianza della società del suo tempo, consegnandoci attraverso le immagini un patrimonio visivo e storico di straordinario valore. 

Con Le ribelli del Sud. Il ruolo entriamo nella storia delle brigantesse, figure complesse e sfaccettate che l’immaginario dell’epoca ha spesso restituito attraverso stereotipi, miti e semplificazioni. Il contributo ne mette in luce l’autonomia e la capacità di sottrarsi, almeno in parte, ai rigidi modelli sociali e patriarcali del tempo, restituendo a queste donne una dimensione storica più articolata. 

Isabella d’Aragona e Bona Sforza. Le duchesse che trasformarono Bari racconta le vicende di due sovrane protagoniste di una storia che attraversa il Nord Italia, la Polonia e la Puglia. Madre e figlia, grazie a un’abile azione politica e a un ambizioso progetto di mecenatismo, contribuirono alla modernizzazione del territorio barese, trasformandolo in un centro di cultura e di prestigio nel panorama rinascimentale. 

“Lucciola”, l’unica rivista scritta a mano, è dedicato alla straordinaria esperienza della pubblicazione protofemminista fondata nel 1908 in Sicilia da Lina Caico. Per ben diciotto anni la rivista, scritta, copiata e rilegata a mano, circolò tra diverse intellettuali italiane, creando una rete originale di confronto e offrendo alle donne uno spazio libero di espressione su temi sociali, culturali ed emancipatori. 

E, per concludere con un tocco fresco e profumato d’estate, arriva un buon Frullato speziato: una ricetta che unisce la dolcezza del melone alle note aromatiche del basilico, alla freschezza del lime, al pepe rosa e alla delicatezza del latte di mandorla. 
Buone letture a tutte e tutti.
Sara Fusco

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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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